Cultura e genere: il problema degli emoji

Sono ormai ovunque. Che si tratti di email, SMS o messaggi sui social media. Li usiamo per risparmiare tempo, spazio e anche le limitazioni intrinseche della forma scritta che hanno privato tutti, tranne gli scrittori più talentuosi, della capacità di esprimere sfumature, toni ed emozioni nella loro corrispondenza. Sto parlando di emoji… 

Anch’io, per comodità o velocità, io li uso spesso. Ne sono, anzi, quasi dipendente: il “pollice alzato” per dare conferma, “le mani congiunte” per ringraziare, “il sorriso” per esprimere compiacimento o gioia, “la faccina con la lacrima” nel caso di tristezza. Solo che i significati degli emoji non sono universalmente condivisi, come mi è capitato di riflettere qualche giorno fa. Succedeva infatti che il mio invio di faccina con il sorriso, quello con le guance rosse – per intenderci – per esprimere (secondo me!) compiacimento su un certo fatto, sia stato inteso, dalla persona con la quale stavo messaggiando, come segno di sarcasmo. L’episodio ha risvegliato in me, quindi, la consapevolezza della non-universalità degli emoji. Che sono simboli del presente iper-visivo in cui viviamo, scorciatoie per “completare” emozioni soggettive ma anche profondamente specifiche dal punto di vista culturale, dipendenti dalle interpretazioni personali e sentimenti di genere.

Così, nel mondo sempre più interconnesso, gli emoji possono persino dividerci e non suscitare alcuna sperata empatia. L’opposto, piuttosto.

Perché, ad esempio, il simbolo del pollice in su – un segno di approvazione nella cultura occidentale – tradizionalmente in Grecia e in Medio Oriente è interpretato come volgare, se non addirittura offensivo. Mentre in Cina l’emoji con il sorriso appena accennato implica sfiducia, incredulità, una sorta di presa in giro. Che dire degli anglofoni? Se vi capita di inviare una faccina a un inglese o americano, ricordatevi di esprimere la vostra contentezza prediligendo il sorriso con la lacrima di gioia o quella faccina sorridente che “si rotola”. Attenti invece agli “occhi a cuore”, così popolari tra i latini: per favore non inviateli a una persona australiana a meno che non si tratti di vostra nonna con la quale siete in grande confidenza…

Poi c’è la questione di genere. Dal 2019, gli emoji comprendono anche design che si propongono di rappresentare equamente maschi e femmine per quel che riguarda tutte le professioni e tipi di sport. A caratterizzare la distinzione, normalmente, la lunghezza dei capelli delle faccine (lunghi per le ragazze, corti per i giovani) oppure i sorrisi (più carnosi per le donne). Il tutto però altro non fa che riproporre stereotipi di genere, trattando quest’ultimo come sinonimo di “sesso”. Ma non è sempre così. Ci sono persone che non vogliono conformarsi alle aspettative tradizionali su come vestirsi. Penso alle donne che hanno i capelli corti e si vestono in modo “più maschile”; e poi ci sono uomini che usano il trucco e indossano abiti più femminili – mentre tutto ciò che sta in mezzo, con gli emoji, si perde. 

Nel grande schema quotidiano delle cose, la scelta di quale sorriso usiamo per completare una frase o la decisione di quale figura (capelli lunghi o corti) inseriamo nel messaggio potrebbero non sembrare un grosso problema. Ma se vogliamo davvero affrontare la questione del rispetto personale, interculturale e di genere, forse dovremmo tornare a comunicare di più con le parole e meno con le faccine, la cui scelta è spesso affrettata e suggerita da algoritmi altri da noi!

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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