Il rincaro dei prezzi della produzione agroalimentare è un fenomeno di portata mondiale rispetto al quale il riscaldamento climatico gioca un ruolo centrale.
Lo testimonia uno studio finanziato dall’Unione europea che analizza l’aumento dei prezzi di sedici prodotti agricoli presi in considerazione fra il 2022 e il 2024 a varie latitudini: tali aumenti sono causati da fenomeni riconducibili in gran parte al riscaldamento climatico quali ondate di calore, siccità, forti precipitazioni. Nel periodo considerato la presenza del fenomeno di El Niño può aver ulteriormente aggravato la situazione.
https://www.carbonbrief.org/mapped-16-times-extreme-weather-drove-higher-food-prices-since-2022/
Per fare alcuni esempi tratti dalla ricerca, la siccità ha prodotto un aumento dell’80% del prezzo degli ortaggi negli Usa, del 50% di quello dell’olio in Italia e Spagna e soprattutto del 40% di tutta la produzione agricola in Etiopia. Piogge eccezionali e fenomeni alluvionali sono invece la causa principale dell’aumento del 22% del prezzo delle patate in Gran Bretagna e del 50% di tutta la produzione agricola del Pakistan. Ondate estreme di calore sono alla base dell’aumento del 280% (!) del prezzo del cacao nell’Africa occidentale, del 48% del riso giapponese mentre in India il prezzo delle patate è cresciuto dell’’81% e quello delle cipolle dell’89%. L’India è uno dei principali produttori del mondo di cipolle che hanno un’importanza fondamentale per le abitudini alimentari del Paese e che vengono anche esportate in Paesi limitrofi. In passato, in periodi di crisi ,il governo indiano ha imposto dazi o addirittura il divieto di esportazione per proteggere il mercato interno, provocando agitazioni sociali nel Paese e ripercussioni che hanno colpito soprattutto il Bangladesh.
Aumenti di questa portata aggravano per molte famiglie l’insicurezza alimentare in quanto le costringe ad aumentare in modo significativo la percentuale di reddito necessaria per procurarsi il cibo o addirittura a rinunciare ad alcuni prodotti con gravi ripercussioni sulla qualità della propria alimentazione e con conseguenti ricadute sulla salute. Nelle situazioni estreme naturalmente questo può aggravare la povertà alimentare fino alla soglia della denutrizione, fenomeno che colpisce ovviamente in modo più significativo regioni del mondo complessivamente povere ma che non è estraneo a fasce di popolazione anche dei Paesi più ricchi. Questi aumenti inoltre infiammano l’inflazione su scala mondiale e in alcuni casi determinano instabilità politica e sociale come l’esempio indiano dimostra.Si viene inoltre a creare un ulteriore aumento delle differenze economiche fra Paesi ricchi e Paesi poveri ma anche all’interno delle società più ricche.Anche aspetti speculativi a vari livelli della filiera alimentare si innestano facilmente nel contribuire a riscaldare ulteriormente i prezzi.
Alle nostre latitudini, mentre si attenua per motivi stagionali la polemica sul caro spiagge, è apparso in tutta la sua evidenza in particolare il problema dell’aumento vertiginoso dei prezzi della frutta di stagione: ciliegie e albicocche sono ormai diventati prodotti di lusso, facendo registrare in luglio aumenti dei prezzi all’ingrosso rispettivamente del 100% (!) e del 44 % rispetto a un anno fa mentre anche il prezzo delle varie qualità di pesche ha avuto incrementi importanti. Si tratta di un aspetto del problema generale che colpisce il mercato ortofrutticolo al punto da rendere arduo se non impossibile per molte famiglie il mantenimento di una dieta sana e equilibrata.
La Coldiretti denuncia per l’Italia una diminuzione di 300.000 ettari delle superfici coltivate a frutta e verdura e il taglio di 200.000 alberi da frutta negli ultimi quindici anni; molti agricoltori abbandonano o riducono la loro attività nel settore per i danni subiti a seguito di eventi estremi riconducibili al riscaldamento globale. La crisi climatica favorisce inoltre il diffondersi di parassiti quali la mosca Suzuki e la cimice asiatica, difficili da contrastare.Questo ha determinato un calo del 30% della produzione di frutta fresca, con importanti perdite di posizione dei prodotti italiani sui mercati internazionali. Anche verdure, patate pomodori e carote, hanno subito diminuzioni importanti nella produzione con conseguenti aumenti dei prezzi.
Su scala mondiale l’allarme viene lanciato anche dalla Fao che, nel suo recente rapporto sulla situazione alimentare del mondo, denuncia il pericolo costituito dall’aumento dei prezzi alimentari, a cui, oltre la crisi climatica, contribuiscono anche i numerosi conflitti in corso.
https://openknowledge.fao.org/items/ea9cebff-306c-49b7-8865-2aef3bfd25e2
L’obiettivo posto dall’Agenda dell’Onu di porre fine a ogni forma di malnutrizione entro il 2030 appare a questo punto utopistico ma questo non deve esimere dal compiere ogni sforzo in questa direzione, superando il più possibile il fatto che attualmente le diete sane non sono economicamente accessibili a larghi strati della popolazione mondiale.
I dati riportati dovrebbero a convincere anche i più scettici del fatto che le conseguenze del riscaldamento globale colpiscono già ora, sia pure in modo diverso, tutta la popolazione mondiale; questo dovrebbe indurre i governanti di tutto il mondo a provvedimenti incisivi per salvaguardare la produzione agricola in un quadro di contenimento della crisi climatica
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