di Samantha Ianniciello

La mia casa: dov’è? Qual è la risposta migliore che si può dare a questa domanda?

Si potrebbe pensare ai luoghi dell’infanzia, a dove vivono le persone a noi più care, a dove lavoriamo e dove magari, intanto, abbiamo comprato un appartamento e creato una famiglia.

Probabilmente è una domanda che si pongono tutti coloro i quali vivono il distacco dai luoghi di origine. Può portare a risposte molteplici, se per ogni fase della nostra vita si sono avute esperienze, affetti, legami e ricordi ognuno dei quali legato ad un ambiente diverso.

A volte possiamo scegliere il luogo in cui vivere e forse affrontiamo con maggiore serenità tutte le inevitabili difficoltà che la vita ci impone. Tutto sommato la “comfort zone” è fatta di benefici e vantaggi innegabili, altrimenti non si chiamerebbe così: una rete di amicizie, il calore di legami inossidabili e la familiarità con tutto il contesto territoriale.

Per molti altri il corso della vita decide diversamente: scelte affettive, lavorative, implicazioni legate ai figli, ci portano a vivere in contesti molto lontani dai luoghi dell’infanzia e nonostante i molti anni già spesi altrove, un senso di estraneità pervade all’improvviso i nostri animi.

La giornata sembra scorrere tranquilla come tante altre, ma la malinconia è strisciante, si insinua nelle pieghe di una maglietta che stiamo riponendo nel cassetto oppure, osservando distrattamente una foto che attraversa la cornice digitale in salotto.  Sembra un lampo che squarcia la nostra quotidianità, come una piccolissima scossa elettrica che ci pizzica la mano. 

È li che sussurra nell’orecchio chiedendoti se ne è valsa la pena.

Contiamo rapidamente i giorni che ci separano dal tornare al “nostro posto”.
Aspettiamo il momento della partenza, di quello che in gergale si definisce vacanza, ma che spesso non lo è mai, perché è una maratona di ore di viaggio, giri dai parenti, saluti ai vecchi amici, appuntamenti dal terapista-di-cui-mi-fido.
E lì nel turbinio del ritorno a casa arriva la realizzazione che le stagioni cambiano e che gli anni passano.

Scoprire così che il ritmo delle persone che hai lasciato è diventato diverso dal tuo. 
Realizzare, con una certa sorpresa, che la circostanza è la stessa, ma il punto di vista di chi ti circonda e, che pensi di conoscere, non è più lo stesso.
Capire che il tuo modo di ragionare ora prevede tante prospettive diverse, quanti sono i luoghi che hai vissuto, le esperienze che hai assorbito, i nuovi ragionamenti e punti di vista che hai ascoltato.
Sentirsi come la tessera di un puzzle che ha cambiato un bordo. 

La vita scorre e per noi il fiume ha preso un’altra direzione, o forse molteplici direzioni. Allora da casa torniamo a casa.

Ritorniamo, dunque, ai nostri progetti, allo studio, al lavoro, ai problemi di tutti i giorni, alle preoccupazioni di tutto ciò che implica il concetto di “lontano da casa”.

Tutti coloro che lasciano la loro terra di origine vivranno sempre nel dualismo della propria casa: quella da cui provengono, la loro impronta, in cui sono nati, da cui portano con sé i ricordi dell’infanzia e quella in cui vivono oggi e che li ha forgiati come la persona che sono adesso.

Mi viene in mente la leggenda dell’araba fenice.
L’araba fenice, si narra, abbia lacrime dalle potentissime proprietà curative, e la capacità straordinaria di rinascere dalle proprie ceneri. Ogni 500 anni costruiva un nido sopra ad un albero, vi si adagiava sopra e attendeva di essere bruciata dai raggi del sole. Poi, una volta morta, dalle ceneri risorgeva. Secondo la leggenda dalle ceneri emergeva un uovo che, grazie al calore dei raggi solari, cresceva molto rapidamente, facendo nascere la nuova fenice nel giro di tre giorni. 
Una volta spiccato il volo, l’uccello mitologico raggiungeva Heliopolis e ricomincia la sua lunga vita.
La narrazione dell’araba fenice, simbolicamente, ci parla della possibilità e capacità di rinascere: essa ci parla della possibilità di rinnovarci pur rimanendo noi stessi.

La prospettiva di chi tutte le volte si ricostruisce come l’araba fenice, è la prospettiva di chi si riconosce in questo brano. È la prospettiva di quelli che, tutte le volte, abbandonano il loro luogo di origine e rivivono la propria vita in un posto lontano.

La nostra casa è proprio quel nido, quello in cui tutte le volte instauriamo legami che segnano il nostro percorso, in cui cresciamo come uomini e assaporiamo grandi soddisfazioni e amare delusioni.  In cui i progetti rompono il guscio e come uccelli sono pronti a librarsi in volo.

La nostra casa è dove la nostra quotidianità scorre ogni giorno e noi con essa.  Ma senza che la corrente ci trascini via, perché nel frattempo abbiamo anche imparato a nuotare controcorrente.