Cosa diresti al te stesso di diciassette anni?

Qualche giorno fa ho visto il video di un breve monologo in cui Gillian Anderson, attrice e femminista che stimo molto, leggeva una lettera alla se stessa di sedici anni. Non è un pretesto narrativo particolarmente nuovo o originale, ma seduce parecchio, sia chi lo scrive che chi lo ascolta, perché quando si vanno a stuzzicare le nostre vecchie versioni di noi che riposano più o meno silenti nella memoria è molto facile provare quella sorta di tenerezza, mista a una dolce e dolorosa nostalgia. Siamo molto più indulgenti verso chi non c’è più e le nostre vite passate non fanno eccezione.

Però questo pensiero ha continuato a ronzarmi intorno sotto forma di una domanda insistente: ma se potessi con una macchina del tempo o qualche altro mezzo paranormale tornare nel 1999, a pochi mesi dall’inizio di un nuovo secolo, per incontrare la me di diciassette anni, ci sarà pur qualcosa che vorrei dirle.

Eccome se ci sono…

Innanzi tutto proverei con tatto ad avvertirla che quella inquietudine, che ancora non avrà imparato a nominare, non sarà passeggera. L’accompagnerà a lungo, a tratti facendosi pressa inarrestabile che la schiaccerà fino a toglierle ogni fame di vita, a volte sarà più clemente, quasi sopita. Vorrei convincerla del fatto che non è una nemica e non va trattata come tale. Non si può estirpare parti di sé solo perché non ci piacciono. Però magari potrei suggerirle di occuparsene un po’ prima, non aspettando i quarant’anni per accettare di guardare negli occhi con clemenza il proprio “cane nero”.

Sarà tornata da poco dallo scambio culturale a Sarajevo, dove improvvisamente una consapevolezza tutta nuova si sarà fatta spazio tra i pensieri e le contingenze di una comune teenager privilegiata. So che sente un misto di impotenza e terrore verso la vastità del male e al contempo un’euforia esplosiva nel voler fare qualcosa attivamente per contribuire, se non a tutte, almeno ad alcune delle innumerevoli ingiustizie che il suo animo ancora così puro e ingenuo non può tollerare.

Vorrei accompagnarla alle marce per sentire ancora quel cuore impazzito di adrenalina e le lacrime di commozione, per se stessa soprattutto, per aver capito da che parte stare e non aver paura di dirlo. E piangerei anch’io con lei, per quella sua profonda convinzione che le cose cambieranno, che gli uomini non saranno più disposti ad accettare di assistere a stermini a un passo dalle loro case sicure, che quella sarebbe stata l’ultima vergogna dell’era moderna a cui l’Europa e il mondo intero avrebbero assistito.

Non le spoilererò che le cose si metteranno ancora peggio e che ora partecipare a una protesta pacifica di piazza è diventato “un atto pericoloso e sovversivo” che va perseguito a suon di manganelli. Ma soprattutto che il livello di sopportazione delle immagini che ci arriveranno dall’inferno, attraverso gli schermi, avrà superato di gran lunga quello a cui lei è abituata. Solo così potrebbe capire quanta sofferenza reale abbiamo imparato a filtrare e confondere e strumentalizzare.

Le direi di fregarsene di chi la chiama Squatter, o Hippy o Zingara. Ci vuole coraggio a scegliere di spiccare fuori dalla massa monocromatica di quei quattro brand in croce che tutte le sue compagne indossano come uniformi. Ci vuole proprio quella sicurezza di autodeterminarsi che lei ha sempre pensato di non possedere. Quei foulard coloratissimi come turbanti, quelle lunghe gonne a fiori, quei sabot della Birkensthok anche in pieno inverno, sono il suo manifesto esistenziale: non mi nego la possibilità di osare, nel vestire come nel sognare. E su questo punto, mia cara ragazza, cosa ti posso dire se non che aveva ragione tu.

Ci vorrà tanto e tante porte in faccia, momenti di frustrazione infinita ed altri di inspirazione altissima, ma verrà fuori qualcosa di buono da tutte quelle pagine di quaderno scritte a mano sotto il banco.

Infine le direi di non angosciarsi troppo per il fatto di sentirsi in ritardo con l’amore e magari anche di ridimensionarlo un po’, che si sa , le cose tanto attese finiscono per spostarsi nel reparto immaginazione e rischiano di venire un po’ troppo sopravvalutate. Non le negherò il fatto che farà gran bei viaggi esperienziali, ma non varrà la pena smettere di mangiare per chi non sa vederla. Forse le suggerirei di concentrarsi un po’ di più sull’amore per se stessa, sui suoi valori più profondi, sulle sue verità, più che sulla sua affinata capacità camaleontica di adattarsi alle vite degli altri.

Forse, facendola prima sedere, mi toglierei lo sfizio di rivelarle che a dispetto delle sue radicate convinzioni di non essere assolutamente fatta per diventare madre avrà due figli, cercati con insistenza e tanta incoscienza e che la faranno partire per il più grande viaggio della sua vita, dove tutto di lei verrà rimesso in discussione, dall’educazione ricevuta ai suoi bisogni di bambina più profondi. Non sarà facile per niente ma la rassicurerei sul fatto che come sempre, nonostante quella insistente voce giudicante che le ripete costantemente il contrario, avrà fatto del suo meglio, da brava secchiona quale è.

Ma il voto di maturità non me lo farò scappare. Non la priverei mai di quella gioia e incredulità che lascia lentamente spazio alla certezza di esserselo meritato fino in fondo. Ecco magari le consiglierei di ricordarlo e crederci di più nel corso degli anni a venire: che la fatica paga, quasi sempre.

E voi, che cosa direste al vostro ragazzo o ragazza di diciassette anni se per poco poteste tornare a trovarli?

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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