Dal giorno in cui Justin Harrison riceve la diagnosi della malattia di sua madre, cancro al quarto stadio alla cistifellea, lui registra tutte le telefonate con lei, accende una videocamera quando sono insieme, salva 3800 pagine di messaggi che si sono scambiati. Vuole conservare le sue espressioni facciali, le variazioni del suo tono di voce, vuole preservare soprattutto la versione di se stesso che esiste soltanto con lei.
Poi svuota i suoi fondi pensione, vende la sua casa e investe tutto in un’intelligenza artificiale generativa in grado di interpretare Melody, la madre di Justin.
Il motto della sua app è: “non dovrai mai più dire addio”.
Il rapporto di Justin Harrison con sua madre Melody, come lui stesso ha raccontato, è sempre stato molto forte. Figlio di una mamma single appena ventenne, Justin ha dichiarato di essere fondamentalmente “cresciuti insieme”. In seguito alla morte improvvisa della nonna per un ictus, Melody non ha retto la perdita ed è caduta nell’alcolismo. Da quel momento i ruoli tra madre e figlio si sono invertiti.
Una volta cresciuto ha puntato sulla tecnologia, su cui confida che abbia il potere un giorno di liberarci tutti. Nel 2023 Melody muore e OPEN AI rilascia CHAT GPT 4, un’intelligenza artificiale conversazionale, che diventa uno strumento quotidiano per milioni di persone. Qualche settimana dopo Justin lancia la sua azienda che vuole “riportare in vita” i propri cari defunti.
Esistevano già precedenti. Nel 2017 per esempio Eugenia Kuyda fonda Replika, una app di chatbot che crea un compagno virtuale personalizzato, progettato per offrire supporto emotivo, conversazioni empatiche e amicizia. L’IA impara dalle conversazioni per imitare lo stile dell’utente, evolvendosi nel tempo e permettendo di instaurare relazioni simulate di legami, anche di natura sentimentale.
Nel frattempo i Death bot, così vengono chiamati quelli specifici che si rifanno a soggetti non più in vita, escono dalla sfera privata e cominciano a fare politica. Come nel caso di Joaquin Oliver, il ragazzo che pur essendo stato ucciso nel 2018 a diciassette anni in una sparatoria a scuola in Florida, nell’agosto del 2025 “appare” in un talk show americano. Il padre ha creato un avatar addestrato su tutti i post del figlio sui social e ora lo porta in giro per gli studi televisivi per fare campagna contro il possesso libero di armi.
Queste possibilità offerte dall’intelligenza artificiale aprono a una nuova rappresentazione dei morti. C’è una sostanziale differenza tra una foto, un messaggio o un video che ci permettono di mantenere vivo il ricordo di una persona per come l’abbiamo conosciuta e ci siamo relazionati a lei e un’intelligenza artificiale generativa che permette al defunto di dire e fare cose nuove, che non ha mai detto o fatto in vita.
È stato chiesto a Harrison se non teme il rischio di confusione emotiva negli utenti ma la sua convinzione rimane quella che le conseguenze di molti lutti, come il rischio di cadere in comportamenti autolesionisti e in dipendenze, rimangono molto più alte e che la sua app non potrà sicuramente apportare più dolore di quello che già vive chi deve fare giornalmente i conti con una perdita.
Chiaramente non sarà Harrison a risolvere tutte le domande e le riflessioni che emergono da questa innovazione tecnologica, a partire da quella più spinosa: dobbiamo considerare il dolore umano alla stregua delle malattie, della vecchiaia e del declino cognitivo? Ossia un “problema da sconfiggere”?
Potete già intuire, se mi conoscete o vi è capitato di leggere qualche mio articolo, come sono portata a rispondere a questa domanda. Credo che sia proprio la consapevolezza della nostra mortalità e l’inevitabile confronto con la perdita degli altri l’origine di tutta l’espressività umana e delle risposte spirituali che nei secoli abbiamo creato e difeso, nel bene e nel male. La filosofia, l’arte, la musica, la letteratura, sono tutte risposte per convivere alla fragilità, al senso di finitezza insostenibile con cui dobbiamo fare i conti per tutta la nostra esistenza.
Tanto per fare uno degli esempi più recenti, in seguito all’uscita del film Hamnet che tratta proprio il lutto di William Shakespeare e di sua moglie per la morte del figlio, sembra che sia proprio in seguito a quel dolore atroce eppure inevitabile che il più grande drammaturgo inglese di tutti i tempi abbia scritto una delle sue opere più complesse, enigmatiche e dolorose: Amleto.
Partendo dal presupposto che il dolore è necessario per continuare a esplorare gli abissi stratificati dell’animo e della condizione umana, subentrano altri quesiti. Il primo è: cosa ci manca realmente della persona defunta? Il bisogno a cui risponde la app di Harrison fa protendere verso l’ipotesi che più della persona stessa manchi quella parte di noi che si relazionava a lei e che, grazie a questo avatar possiamo recuperare. Mi riferisco per esempio, nel caso della morte di un genitore, a quel nostro ruolo di figlia o figlio che abbiamo perduto, perché quelle specifiche dinamiche, spesso anche complesse e contraddittorie, stimolavano sensazioni ed emozioni esclusive, non riproducibili con altri individui.
Poter continuare a conversare con la propria madre per esempio, quando abbiamo bisogno di un consiglio o anche solo di un po’ di conforto, sentendoci rispondere esattamente nel modo in cui ci aspettiamo da sempre, con quella particolare espressione del viso o tono di voce, può indubbiamente alleviare il dolore, sul momento. Dall’altro lato il rischio è quello di un procrastinare infinito la possibilità di lasciare andare quella parte di noi, privandoci dell’opportunità di evolvere e cambiare, che è insito nel nostro percorso di adulti, rimanendo avvinghiati a un simulacro.
Infine un ultimo punto sensibile che emerge, nel momento in cui questo utilizzo sconfina dalla sfera privata, è il diritto del defunto all’utilizzo della propria identità a scopi pubblici e politici. È un ambito completamente nuovo e in costruzione ma l’urgenza della regolamentazione preme, altrimenti rischiamo di ritrovarci in un territorio estremamente rischioso in cui un esercito di avatar si contendono con i vivi lo spazio di divulgazione, propaganda, protesta. Chi stabilirà a quel punto i limiti alla manipolazione oltre al sacrosanto diritto di chi non c’è più di sparire?
Nel più apocalittico degli scenari quello che emerge è l’immagine di uomini e donne immortali, in grado di continuare a interagire, influenzare, comandare e muoversi in un mondo in cui vivi e morti convivono in un spazio sempre più affollato e caotico. Un mondo dove gli esseri umani hanno tirato giù Dio dai cieli, trasformandosi essi stessi in divinità immortali, controllati e dipendenti da quelle stesse macchine create da loro. Alle quali, grazie all’eliminazione totale del dolore, finiranno per assomigliare sempre di più.


