E se, per stare meglio, una cose che ci dicesse di fare il medico fosse spegnere il telefono? O, almeno, smettere di scorrere all’infinito il flusso di notizie e contenuti sui social? Se dicesse di spegnere il cellulare, il table e il PC di vostro figlio, lo fareste?
Sempre più studiosi si stanno chiedendo se il concetto di social prescribing, nato per portare nei percorsi di cura attività come arte, musica, sport, natura, volontariato e relazioni sociali, possa essere applicato anche a un’altra parte sempre più consistente della nostra vita: il tempo trascorso online, quando questo diventa sempre più totalizzante e alienante.
Il fenomeno, che riguarda un numero crescente di giovani, ha un nome: doomscrolling. Il termine indica lo scorrimento compulsivo e prolungato di notizie, spesso negative o allarmanti, sui social e sui siti di informazione. Secondo lo psicologo Ben Miller, già presidente del Well Being Trust statunitense, riguarderebbe l’88% dei ragazzi tra i 13 e i 24 anni. I genitori si affrettano a chiedere «Quanto tempo hai passato sul telefono?». E invece la domanda dovrebbe essere un’altra: «C’è qualcosa che hai visto oggi che ti è rimasto impresso, nel bene o nel male?», passando così dalla quantità alla qualità di ciò che si guarda, e dalla semplice riduzione dello schermo alla possibilità di fermarsi a elaborare quello che vi si è incontrato. Per Miller, però, mettere un limite alla tecnologia non basta. Il punto è capire che cosa viene dopo. La strada che indica porta verso attività di svago svolte di persona. Sport, incontri con gli amici, tempo condiviso e relazioni sociali possono infatti catturare l’attenzione prima che sia il feed digitale a farlo, scrive Miller. Lui porta avanti la sua attività negli Stati Uniti. Ma la stessa questione sta entrando nel dibattito anche in Canton Ticino, ad esempio grazie alla riflessione di Julia Hotz, giornalista statunitense e autrice di The Connection Cure, che fa parte da pochi mesi dell’Advisory Board della Fondazione IBSA per la ricerca scientifica. Commentando la riflessione di Miller, Hotz ha sottolineato come il social prescribing «non sia mai stato così importante per i giovani».
I dati aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo lo studio internazionale Health Behaviour in School-aged Children (HBSC), realizzato dall’Organizzazione mondiale della sanità e pubblicato nel 2024, la percentuale di adolescenti che mostrano segnali di uso problematico dei social media è passata dal 7% del 2018 all’11% del 2022. L’indagine ha coinvolto quasi 280.000 giovani di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni dell’Europa, dell’Asia centrale e del Canada. Il dato non indica semplicemente quante ore si trascorrono online: descrive una difficoltà a controllare l’utilizzo, accompagnata da conseguenze negative nella vita quotidiana. La percentuale raggiunge il 13% tra le ragazze, contro il 9% tra i ragazzi. Nello stesso studio, il 36% degli adolescenti dichiara di essere in contatto online con amici e altre persone in modo pressoché continuo. Essere sempre raggiungibili, tuttavia, non equivale necessariamente a sentirsi più connessi. Il confine tra una relazione che offre sostegno e un flusso di stimoli che alimenta inquietudine dipende anche dai contenuti incontrati, dal contesto personale e dalla capacità di interrompere la navigazione. È per questo che il tempo trascorso davanti allo schermo, pur essendo un indicatore utile, non basta da solo a descrivere il rapporto di una persona con il digitale. Inoltre, nel 2023, il Surgeon General degli Stati Uniti ha riferito che gli adolescenti che trascorrono più di tre ore al giorno sui social media presentano un rischio doppio di problemi di salute mentale, tra cui sintomi di ansia e depressione, rispetto a chi ne fa un uso inferiore. Il documento riportava inoltre una media di 3,5 ore al giorno sui social tra gli adolescenti considerati. Si tratta di associazioni statistiche, non della prova che i social siano la causa diretta di ogni difficoltà psicologica: gli effetti variano da persona a persona e possono dipendere anche dalla qualità delle interazioni e dai contenuti fruiti. Il messaggio, quindi, non è demonizzare la tecnologia, ma imparare a riconoscere quando il suo utilizzo smette di essere una scelta e comincia a interferire con il benessere.
Per tornare allora al social prescribing, una revisione sistematica pubblicata nel 2021 sulla rivista Perspectives in Public Health ha esaminato nove studi dedicati agli effetti di interventi nel campo della prescrizione sociale sulla solitudine: tutti riportavano benefici individuali, anche se le differenze tra i programmi e i limiti metodologici non consentivano di quantificarne con certezza l’efficacia complessiva. Il risultato suggerisce che attività condivise e occasioni di partecipazione sociale possono rappresentare una risorsa, ma non autorizza a considerarle una soluzione universale. Recentemente uno studio britannico del 2026, Wellbeing While Waiting, condotto su 558 giovani tra gli 11 e i 18 anni in attesa di un supporto specialistico per la salute mentale ha mostrato risultati incoraggianti. I partecipanti che hanno ricevuto il social prescribing, con una media di cinque incontri con un link worker, hanno mostrato miglioramenti nelle difficoltà emotive e comportamentali, nella resilienza e nei comportamenti prosociali rispetto al gruppo che riceveva le cure abituali (anche se non sono emerse, invece, differenze significative nei sintomi di ansia e depressione). Applicata al rapporto con il digitale, queste evidenze indicano al di là di sottrarre tempo allo smartphone, occorre anche creare opportunità concrete per sostituire lo scorrimento automatico con esperienze capaci di generare piacere, appartenenza e relazioni significative.
Recentemente Julia Hotz ha pubblicato un interessante report che sopporta il ruolo della pesca e di altre attività a contatto con la natura nel percorso che porta al miglioramento della salute mentale tra i giovani, aiutando a ridurre l’ansia, sostenendo la concentrazione e favorendo il benessere emotivo e le relazioni sociali. Evocative sono, a questo proposito, le parole Dave Lyons, che la giornalista raccoglie nell’articolo. Sono la storia di un ragazzo che per anni ha lottato contro la dipendenza dall’alcol e seri problemi di salute mentale fino a quando ha “scoperto” la pesca. “If it wasn’t for fishing, I don’t think I’d be here.” Se non fosse stato per la pesca non sarei qui, spiega Dave. Un modo per ritrovare se stesso e uno spazio per il recupero mentale, la pesca si è rivelate per il giovane più efficace dei farmaci, al punto che Dave ha poi fondato Tackling Minds, un ente di beneficienza aperto a tutti coloro che nella quiete della pesca, lontano dai social networks, si muovono per ritrovare se stessi, con gli altri.

