Esseri umani, non solo braccia

“Abbiamo chiamato forza lavoro, sono arrivati esseri umani”; la nota affermazione del 1965 dello scrittore svizzero Max Frisch torna inevitabilmente in mente vedendo il nuovo film del regista iracheno-svizzero Samir, “La prodigiosa trasformazione della classe operaia in stranieri”, una coproduzione italo-svizzera,  presentato a Locarno e ora in circolazione nelle sale svizzere. https://www.locarnofestival.ch/festival/program/film.html?fid=02100b03-19e4-4124-a465-0f72134db70f&eid=

Samir Jamal al Din, conosciuto semplicemente come Samir, è nato a Bagdad nel 1955 e si è trasferito a Zurigo da bambino con la famiglia, in quanto il padre, militante comunista, era inviso al regime iracheno.

Il film è incentrato soprattutto sull’ emigrazione italiana in Svizzera nel secondo dopoguerra e si avvale di un’imponente documentazione e di molte testimonianze dirette ma sarebbe riduttivo definirlo semplicemente un documentario. 

Le vicende dell’emigrazione italiana e in parte spagnola assumono infatti un valore emblematico di come le migrazioni di ieri e di oggi si intreccino e in qualche modo contribuiscano a plasmare i vari aspetti della realtà svizzera. D’altra parte questo lungo e difficile processo d’integrazione di tanti migranti è in larga parte analogo alle esperienze e alle vicende esistenziali dello stesso regista, raccontate servendosi di tecniche di animazione; anche Samir ha dovuto affrontare difficoltà del tutto simili a quelle degli immigrati del Sud Europa nel dopoguerra e di molte altre parti del mondo oggi.

L’emigrazione storica italiana è oggi sostanzialmente integrata nella società elvetica, seconde e terze generazioni sono sempre più inserite nella realtà del Paese, e spesso possiedono la doppia cittadinanza.

Vari aspetti della presenza italiana sono presenti oggi in modo armonico come componente ineliminabile della vita della Confederazione; dall’ alimentazione allo sport alla musica e ai più diversi ambiti culturali. Senza l’impronta italiana e delle altre realtà migratorie che si sono succedute nel tempo, la Svizzera sarebbe oggi un Paese diverso, certamente più povero in termini economici e umani. 

Questo processo è stato lungo e doloroso e ha attraversato fasi drammatiche.

Si pensi solo al famigerato statuto degli stagionali, in vigore in Svizzera già dal 1934 che consentiva ai datori di lavoro di assumere mano d’opera stagionale; ai lavoratori stranieri era consentita   la permanenza in Svizzera solo per nove mesi all’anno, senza possibilità di cambiare lavoro e domicilio e con l’obbligo di lasciare il Paese in caso di licenziamento.

I lavoratori stagionali non avevano poi diritto ai ricongiungimento familiari; si creò in tal modo la realtà di bambini che crescevano lontani dai loro genitori oppure che convivevano con loro come clandestini, chiusi in casa senza alcuna possibilità di contatti esterni. I lavoratori venivano inoltre alloggiati in baracche o in alloggi di fortuna.

Lo statuto degli stagionali è stato abolito su pressione dell’Unione europea solo nel 2002 con l’introduzione della libera circolazione per i cittadini dell’Ue ma sussistono forme di lavoro precario per tutti i lavoratori stranieri.

Nel corso degli anni è cresciuta   la consapevolezza dell’importanza dei lavoratori stranieri per il progresso della Svizzera anche attraverso eventi traumatici; il 30 agosto del 1965 una valanga di ghiaccio investì il cantiere per la costruzione della diga di Mattmark, provocando la morte di 88 lavoratori, fra cui 56 italiani. 

Al tempo stesso si sono ripetute nel corso degli anni iniziative popolari xenofobe, la più grave delle quali. promossa da James Schwarzenbach, un politico di estrema destra, fu respinta nel 1970; in caso di approvazione 300.000 lavoratori stranieri, in gran parte italiani, avrebbero dovuto immediatamente lasciare la Confederazione Ciò non impedì i licenziamenti di massa che colpirono soprattutto lavoratori stranieri durante la recessione de1973-74. Ancora oggi, nonostante i progressi compiuti, si ripetono con impressionante regolarità iniziative politiche che tendono a discriminare gli stranieri e a limitare i loro diritti.

Il film non risparmia al riguardo critiche nemmeno ai sindacati e alle forze politiche della sinistra svizzera, a lungo subalterne e conniventi con le politiche xenofobe, in nome di una malintesa difesa degli interessi dei lavoratori svizzeri e anche per una sottovalutazione dei fenomeni migratori, considerati a torto una realtà temporanea.

Anche in questo campo sono avvenute profonde trasformazioni per merito dell’attività di militanti sindacali non solo italiani e per la lungimiranza di alcuni dirigenti sindacali elvetici. Il fatto che oggi a capo dell’Unia, il maggior sindacato svizzero, sia sta eletta Vania Alleva, di origine italiana, illustra in modo chiaro la profondità di questo cambiamento; il film presenta una testimonianza della dirigente sindacale che espone le difficoltà incontrate, a cominciare dal proprio percorso scolastico, per potersi affermare pienamente.

Importanti anche i progressi della condizione delle donne emigrate nel corso degli anni attraverso difficili esperienze e grazie soprattutto all’attività lavorativa fuori di casa.

L’integrazione della comunità italiana e di altre comunità straniere è frutto del sacrificio e dell’Impegno di intere generazioni ma anche della maturazione di importanti settori politico-sindacali della società svizzera che hanno compreso il ruolo di lavoratori che, pur provenendo da realtà diverse, sono portatori di interessi analoghi a quelli dei lavoratori svizzeri

Eppure non c’è motivo per sentirsi appagati dai successi ottenuti, se si considerano problemi ancora da affrontare; un quarto degli i residenti stabili nella  Svizzera odierna non ha la cittadinanza  e quindi non può incidere sulle decisioni che pure coinvolgono in modo diretto la loro esistenza. Molti di essi si possono considerare stranieri solo perché non hanno il passaporto svizzero che si ottiene attraverso una lunga e complessa procedura, oltretutto soggetta a criteri di discrezionalità; per alleviare questa situazione è in corso la raccolta delle firme necessarie per promuovere un’iniziativa nazionale che lo stesso Samir invita a sottoscrivere. https://democrazia-iniziativa.ch.

In secondo luogo, molte delle difficoltà vissute dagli immigrati nel secondo dopoguerra tendono oggi a perpetuarsi verso   chi oggi arriva in Svizzera in cerca di un futuro migliore.

E, fatto ancora più triste da constatare che , nelle stesse zone da cui sono partiti molti degli emigrati di ieri, vivono immigrati sottoposti a forme di sfruttamento ancora peggiori che contribuiscono in condizioni   schiavistiche al benessere di quelle regioni.

Non è difficile capire che Samir ha realizzato il suo bel film, che spero venga visto anche in Italia, per conservare la memoria di quello che è stato nella speranza che serva a costruire un futuro migliore in un mondo del lavoro in cui nessuno deve più essere straniero.
 

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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