“La mia vita con John F. Donovan” è un involontario tributo a Heath Ledger

Quando le similitudini tra un’opera con protagonista una figura di fantasia e una figura realmente esistita diventano tante, non può esserci una coincidenza a parer mio. È il caso del film del 2018 La mia vita con John F. Donovan, del promettente regista canadese Xavier Dolan, questo il suo primo film in lingua inglese. L’ho visto solo recentemente e non ho francamente capito la stroncatura delle critiche internazionali a quest’opera, che non è un capolavoro, ma nemmeno un film da poco. Credo che le critiche siano state rivolte a una certa autoreferenzialità autoriale ed estetica, che però non trovano riscontro obiettivamente nella trama dell’opera. Vedendolo ho avuto la ferma sensazione di assistere a una sorta di biografia anche di un altro attore realmente esistito, di successo e precocemente scomparso: Heath Ledger.

A Praga, nel 2017, un giovane attore emergente che sta girando un film in città, Rupert Turner, racconta ad una troppo occupata giornalista internazionale freelance di questioni ambientali, Audrey Newhouse (Thandie Newton), il rapporto epistolare ed ambiguo di quasi dieci anni prima col celebre attore americano John Francis Donovan (Kit Harington), morto prematuramente nel 2006, per un’overdose di psicofarmaci nella sua casa di New York. Donovan era una stella dello spettacolo, affascinante, amato da grandi e piccini, nonostante girasse serie tv di scarso contenuto intellettuale e film sui supereroi. Il personaggio interpretato da Harington offre uno spaccato di vita che ricorda tremendamente quello di Ledger che ne mima l’insofferenza per i media e i compromessi con la fama e lo star system. Rupert Turner è un bambino inglese che nei primi anni Zero inizia a scrivere lettere al suo idolo, con somma perplessità della madre single (Natalie Portman, che tenterà in tutti i modi di distoglierlo da questa sua “attrazione” fino alla fine) e John ad un certo punto inizia a rispondergli, confidandogli per anni la sua esistenza tormentata e iniziando anche a suscitare l’interesse della scettica giornalista verso la vicenda. Il film gioca sul doppio filo dell’ambiguità di un bambino amante del cinema e della recitazione, che sogna di diventare un attore e viene bullizzato dai suoi compagni di classe per la sua sensibilità (e forse per la sua omosessualità) e sul suo rapporto platonico con John Francis Donovan, che vive nel successo, ma anche nella menzogna essendo un omosessuale represso. Frequenta di nascosto degli uomini e usa una fidanzata di copertura, poiché siamo in un’epoca in cui a Hollywood non è ancora consentito a tutti vivere la propria sessualità alla luce del sole, potrebbe far perdere contratti e ammiratori. L’attore ha anche un rapporto difficile con la madre (Susan Sarandon) eccentrica e possessiva, da cui ha sempre tentato di distanziarsi. A neanche trent’anni, Donovan soffre di insonnia e gli si è fatto il vuoto intorno tra la manager che lo abbandona (Kathy Bates) insieme ai produttori, a causa dello scandalo delle lettere a Turner; così sembra iniziare una spirale discendente, fino al tragico epilogo a soli ventinove anni, proprio quando Rupert arriva a New York dall’Inghilterra con la madre per fare un altro provino e spera di incontrare il suo idolo. La notizia data dalle emittenti tv della tragica scomparsa di Donovan è pressoché identica a quando, la sera del 22 gennaio 2008, venne annunciata la tragica morte per un’overdose di psicofarmaci dell’attore australiano Heath Ledger, a soli ventotto anni, nella sua casa del quartiere di Soho, – da pochi mesi separato e in lotta con gli avvocati per poter vedere la figlia – anche lui all’apice del successo, ma con la differenza che non stava vivendo una spirale discendente e che forse non era neanche bisessuale. Tuttavia le analogie col personaggio del film di Dolan, specialmente per le due morti, a mio parere e non solo, persistono e, nonostante la stroncatura della critica internazionale, resta un’opera valida anche se non un capolavoro. La corrispondenza epistolare invece si ispira alla lettera scritta da Dolan bambino negli anni ’90 al suo idolo di allora: Leonardo Di Caprio, a cui però non seguì alcuna risposta.

Ledger, proprio come Donovan, attraeva per la sua mente insondabile, la sua insofferenza verso la ferocia dei media, nonostante rispetto al secondo fosse un attore ben più versatile e capace, tanto da meritarsi un Oscar postumo nel 2009 per il suo ruolo di Joker ne Il Cavaliere Oscuro. Il film però che lo lanciò nell’empireo delle grandi stelle fu I segreti di Brokeback Mountain del 2005, di Ang Lee, che ruppe il soffitto di cristallo a Hollywood più di ogni altro film precedente sui diritti LGBT mostrando due cowboy bisessuali. Un ruolo che lo inseguì fino al resto dei suoi giorni, ma di cui andava fiero. Si speculò molto anche del suo ruolo come Joker, tanti hanno affermato fosse morto per quel ruolo da psicopatico assassino: come Donovan non si saprà mai con certezza se l’overdose sia stata accidentale o voluta, anche se ormai si è escluso il suicidio “voluto”. Ledger era una personalità forte da una parte, tale da non farsi manipolare dal sistema, ma dall’altra parte dotato di estrema sensibilità e quindi vulnerabilità, che lo portò a vivere in maniera eccessiva ogni personaggio che interpretava. Di sicuro il cinema ha perso un grande talento di grande fascino che rimarrà, anche per la sua tragica fine, un mito.

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