Il pianeta dei frigoriferi e il futuro del cibo

Mauro Balboni è nato a Bolzano nel 1958.  Laureato in Scienze agrarie all’Università di Bologna è stato per oltre trent’anni dirigente di livello internazionale nel settore dell’agroindustria. Si è occupato di ricerca e sviluppo, svolgendo la propria attività prevalentemente in Austria( da cui curava i rapporti con l’intera Europa orientale negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino) e in Inghilterra, prima di approdare in Svizzera, dove attualmente vive.

Nel 2017 ha pubblicato Il pianeta mangiato https://books.google.ch/books/about/Il_pianeta_mangiato.html?id=zwXcnAAACAAJ&redir_esc=y

 Sconfinamenti ringrazia Mauro Balboni per aver accettato l’invito a illustrare le tematiche che sono alla base del suo nuovo saggio di recente pubblicazione

Accetto con piacere la proposta di Sconfinamenti di presentare il mio nuovo libro: Il pianeta dei frigoriferi. Segnali dal futuro del cibo, appena uscito per i tipi di Scienza Express. È un viaggio alla ricerca di segnali che ci permettano di prefigurare che cosa realmente mangeremo nel 2050, e come lo produrremo.

Perché scrivere un libro su questi temi? Perché il dibattito sul cibo è oggi tropo spesso dominato da temi aneddotici ma poco basati su dati e fatti reali: pensiamo – un esempio per tutti – al favoleggiato “ritorno dei giovani alla terra” che in realtà stride con il fatto che l’umanità si trova nel pieno del più grande esodo rurale della storia. O alle molte, troppe, autocertificazioni di “sostenibilità” e di “natura” che ormai inficiano e banalizzano i messaggi rivolti a noi consumatori. Dobbiamo capire il presente, e quali tendenze lo stiano modificando, per dare forma al futuro e non subirlo. Quasi scherzando (ma in realtà è argomento serissimo, visto per esempio l’uso e abuso di informazioni che è stato fatto con il Covid 19), possiamo dire che il libro è «in missione per conto di dati e statistiche».

Perché scriverlo proprio ora? Semplice: la domanda di cibo continua ad aumentare, globalmente, trainata da Asia e altri Paesi emergenti; ma la terra fertile pro capite continua a calare. E il cambiamento climatico sta aggiungendo problemi ai problemi: particolarmente colpito quest’anno il Nord Italia, con stime di perdita di produzione agraria del 30%; vuol dire che per ogni 3 quintali di frumento o di mais che pensavamo di raccogliere, uno non ci sarà. Insomma, gli ingredienti di una tempesta perfetta. Alcuni perfettamente visibili, altri meno. Da ricercare, quindi, con attenzione.

Perché i frigoriferi nel titolo? Perché non esiste elettrodomestico che abbia avuto maggiore impatto sul nostro stile alimentare: noi diamo per scontato oggi di mangiare alimenti raccolti, macellati o pescati dall’altra parte del mondo, e farlo magari a mesi di distanza.  Ma solo due generazioni fa questo era impossibile, anche in Europa. Ebbene, ci abbiamo messo un secolo per arrivare al primo miliardo di frigoriferi (il primo modello apparve in America nel 1927).  Per il secondo miliardo ci vorranno pochi anni. Perché adesso se lo stanno comprando in massa i nuovi consumatori del mondo in Asia e Africa; questo fatto, in sé positivo, sta causando il cambiamento finale nella geografia agroalimentare del mondo. Aumentando la pressione sulle risorse necessarie a produrre il cibo, come acqua e terra fertile.

