Si torna a parlare di scuola italiana e in particolare del tema caldo di questi giorni: l’esame di maturità. Per la prima prova, quella di italiano, sono state proposte alle studentesse e agli studenti sette tracce che spaziano dall’analisi del testo poetico o di prosa, al tema argomentativo ispirato a brani tratti da saggi o articoli di giornale.
Su sette proposte una sola prende in esame un articolo scritto dalla giornalista tedesca del famoso settimanale Die Zeit, Wenke Husmann.
Non un’autrice classica o contemporanea, una poeta o una filosofa a compensare questo ennesimo squilibrio di genere. Il primo dubbio che sempre mi coglie in situazioni simili è: esiste una consapevole volontà ad escludere categoricamente le autrici dagli ambiti scolastici perché le si continua a considerare di serie B in fatto di qualità e importanza, o si tratta semplicemente di un modus operandi molto comodo che per pigrizia si tende a perpetrare da decenni?
Non so, in tutta sincerità, quale delle due opzioni risulti più grave, ma se persino di fronte ad un anniversario tanto importante come i cento anni dal conferimento del Premio Nobel per la letteratura all’unica autrice italiana nella Storia, Grazia Deledda, si è preferito uno spudorato silenzio, sono più portata a credere a un’ “innocente indifferenza cronica”.
E mentre si continua a incasellare un’occasione perduta dietro l’altra, proviamo in un ideale e utopistico ribaltamento della situazione, ad esplorare quante alternative possibili, equamente valide se non addirittura più ispiranti e attuali, si potrebbero proporre.
Partiamo dalla categoria analisi del testo poetico. La proposta, che spicca soprattutto per l’originalità, è stata quella di proporre “Passerò per piazza di Spagna”, poesia tratta dalla raccolta di Cesare Pavese “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Ricordiamo che Pavese è già stato scelto altre due volte per le tracce di maturità.
Nel giro di pochi secondi mi appaiono davanti i nomi delle più grandi poete italiane: Antonia Pozzi (morta suicida come Pavese e che ha trattato le stesse tematiche sul male di vivere, affrontate però anche dalla prospettiva di una donna che doveva fare costantemente i conti con le convenzioni sociali e uno sguardo tutt’altro che favorevole verso il suo lavoro letterario), Patrizia Cavalli, Cristina Campo, Amelia Rosselli, o se vogliamo avvicinarci a contesti più contemporanei Chandra Livia Candiani, Mariangela Gualtieri (entrambe trattano tematiche estremamente attuali, come per esempio la pandemia di Covid, ma anche temi universali come quello della morte, della condizione umana, del rapporto con la natura).
Passiamo all’analisi del testo di prosa. La commissione ha scelto quest’anno l’autore siciliano del primo del ‘900 Vitaliano Brancati noto per il concetto di “gallismo” esposto nelle sue opere: “la supposizione, tipica della mascolinità siciliana, di una “veemenza” superiore alla normale, esibita per un meccanismo di compenso delle frustrazioni provinciali”. Si tratta, dunque, di quell’ossessione nell’ostentare la virilità, che viene trattata in romanzi come Don Giovanni in Sicilia (1941), Il bell’Antonio (1949), Paolo il caldo (pubblicato postumo).
Ne sentivamo il bisogno di soffermarci ad analizzare ancora tratti distintivi della mascolinità tossica dalla quale si sta molto lentamente cercando di prendere le distanze? Soprattutto mi chiedo, quanto entusiasmo e interesse possono provare le studentesse (ossia la metà circa dei maturandi) a ritrovarsi nuovamente ad analizzare testi con al centro uomini egocentrati, supponenti, esibizionisti?
Al posto del brano tratto dal diario dello scrittore, con al centro il tema della memoria e la capacità di unire le generazioni tra loro, mi appare lampante l’opportunità di citare un brano tratto da uno dei romanzi storici più crudi e potenti della letteratura del Novecento: “La Storia” di Elsa Morante. O se si vuole volare un po’ più bassi perché non trattare il romanzo di formazione L’isola di Arturo (tra l’altro libro vincitore del premio Strega nel 1957), che ha come protagonista un ragazzino durante un’estate di trasformazioni e dolorose prese di consapevolezza. A proposito di “capacità di unire le generazioni tra loro”.
