Fortezza Bastiani: una Bologna come Babele e l’università italiana come deserto dei Tartari

Fortezza Bastiani è un avamposto militare dove è stato assegnato il sottotenente Giovanni Drogo, protagonista del romanzo “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati (1940), appena divenuto ufficiale. Il bastione si trova agli estremi confini settentrionali di un regno immaginario dove domina, appunto, uno sconfinato deserto dei Tartari, un tempo teatro di rovinose incursioni da parte di nemici crudeli e guerrafondai. Tuttavia, da innumerevoli anni nessuna minaccia è più apparsa su tale fronte; la Fortezza, svuotata ormai della sua importanza strategica, è rimasta solo una costruzione arroccata su una solitaria montagna, di cui molti ignorano persino l’esistenza.

Bologna, anno 2000. “Fortezza Bastiani” è il nome dell’appartamento condiviso da cinque coinquilini fuorisede universitari in pieno centro storico. “Queen Mary” (Francesca Magrefi) si prepara ad un concorso pubblico per diventare insegnante; Benna (Giuseppe Gandini) è un eterno studente casertano di giurisprudenza; Pedro è un attore teatrale argentino; Milla (Margherita Rami) è una giovane studentessa di scienze dell’educazione; un quinto occupante, soprannominato “il marchigiano”, è sempre assente. Il film si apre, in questi primi sprazzi di ventunesimo secolo, con un’atmosfera ancora decisamente anni ’90, coi suoi fumi, i suoi disordini, la sua sporcizia e le sue sottoculture tra marijuana, postumi di sbornie e feste casalinghe che sembrano baccanali. In una delle prime scene, Milla si ferma ad ascoltare una sorta di predicatore (Claudio Morganti) in Piazza Verdi, nel cuore della Bologna universitaria più antica e brulicante, che ammonisce studenti e passanti:

Questa piazza è di tutti! Il diritto di essere è il diritto di occupare i luoghi che ci appartengono. Riappropriamoci della piazza e con la piazza riappropriamoci del diritto alla pazzia. Ma voi lo sapete dove siete? A Bologna siete! La città con la più antica università del mondo occidentale. Venite da Bruxelles, Parigi, Lecce, Reggio Calabria, Amsterdam, Olbia […] eh da Budrio, bravoe dove vivete? Ammassati in appartamenti fatiscenti, in tre per stanza, pagate in nero affitti da strozzini fino a mezzo milione [di lire, circa 250 euro odierni, n.d.a.] per un posto letto e per che cosa? Per ingrassare questa bigotta, stupida, avara Bologna!

Proprio come Drogo di Buzzati, i giovani protagonisti del film vivono l’università tra le più famose d’Italia, l’Alma Mater Studiorum e la città che la ospita (capitale europea della cultura in quell’anno), come un terreno di una battaglia mancata, teatro di forti passioni e disillusioni, di amori, di rancori, di straordinaria ilarità, di disfacimento e oblio, con cene, serate, ritrovi spontanei e appassionati, metafore di una nazione che si affacciava al nuovo millennio, più piena che mai di contraddizioni e con una percezione di declino culturale. Col nuovo anno accademico per gli abitanti della Fortezza riesplode una vita universitaria frenetica tra le interminabili code alla mensa, le giornate trascorse in biblioteca, le chiacchierate al bar, gli esami da preparare, la ricerca ossessiva di docenti-baroni assenteisti: la fine della loro vita universitaria corre alla velocità della luce in un turbinio tragicomico. Stanco di vedersi mantenuto dal padre, Benna decide di cercarsi un lavoro; Milla subisce il trauma di un esame più simile ad un’allucinazione che a una trasmissione di sapere; Pedro, impegnato nella preparazione di un nuovo spettacolo insieme agli altri membri del suo gruppo teatrale, si innamora della splendida Malinda; Rubin (Duccio Giordano), fra una canna e l’altra, trova sempre il tempo per litigare con qualche professore e con la burocrazia universitaria, che non gli ha serbato un accogliente benvenuto se non nello sguardo melanconico e insonne del professor Monti (Felice Andreasi), disilluso docente di cui i nostri seguono le avvincenti lezioni di storia contemporanea. In quest’atmosfera caotica il figlio di papà raccomandato Napoleon (Denis Fasolo), amico del rettore, propone a Queen Mary un radicale cambio di vita: la possibilità di andare in Nord America e abbandonare “la provincia dell’impero”, è la prima scintilla lanciata all’interno di una situazione che può esplodere da una momento all’altro. Gli “abitanti” della Fortezza si trovano di fronte un bivio: continuare a rimanere saldamente ancorati ai loro principi o iniziare a sporcarsi le mani con il mondo reale.

Questo film, regia di Michele Mellara e Alessandro Rossi (entrambi laureati al DAMS), uscì nel 2002 ed è diviso in cinque atti e in un intermezzo amoroso, descrive per me, molto meglio di altri film, la transizione dalla giovinezza all’età adulta (più di “Santo Maradona” dello stesso periodo) e con stile impressionistico una vita ovattata sotto i portici e priva di cielo, che culla una giovinezza che non è affatto una primavera. I due registi hanno evitato smancerie consolatorie e finali riappacificanti e sono tra i pochi ad aver raccontato delle dinamiche ambigue di un mondo accademico che non è mai cambiato.

Bologna la grassa, la dotta e la rossa non è particolarmente generosa qui, ma asfittica e indifferente alle miserie studentesche di cercare il proprio posto. “I miserabili” di Victor Hugo e i notiziari di una radio privata fanno da sfondo interminabile alla quotidianità dei protagonisti, all’ombra di quella che è la torre di Babele, la Torre degli Asinelli, che sovrasta il centro della pianura emiliana, un porto di terra, metropoli di caro affitti, di nichilismo, di anarchia, di lotte antagoniste e libertà sessuale.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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