Ci si chiederà qual è il problema, esattamente. Come sempre, il problema nasce da una combinazione complessa di eventi: la crescita demografica, che continua al ritmo di oltre 80 milioni di nuove bocche ogni anno; la più estesa urbanizzazione della storia umana (3 milioni di persone che lasciano le campagne per sempre, da qualche parte nel mondo, ogni settimana!); la crescita del reddito disponibile alle famiglie in continenti fino a pochi anni fa lasciati all’indietro. Questi fenomeni stanno avvenendo su una scala che non ha precedenti. E stanno cambiando l’alimentazione umana: nel 1960, il cinese medio aveva a disposizione 1500 kilocalorie, oggi ne ha 3000, quasi come americani e europei. Nel 1960 le calorie erano perlopiù derivate da vegetali, oggi sempre più da proteine animali e cibo trasformato. La crescita della domanda alimentare globale è inarrestabile. Dall’altra parte, però, un fenomeno drammaticamente ignorato: la terra agricola a disposizione di ogni essere umano continua a diminuire: è dimezzata dagli anni ’60 ad oggi. Non a caso, uno dei capitoli del libro si chiama La fame di terra.

Gran parte della terra migliore esistente sul pianeta è già stata messa a coltura nel corso della storia. Oggi siamo a circa un miliardo e mezzo di ettari coltivati (50 volte l’intera superficie italiana, per avere un’idea). La superficie residua che potrebbe, teoricamente, essere messa a coltura non è un’opzione praticabile: si tratta principalmente di ecosistemi forestali intatti, o quasi, in Sudamerica, Africa e Asia sudorientale. Proprio quelli che, firmando un trattato dopo l’altro, ci siamo impegnati a salvare per mitigare il cambiamento climatico e salvare quanto resta della biodiversità. No, non abbiamo nuove frontiere da dissodare; dobbiamo produrre più cibo con la terra che abbiamo. Produrre di più con meno: un tema che oggi affiora continuamente e non solo in riferimento al cibo.

Questi i principali problemi. Quali le soluzioni? Quando arriva questa domanda, la tendenza è oggi quella di saltare subito a qualche conclusione preconfezionata. Quella che fa più comodo a ciascuno di noi: non mangiare più questo, mangiare solo quello e via dicendo. Ignorando che le nostre scelte individuali, per quanto condivisibili, non risolvono nulla se non raggiungono la scala necessaria attraverso le scelte della politica.  Il Pianeta dei frigoriferi ha l’ambizione di agevolare una ripartenza generale del dibattito sul cibo: partiamo dai dati e mettiamo sul tavolo tutte le opzioni, senza preclusioni ideologiche. Usiamo tutte le risorse che abbiamo: genetiche, chimiche, biologiche, biomimetiche, digitali, meccatroniche. Guardiamo anche a quello che abbiamo fatto di buono in passato (penso ai sistemi policolturali rispetto alle monocolture). Non ci sarà una soluzione buona per tutti gli usi e dovunque, ma molte componenti concorreranno alla soluzione.  Una cosa è chiara: dobbiamo produrre più cibo con meno risorse, a cominciare da quelle critiche come terra fertile e acqua e senza ulteriore danno ai servizi ecosistemici. Serve una governance interdisciplinare, sia a livello nazionale sia a livello globale, sul futuro del cibo.

Per chiudere, un messaggio di fiducia. Perché Il Pianeta dei frigoriferi, pur non nascondendo e anzi mettendo bene in chiaro problemi e sfide da superare, è un inno all’innovazione e alla fiducia. Prendiamo ad esempio l’Italia: dal 1960 a oggi la superficie agricola è dimezzata. Eppure, gli italiani mangiano come non mai nella loro storia (al punto che oggi mangiano troppo e male, come dimostrano le drammatiche statistiche sull’aumento di sovrappeso e obesità, soprattutto giovanile e infantile). È stato quindi possibile disaccoppiare l’aumento della produzione agraria dall’aumento del consumo di terra. Bisogna però innovare e produrre di più e meglio sulla terra che ci è rimasta. E guardare con tranquillità alle opzioni che abbiamo per il futuro. Tornerà tutto come era una volta? No, e per fortuna. I mangiatori del 2050 non avranno che vaghe idee dell’agricoltura “di una volta”. L’importante è che il loro cibo sia coerente con le altre drammatiche sfide di oggi e domani: non solo sfamare il mondo ma mitigare il cambiamento climatico e salvare la biodiversità.

Per chi vuole saperne di più: Il pianeta dei frigoriferi. Segnali dal futuro del cibo (Scienza Express, 2022), fresco di stampa.  https://scienzaexpress.it/libro/il-pianeta-dei-frigoriferi/

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