La notizia viene riportata timidamente dai media italiani. Ne scrive ad esempio oggi, 17 febbraio, Il Manifesto in un articolo a firma di Eliana Riva e che titola Il metodo Gaza per svuotare i campi profughi in Cisgiordania. Per farne un riassunto in stile “bigino”: le forze militari israeliane da oltre tre settimane stanno conducendo una sistematica operazione militare in Cisgiordania con numeri, violenze e modalità efferate e uno scopo ben chiaro, secondo il sindaco di Jenin, Mohammad Jarrar: rendere permanente lo sfollamento, si legge nell’articolo.
Il fatto, però, è che non si tratta di una questione delle ultime tre settimane soltanto.
Le immagini di quei bombardamenti che costringono le persone a lasciare le proprie case per lunghi periodi (anzi praticamente per sempre) le ho viste “in diretta” dal telefono cellulare di una giovane coppia, che me le ha mostrate in un bar alle porte di Bruxelles la scorsa settimana. Pensavo si trattasse di Gaza. E invece no, arrivavano direttamente dalla “West Bank”, che è il nome inglese per Cisgiordania. Le distruzioni gratuite e sistematiche proseguono da quando la coppia che ho di fronte ne ha memoria. Loro avranno su per giù una quarantina d’anni e accettano di parlarmi ma solo sotto anonimato, perché – mi dicono – “abbiamo parenti, laggiù. E temiamo per loro. O per noi, quando torneremo”.
Lei, la donna che mi parla, ha il passaporto giordano. Lui, invece, no. Ha la carta d’identità verde. E di questo è molto risentito: “la mia famiglia viene dalle porte di Gerusalemme, ma mio padre lavorava all’università di Bir Zeit, che si trova a soli 10 chilometri da Ramallah. Dopo la seconda Intifada, gli è stata così consegnata una carta d’identità verde. E anche a me, come a lui, è stata negata la carta blu. Insomma, ci è consentito di spostarsi entro la Cisgiordania ma non possiamo circolare in Israele”.
Quindi – chiedo di precisare – puoi muoverti liberamente solo in questa zona a occidente del fiume Giordano, ad est di Israele? Faccio una pausa e mi rendo conto della superficialità della domanda che ho appena rivolto alla coppia. “Liberamente”, come ho potuto usare questa parola? Ho scordato dell’apartheid israeliana. Ci pensano loro a mettere le cose in prospettiva: “In Cisgiordania spostarsi è una sfida. Ci sono posti di blocco continui e gratuiti. Le distanze geografiche non le misuriamo nemmeno in chilometri ma in tempo di percorrenza. In ore di fila e stop ai posti di blocco, per lo più con un mitra puntato addosso. Basta percorrere 20 chilometri in automobile, quelli che separano Ramallah da Gerusalemme (a chi è concesso di percorrerli): il tragitto non è solo segnato dal lungo e tortuoso muro di oltre 700 chilometri, ma anche costellato dai checkpoint militari fissi, dai posti di blocco temporanei che vengono aperti e chiusi a discrezione dell’esercito dalle “bypass street” ad uso esclusivo degli israeliani per raggiungere i territori di Israele delle colonie”.
Mentro tengo in mano la tazzina di espresso, ormai vuota, il silenzio che si è creato viene rotto dal pianto del loro bimbo, che fino ad allora stava dormendo nella carrozzina accanto a noi. Lo guardano e aggiungono di considerarsi “fortunati”. Mi spiegano anche che ci sono almeno oltre dieci mila palestinesi senza carta d’identità in Cisgiordania: hanno solo un foglio di carta con la foto e un timbro. Per loro è estremamente difficile, se non impossibile, muoversi tra i villaggi a causa dei checkpoint militari israeliani e della continua espansione delle colonie israeliane. E se le cose non si risolvono, “spostarsi” sarà ugualmente difficile anche per questo bambino di pochi mesi che ora lei tieni in braccio. Per il primogenito, che ha ormai cinque anni, sono riusciti ad avere una carta d’identità palestinese. Il secondo figlio non è ancora stato così “fortunato”, vari cavilli burocratici lo rendono ad oggi apolite. Bloccato qui, per ora, in Belgio.
Quando i vostri figli vi chiederanno come è stata la vostra infanzia e giovinezza, cosa racconterete? Cos’è “normalità”, quando si vive in Cisgiordania? “Siamo cresciuti in un contesto che ci ha sempre trattato come persone di serie B, anzi spesso nemmeno come persone. Abbiamo visto violenza gratuita esercitata su di noi, siamo diventati adulti tra le urla dei soldati israeliani che ci tenevano in fila per ore ai posti di blocco, fuori dall’università, mentre usavano il cofano della nostra auto come base di appoggio per prendere la mira e sparare contro civili palestinesi accusati di essere terroristi. Abbiamo fatto forza a conoscenti che hanno dovuto lasciare le proprie case, bombardate. Il rumore dei droni israeliani, sempre sopra e attorno noi, è impresso nelle nostre menti. Abbiamo conosciuto Internet solo nelle frequenze 3G per i telefoni cellulari.”
E mentre il bimbo della coppia ha smesso di piangere, attaccato alla bottiglia di latte in polvere che hanno preparato per lui, i neo-genitori mi ricordano anche che l’apartheid israeliano non riguarda solo la negazione della libertà di movimento e gli attacchi delle forze militari israeliane e dei coloni, l’espropriazione delle loro terre, lo sfollamento forzato. C’è anche la questione del cibo: insomma, “i palestinesi della Cisgiordania che vogliono piantare determinati frutti e ortaggi, devono farne richiesta alle autorità di Israele – oltre che confrontarsi con la negazione del diritto all’acqua. In generale, sulla questione alimentare, il controllo israeliano sulle risorse così come sui prodotti (a partire dalla pasta!) che possono arrivare nella West Bank è quasi totale“.
Alla fine, però, ve ne siate andati, mi viene da sottolineare… La risposta è pronta e molto chiara: “Per caso. O per un colpo di fortuna. Grazie al lavoro, certo. Che ci ha portato prima in UK e poi qua in Belgio. Ma se ci chiedi dove sia la nostra casa… è ancora là, nella West Bank”.
Ma come, chiedo io, pensate di tornare? In mezzo alla guerra, alla distruzione, alla povertà? Con i vostri figli, che sono nati in Europa e che dei campi profughi, del rischio che le schegge di proiettile ti colpiscano al collo, della miseria non sanno nulla? “Quando si nasce sotto le bombe, e si cresce circondati dall’odio e dalla violenza, quella realtà, quel contesto, diventa parte di te. Non ti lascia più. È quasi normalità. Non c’è pace che tenga, non c’è tregua che possa dare risposta al dolore e alle perdite subite. E non c’è nulla che possa spaventarci al punto tale da farci smettere di sperare che un giorno, seppure lontano, potremo tornare là dove sono i nostri padri e le nostre famiglie”.