In alternativa ci sarebbe stata la premio Nobel nel 1926 Grazia Deledda, oppure Goliarda Sapienza, che oltre al suo capolavoro “L’arte della gioia” attualissimo, spudorato, provocatorio, ha scritto un memoir lucido e commovente sulla sua esperienza in carcere e dell’umanità che la abita e con la quale si è scontrata. Ma i nomi non si esauriscono. Penso a Fausta Cialente, Anna Maria Ortese e al suo ritratto spietato di Napoli, Lalla Romano, Natalia Ginsburg.
Passiamo ai testi argomentativi. Le motivazioni dietro la scelta del discorso di Giuseppe Saragat all’Assemblea Costituente nel giugno del 1946 sono chiare. Questo però non toglie che ci sarebbero potute essere alternative più simboliche e soprattutto inclusive, come per esempio il discorso di Nilde Iotti, politica e partigiana, del 20 giugno del 1979. Prima donna in Italia ad aver ricevuto la carica di Presidente della Camera.
Infine per la categoria legata ai temi di attualità si è scelto un testo del giornalista Mario Calabresi tratto dal suo ultimo saggio “Alzarsi all’alba”, che invita a riflettere sul concetto di “fatica”. Abbiamo in Italia delle “eccellenze”, se vogliamo usare questo termine strabusato negli ultimi tempi, per quanto riguarda il giornalismo d’inchiesta e di geopolitica. I primi nomi che mi vengono subito in mente sono quelli di due giornaliste straordinarie per il coraggio e la capacità di penetrazione e analisi nelle zone di guerra e di emergenza umanitaria più ad alto rischio. Sto parlando di Cecilia Sala e di Francesca Mannocchi, che nei loro ultimi reportage e saggi, hanno saputo raccontare i conflitti in Ucraina, sulla Striscia di Gaza, in Sud Sudan, in Siria e in Afghanistan con una lucidità e capacità di osservazione così neutrale e vicina alla situazione socio-economica dei luoghi descritti da permetterci di comprendere davvero a fondo le dinamiche coinvolte.
Perché non scegliere un testo tratto per esempio dal libro “L’incendio”di Cecilia Sala, in cui mette tre generazioni a confronto, quella delle ragazze e dei ragazzi ucraini, iraniani ed afghani, raccontando attraverso tutte le testimonianze autentiche raccolte, le loro ideologie, i loro sogni, le loro coraggiose prese di responsabilità civile. Fatico a trovare qualcosa di più attuale e al tempo stesso fonte di confronto e interesse per le nostre ragazze e ragazzi.
Nella scelta di non trattare testi scritti da autrici, poete, giornaliste, filosofe, non si materializza solo l’ennesima occasione perduta di avvicinare le ragazze e i ragazzi a opere di altissima qualità, ma si cancella in questo modo anche l’opportunità di conoscere le vite di queste donne, che sono sempre storie di resistenza, nelle loro lotte quotidiane e avvincenti per conquistarsi uno spazio di espressione e di libertà. Nessuna di queste carriere letterarie e giornalistiche è scontata. Ognuna racconta di frustrazioni, delusioni cocenti, tentativi di contrastare la delegittimazione, lo svilimento e lo scherno. Persino Grazia Deledda lo ha subito dal grande e stimato Pirandello.
L’occasione perduta è dunque multipla, sfaccettata e molto più grave di quanto appaia. E finché la scuola italiana non prenderà atto di questi errori imperdonabili, continuerà questa infima e silenziosa cancellazione di una parte fondamentale del nostro patrimonio letterario, artistico e culturale, la cui unica conseguenza è il restringimento dello sguardo, la perdita di prospettive e l’inevitabile impoverimento dello spirito critico di tutte e tutti.


