Da dove arrivano il nostro tempo e il nostro spazio

Prima dell’Ottocento e della Rivoluzione industriale, anche in Occidente vigevano legami alquanto diversi con lo spazio e col tempo rispetto ad oggi. I rapporti precedenti erano di impronta feudale, basati su proprietà collettive che facevano riferimento a comunità alle quali era affidato il potere di governarle, erano il pilastro del mondo localistico cristiano-rurale caratterizzato dalla variabilità dei cicli naturali, col significato trascendente che l’immaginario medievale cristiano vi aveva impresso fino alle soglie dell’età industriale, inserendo il presente in una linea di continuità con passato e futuro, guidata dal fine ultimo di un disegno divino. L’affermazione del sistema industriale al posto di quello agricolo fu resa possibile dalle nuove cornici statuali, che crearono le basi infrastrutturali e di mercato – grandi aree unificate e pacificate, stabilità monetaria, certezze di leggi e norme, reti di trasporto – indispensabili al suo sviluppo. Parallelamente, il nuovo sistema produttivo del capitalismo industriale prese il posto del feudalesimo, del capitalismo mercantile dell’Antico Regime e dei suoi privilegi ereditari di sangue e contribuì al rafforzamento di quella stessa cornice nazionale, nella misura in cui favorì la mobilità geografica – rapidissima urbanizzazione e collegamenti fra tutti gli angolo di uno Stato – e sostenne lo sviluppo di un immaginario culturale “razionale” e laico. L’avvento dell’urbanizzazione pose ad un drastico declino l’uso dei beni comuni, che si fondavano su una razionalità diversa da quella fondata sul diritto alla proprietà pieno ed esclusivo. Basti pensare all’editto delle chiudende nel Regno di Sardegna o al boom dello sfruttamento dell’energia idraulica e della meccanizzazione della produzione del cotone nella Confederazione svizzera come eventi spartiacque dell’inizio dell’industrializzazione di questi rispettivi Stati regionali europei.

La “separazione del tempo e dello spazio” fu possibile grazie all’uniformazione del tempo lineare e astratto dei nuovi orologi meccanici e dei calendari. Suddiviso in una successione di segmenti tutti uguali, privi di significato in sé, questo tempo si presentò come “omogeneo e vuoto”. Il tempo della vita sociale risultò per la prima volta svincolato dalle caratteristiche fisiche del territorio coi criteri astratti della geometria per creare mappe e raffigurazioni cartografiche. La riduzione dello spazio all’astrattezza delle mappe permise l’acquisizione di un “dominio cognitivo” e “geografico” su di esso e alla sua progettazione, attraverso la costruzione di ferrovie, strade, canali, porti e altre infrastrutture e, soprattutto, alla pianificazione urbana.

Con la modernità industriale il lavoro umano incominciò ad uscire dalla famiglia, per dislocarsi nei nuovi luoghi della produzione: principalmente fabbriche e uffici. Anche il consumo si esternalizzò, in una fase di forte declino dell’autoproduzione: l’unico modo per soddisfare i bisogni, da quelli primari a quelli superflui, era il ricorso al mercato. Il tempo del lavoro, scandito dalla rigidità produttiva condizionò di fatto tutti gli altri tempi delle giornate umane: dalla vita familiare a quelli dei servizi del nuovo “tempo libero”, così la progettazione degli spazi cittadini si adeguò a tale sviluppo distinguendo le aree industriali da quelle residenziali. Da lì iniziò il nostro tempo e il nostro spazio come li conosciamo nell’età contemporanea.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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