I primi due anni della risoluzione belga che ha cambiato i musei

A ormai due anni di distanza dal voto, la risoluzione la risoluzione belga S.7-482 rappresenta ancora il principale punto di riferimento per le politiche di prescrizione sociale nel Paese e per l’evoluzione del modello del caring museum.

L’otto marzo del 2024 il Senato belga ha approvato la risoluzione S.7-482, un testo non vincolante ma politicamente significativo che ha introdotto nel dibattito istituzionale l’idea di un approccio culturale e non farmacologico alla salute mentale — approccio di cui si era iniziato a parlare in Belgio, nella città di Brussels, già prima della pandemia di Covid-19 grazie al lavoro di Delphine Houba, assessora con deleghe su Casa, Uguaglianza delle possibilità, Turismo e Grandi Eventi per la Città di Brussels.

Il testo — presentato dal senatore Julien Uyttendaele — invita il governo federale, in collaborazione con le entità federate e con la Conferenza interministeriale della Sanità pubblica, a sviluppare politiche coordinate che riconoscano le terapie non farmacologiche come complementari a quelle farmacologiche, migliorandone l’accesso, la diffusione tra i professionisti sanitari e la possibilità di rimborso. Tra gli obiettivi: programmi di arte per la salute a livello comunitario, campagne di sensibilizzazione, coinvolgimento dei medici di base, progetti pilota di prescrizione culturale e una valutazione del KCE sui modelli di finanziamento.

«La scelta dello strumento della risoluzione», spiega Sylvain Daudier, direttore creativo e artistico per diversi progetti culturali legati alla salute tra Lille e Bruxelles e, nel 2024, assistente politico di Uyttendaele, «è stata un modo per offrire un quadro politico nazionale a pratiche emergenti e renderle visibili, in un sistema in cui competenze su sanità e cultura sono distribuite tra diversi livelli di governo».

La risoluzione non ha valore giuridicamente vincolante, ma ha conferito legittimità politica all’idea che l’arte possa contribuire al benessere psicologico e sociale, favorendo la collaborazione tra istituzioni culturali, servizi sanitari e attori del terzo settore. Per i musei si tratta di una “rivoluzione”: non più solo luoghi di conservazione o esposizione, ma spazi attivi nel promuovere il benessere psicologico e sociale dei visitatori.

«I musei stanno imparando a guardare i visitatori in modo diverso», osserva Julie Desbois-Jones, coordinatrice della rete Open Museum. «Non si tratta più solo di quante persone entrano, ma di chi resta escluso e perché». Questo cambiamento si traduce in azioni concrete: formazione del personale, ripensamento degli spazi, progettazione di programmi per persone con disabilità fisiche, visive, sensoriali o neurodivergenti, anziani, persone isolate o con problemi di salute mentale. «Un museo non è più neutro», continua Desbois-Jones, «diventa un luogo dove la cultura può intervenire attivamente sul benessere».

Un esempio? Il Design Museum Brussels. Come spiega Terry Scott, responsabile dei pubblici e delle attività del museo, «con la partecipazione al programma di prescrizione museale, siamo diventati non solo un luogo di fruizione culturale, ma uno spazio civico in grado di contribuire al benessere emotivo e sociale». Oggi un paziente può visitare il museo con un familiare o un amico senza bisogno di prenotazione, un dettaglio che amplifica l’impatto terapeutico dell’esperienza. Spazi, percorsi e mostre vengono adattati per accogliere pubblici con esigenze particolari: dalle persone con Alzheimer ai neurodivergenti, dai visitatori sensibili al sovraccarico sensoriale agli anziani isolati.

Le trasformazioni non riguardano solo le attività, ma anche la gestione degli spazi: la disposizione delle sale, la densità del pubblico, i suoni e le luci sono pensati per favorire comfort e inclusione.Secondo Eugène Lemaire, ergoterapista e responsabile del progetto, «Continuare a partecipare alla vita culturale è fondamentale per non ridurre l’identità del paziente alla diagnosi». La musica, gli oggetti e gli spazi museali evocano ricordi, favoriscono interazioni emotive e ridanno dignità e presenza ai partecipanti. Ne parla anche Eugène Lemaire, ergoterapista e responsabile di progetto Alzheimer Belgio. «Andare al museo, partecipare ad attività sociali, mantenere relazioni interpersonali non è un lusso, ma una necessità affinché l’identità di una persona non si esaurisce nella diagnosi.» «Davanti a un pianoforte antico, ad esempio, non conta sapere quando è stato costruito. Conta ciò che evoca. La musica ha la capacità di risvegliare emozioni intense e sorprendentemente vive anche nelle persone con Alzheimer. In quei momenti, la malattia sembra fare un passo indietro: la persona è presente, competente, pienamente se stessa. È un’esperienza benefica non solo per chi è malato, ma anche per i familiari, che possono rivedere il proprio caro attraverso le sue capacità, e non solo attraverso le sue fragilità», continua Lemaire. Proprio per questo, al Museo degli Strumenti Musicali di Brussels, la collaborazione tra Alzheimer Belgio, professionisti della salute e mediatori culturali ha dato forma al progetto “Les Champs de la Mémoire”. Si tratta di percorsi di visita pensati specificamente per persone con Alzheimer o malattie correlate: cicli di incontri progettati per essere accessibili, benefici e, soprattutto, piacevoli.«All’inizio le guide non erano preparate ma quattro cicli di formazione hanno colmato il divario. Grazie al sostegno della Fondazione Roi Baudouin, nel 2024 sono stati avviati tre gruppi pilota, composti da persone con Alzheimer ancora residenti a casa e dai loro caregiver. Coinvolgere chi assiste quotidianamente i malati produce effetti positivi sul benessere dei caregiver e sul rapporto con i pazienti. Le visite, brevi e in piccoli gruppi, vengono adattate agli spazi: alcuni stimolano la memoria con la musica o oggetti familiari, altri offrono esperienze sensoriali.

È in questo spostamento di sguardo — più che in una singola misura — che si misura l’eredità della S.7-482. In un contesto segnato dall’aumento del disagio mentale e dell’isolamento sociale, il passaggio simbolico è rilevante: riconoscere che la prevenzione può avvenire anche fuori dagli ambulatori, in spazi di relazione, partecipazione e significato. 

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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