Due o ottomila modi di essere svizzeri tra serie A e B

Svizzeri lo si è da sempre. Oppure, dal punto di vista istituzionale, lo si diventa, ammesso che … si abbia vissuto nel Paese un numero sufficiente di anni (dieci è il minimo); si sia possessori di un permesso di “domicilio”, da tutti conosciuto come il permesso C (ed è rilasciato “dopo una dimora di cinque o dieci anni in Svizzera”); non ci si trovi in assistenza sociale; si conosca la lingua del cantone in cui si risiede; si dimostri di essere integrati – secondo criteri (e costi da sostenere, fino a 3’600 franchi a persona) che possono variare tra cantone e cantone. Insomma, il processo di naturalizzazione per sceglie di “mettere su casa” la Svizzera in età adulta è difficile, non è per tutti, richiede pazienza (ci vogliono in media ben più di 12 mesi per completare la procedura) e non deve lasciare spazio a false illusioni: la pratica di esclusione in materia di naturalizzazione continua e pare sia destinata a essere duratura. Nel dicembre del 2021 è stata bocciata dal Consiglio degli Stati una mozione che chiedeva la naturalizzazione automatica per gli stranieri nati in Svizzera e oggi, come ricorda Aktion Vierviertel il Paese esclude circa un quarto della sua popolazione dalla cittadinanza e quindi dalla partecipazione politica.

C’è di più. Già, perché anche una volta divenuti cittadini, “i nuovi svizzeri” continuano a esperire il sentimento di essere diversi e di appartenere al gruppo dei “loro”. Insomma, godere del diritto di voto e partecipazione politica non significa venir considerati “membri della famiglia svizzera” a pieno titolo. Ce lo ricorda il saggio 8’670’300 modi di essere svizzeri scritto da Ada Marra (consigliera nazionale socialista e figlia di emigrati italiani), nel quale sono passati in rassegna i principali discorsi legati alla naturalizzazione degli stranieri, comprese le varie narrazioni che legano l’essenza svizzera a “una scelta per difetto”. Alcuni esempi? I “veri” rossocrociati non sono attaccati alle proprie origini migratorie – e quindi non tifano Italia a calcio e non piangono quando finiscono le vacanze nel Sud Italia ; non hanno la pelle scura e nemmeno un nome esotico; non sono poveri; non sono “secondos”.

Eppure, come nota Marra, caratterizzare la svizzerità (soprattutto quando acquisita) per negazione di altro diventa un’impresa quasi titanica e richiederebbe almeno 8’670’300 risposte, tanti sono gli svizzeri, individui diversi per preferenze politiche e religione, lingua, educazione (già, i programmi scolastici sono differenti da cantone a cantone), così come per luogo di origine e residenza (gli svizzeri all’estero sono circa 570’000).

È proprio questo il cuore della riflessione di Ada Marra: pensare all’identità svizzera in positivo, per quello che è piuttosto che per quello che non è, ovvero come a un mosaico di individui diversi che legati gli uni gli altri dal fatto «di essere cittadini di uno stesso paese. Un paese con regole democratiche, nelle quali crediamo».

(Una recensione del saggio di Ada Marra è apparso su Syndicom La Rivista N.31, qui)

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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