Cosa spinge le persone a scegliere di aprire un libro? Principalmente due motivi: il bisogno di evadere dalla realtà o il bisogno di risposte dalla realtà. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a una consapevolezza: i libri possono soccorrerci quando siamo scomodi. Ci fanno bene, se scelti e non imposti. Pare, secondo studi condotti da Raymond Mar, psicologo alla York University in Canada e Keith Oatley, docente di psicologia cognitiva all’Università di Toronto, che possano renderci addirittura persone migliori; non soltanto contribuendo alla nostra formazione culturale, bensì permettendoci di sviluppare empatia.

Sono stati analizzati dei campioni di soggetti chiamati a interpretare espressioni e stati d’animo da immagini che mostravano solo gli occhi. È risultato che più i soggetti erano “lettori forti”, soprattutto di narrativa, più riuscivano a interpretare correttamente le emozioni nascoste dietro gli sguardi osservati.

La deduzione che le neuroscienze letterarie cercano di dimostrare è che in teoria le letture potrebbero affinare la sensibilità sociale.

Questo significa non soltanto “entrare meglio nei panni dell’altro”, ma diminuire il pregiudizio sociale, l’intolleranza e il razzismo.

Personalmente non mi stupiscono questi risultati. L’esperienza prolungata all’interno di una vicenda narrativa, a differenza della rapidità e superficialità di fruizione che offrono altri mezzi di comunicazione come i social media, genera un inevitabile coinvolgimento emotivo con i personaggi. Si definiscono vere e proprie relazioni prolungate, se con questo termine intendiamo una frequentazione assidua di persone (in questo caso fittizie, ma è un dettaglio) di cui conosciamo aspetti anche molto intimi della loro vita. Seguire da vicino e per giorni, se non settimane, le vicende più o meno intense e spesso drammatiche dei protagonisti dei nostri romanzi sviluppa inevitabilmente empatia.

Immaginate questo fenomeno riprodotto più e più volte, in decine se non centinaia di storie e identità diverse. Immaginate quante realtà parallele alla nostra si spalancano davanti ai nostri occhi, quante scelte che noi non prenderemmo, quanti destini segnati che non ci toccano, ma che comprendiamo meglio o ci si svelano per la prima volta proprio grazie a un libro.

L’esperienza della lettura esige tempo e pazienza. Ha ritmi propri che ci impone di non poter sapere tutto subito. Dobbiamo accettare i tempi della storia, fidarci del suo scorrere e accettare la sua fine. Il tutto senza poter ribattere, prenderci la parola e dire la nostra. Ditemi se questo non è il più efficacie esercizio per praticare l’empatia.

Io vivo parallelamente dentro la realtà di un libro da quando ho imparato a leggere. Non sono mai passate più di ventiquattro ore tra l’ultima pagina di una storia e la prima di una nuova. Non so come mi sentirei senza la mia appendice letteraria e non mi interessa tentare l’esperimento.

Sono consapevole di come abbiano contribuito a definirmi e conoscermi. Sono stati alberi e scialuppe, per lo più specchi.

Non saprei cosa consigliare alle ragazze e ai ragazzi che si stanno timidamente esponendo alla vita adulta, per aiutarli a capire che i libri potrebbero soccorrerli e comprenderli molto più di quanto possa fare Tik Tok, se non ripensando a me, a quella che ero a tredici anni e all’intuizione che ho avuto di cercarmeli da sola i libri giusti, quelli che avrebbero parlato proprio a me.

Perché la lettura imposta temo sia il più grande errore che la scuola possa commettere. Forzare qualcuno a nutrirsi lo porta solo a vomitare.

Andrebbe fatto come so che già fanno alcuni insegnanti, cercando per primi di comprendere quali testi potrebbero piacere e poi proporli con estrema accortezza e cura, come si propone una medicina a chi non ne vuole sapere di guarire.

A volte basta davvero solo questo per agganciare la famelica ricerca di senso di un giovane che ha bisogno di trovarsi. E poi il gioco è fatto. Partire con il libro giusto provoca colpi di fulmine inguaribili.

Fa male pensare che in una trasmissione televisiva un noto giornalista, discorrendo di punizioni con l’attuale ministro dell’istruzione, abbia proposto con un compiacimento convinto, l’idea di segregare il mal capitato in biblioteca.

Chissà che forse, questo stesso trattamento sia stato fatto a lui in passato, danneggiandolo a tal punto da non saper più distinguere il male dalla cura.

Le biblioteche sono luoghi di evasione non di reclusione, così come accostare la parola punizione a un libro appare stridente e ad oggi, grazie anche a questi ultimi studi, del tutto anacronistico. I libri salvano, trasformano, emancipano, affrancano, di certo non distruggono, se non stereotipi e paure.