Houston, abbiamo un problema!

Il 27 aprile alle 9:52 ora italiana, dal Kennedy Space Center in Florida, è stata lanciata la Crew-4 con a bordo gli astronauti della NASA Kjell Lindgren, Robert Hines e Jessica Watkins e l’astronauta dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea) Samantha Cristoforetti.

In molti avrete visto il video emozionante del lancio, che partiva con le immagini di una telecamera interna alla navicella dove venivano mostrati gli ultimi controlli da protocollo dei quattro, dentro tute spaziali ultramoderne, molto meno voluminose di quelle cui eravamo abituati. Poi l’immagine si stacca da loro, come per discrezione, restando esterna e lontana per tutto il tempo, dal countdown fino all’esplosione di luce e fuoco che per un istante sembra rischiarare la notte.

Impossibile nascondere quel luccichio negli occhi e un leggero senso di sopraffazione nel vedere il razzo Falcon 9 della Space X lanciato verso lo spazio che nove minuti dopo si stacca lasciando la capsula Crew-4 proseguire in orbita il suo viaggio fino alla stazione aerospaziale.

La partenza di una missione spaziale conserva ancora, in questi tempi disillusi e sconfortanti, il pathos dell’epico. Ci ritroviamo con gli occhi sgranati davanti a uno schermo, la bocca schiusa in un fiato sospeso a emozionarci genuinamente del grande progresso umano e delle sue mirabolanti conquiste. È come rivivere l’eterno deja vu di quel primo piede sulla Luna. L’umanità che grazie alla forza della sua sola intelligenza sfonda i confini dell’atmosfera, lasciando il proprio pianeta per esplorare l’universo.

In quei quattro astronauti appena partiti vediamo i nuovi pionieri, gli scienziati che ci porteranno le risposte che cerchiamo, le cure di cui necessitiamo e che qui sulla Terra sembrano ormai scarseggiare.

Ma facendo più attenzione ci accorgiamo che i nostri quattro avventurieri sono in perfetta parità di genere: due uomini e due donne, di cui una italiana. Questo indubbiamente ci colpisce ancor più della missione in sé, perché subentra un misto di orgoglio e stupore dovuti alla scarsa abitudine che abbiamo ancora nell’associare certi ambienti e contesti a figure femminili. Professioniste, scienziate, tecniche, astronaute che finalmente vediamo prendere parte ai progetti di ricerca nello spazio, che salutano con la mano al fianco dei loro colleghi uomini, prendono posto in cabina e partono.

Le domande affollano la nostra testa, curiosità scientifiche e non solo legate ai lunghi addestramenti, alla gavetta, ai decenni di studio e selezioni per arrivare a questo obiettivo. E tra le infinite possibilità che si sono spalancate davanti ai nostri giornalisti nazionali che hanno intervistato Samantha Cristoforetti, (ricordiamo ingegnere aerospaziale, nonché pilota e prima donna italiana negli equipaggi dell’ASE), su cosa avranno mai puntato i nostri lungimiranti intervistatori?

“Quanti post-it ha dovuto attaccare per casa?”, “Sei mesi sono tanti, chi si occuperà dei suoi figli?”, “Come pensa che i suoi figli reagiranno a questo distacco?”, “Come si racconta a due bambini piccoli che la mamma sta per partire per un viaggio nello spazio di sei mesi?”…fermiamoci qui, direi che è sufficiente a delineare il quadro del grosso problema che abbiamo e che continua a insinuarsi e riemergere in forme sempre più subdole. Perché ormai a forza di alzare la voce sulla questione della discriminazione di genere chi trova ancora il coraggio di definirsi apertamente un maschilista incallito, convinto dell’innata propensione delle donne verso la cura dei figli e della casa? Beh forse qualcuno lo si trova ancora. Ma una cultura millenaria è dura a morire e conosce i mezzi per infiltrarsi dentro i luoghi inaspettati, dove sembra regnare un modo nuovo di approcciare alla realtà, alla libertà di essere e di agire delle persone.

L’esempio su Samantha Cristoforetti e solo uno fra i tanti, ma stride per le sue forti contraddizioni interne. È l’ennesimo tentativo di ridurre una grande professionista, esempio e orgoglio nazionale, al suo unico ruolo di madre, puntando sull’emotività di chi legge per suggerire un giudizio efferato e definitivo sulle presunte mancanze di responsabilità che dimostra nei confronti della sua famiglia. Semplificando: chiediamoci prima di tutto come si senta ad abbandonare i figli e il tetto coniugale e poi se avanza tempo e interesse ci occuperemo dei suoi esperimenti scientifici.

Naturalmente viene da sé che ai suoi colleghi maschi non siano mai state poste queste domande allusive, semplicemente perché non interessa a nessuno se un astronauta abbia figli e come si sentiranno a non vedere il padre per mesi. C’è una madre, c’è sempre una madre che se ne occupa.

La diplomazia e l’assoluta semplicità con cui Samantha Cristoforetti ha saputo rispondere a queste provocazioni sono l’ennesimo esempio della sua intelligenza e determinazione che l’hanno portata letteralmente fuori da questo mondo.

E che il suo elevarsi oltre tutte queste polemiche sterili e tanto piccole possano riportare anche noi a sognare un po’ più in grande, immaginando un futuro costellato di azioni e fatti concreti, portati avanti da donne e uomini che vogliono e possono raggiungere la loro Luna.

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