Le app d’incontri per maschi non fanno più incontrare?

Le applicazioni d’incontri nell’era degli smartphone stanno smantellando le classiche conoscenze online per incontrarsi dal vivo. Se un tempo ci si connetteva su Internet per trovare ciò che si poteva trovare in bar, locali, discoteche, oggi è divenuto un canale irrinunciabile per mostrarsi a persone vicine e lontane, coi propri status symbol, il proprio ceto sociale, le proprie vacanze, le proprie virtù e… i propri difetti. Ma soprattutto oggi le app d’incontri non servono più per incontrare gli altri.

Questo accade soprattutto nel mondo omosessuale, dove le interazioni online sono maggioritarie da quando esistono i mezzi per farlo. Il ghosting, cioè lo sparire dalla vita di un’altra persona (sia solo su internet, che nella realtà quotidiana) nella comunità gay è un fenomeno di grossa diffusione, secondo me più che tra gli eterosessuali, nonostante sia un comportamento tipico della società di oggi, dove tutti si sentono protetti da semplici opzioni di blocco o non scrivere/telefonare/cercare più chi non riteniamo più utile per noi. Sulle app per maschi la tendenza a sparire è perpetuata da una cultura dell’hook up, “agganciare qualcuno” in inglese, che si è instaurata fin dagli anni ’80 nella cultura gay statunitense e si è materializzata oggi in nuove forme più insidiose.

Dopo la pandemia, nel mondo gay la tendenza a non uscire neanche più per un’avventura o bere qualcosa si è amplificata ed è stata protetta dagli schermi. Le cause che inducono i ragazzi sulle applicazioni d’incontri a sparire dopo una prima interazione, in cui hanno mostrato peraltro tanto affiatamento, sono più di una: la prima è il fatto che le chat inducono le persone a correre, ad andare avanti talvolta pure precipitosamente, guidate dal desiderio, dagli ormoni, dall’entusiasmo, senza riflettere e sovrastimando le qualità dell’altro. Accade così che poi, dopo un giorno, si rivaluti la situazione e si ricosiderino gli entusiasmi iniziali. La seconda è che le app sono un mercato (vivono di chi le scarica e se tutti trovassero l’anima gemella fallirebbero), dove si entra in contatto con più “prodotti” (i potenziali spasimanti, fidanzati, amici, conoscenti); pertanto, quando si riesce ad aprire la chat con un prodotto migliore (cioè il ragazzo più sexy, più dotato, più muscoloso, più stimolante), i prodotti precedenti (le precedenti chat) vengono immediatamente cestinati e spessissimo abbandonati senza riguardo. La terza è che ci sono persone non tanto desiderose e/o capaci di concludere qualcosa concretamente. Quindi, quando si avvicina il momento di passare ad una interazione diretta, vuoi per il sopraggiungere di eventuale ansia, fastidio, pigrizia, vuoi perché lo spostamento al di fuori delle app non è realmente desiderato o atteso, questi individui si sottraggono alla controparte “sparendo” dalla circolazione. La quarta, infine, è che spesso, nella conversazione ci si accorge, improvvisamente o comunque in modo rapido, che il ragazzo con cui si è in contatto in realtà non è il proprio tipo (emergono nuove foto meno belle, oppure nel parlare/scrivere si notano incompatibilità caratteriali ed intellettuali che rendono impossibile o quasi continuare a leggersi e sentirsi).

Ebbene, considerando il tipo di luogo cibernetico, l’assenza di regole del gioco, il filtro costituito da un medium come il proprio telefono, non ci si sente minimamente vincolati all’osservanza di correttezza e di umanità: basta semplicemente ignorare, bloccare e ogni noia è terminata, la deresponsabilizzazione è compiuta e può ovviamente continuare ancora e ancora. Si ritorna sconosciuti come poche ore, o minuti, prima, e nessuno ci ha messo realmente l’impegno. Se per la comunità omo e bisessuale i siti e le app d’incontri dovevano servire ad avvicinare migliaia di uomini lontani, divisi da omofobia, ostracismo e provincialismo, oggi li hanno di nuovo allontanati. Il problema è l’utilizzo che se ne fa, non il medium in sé, ovviamente diremmo noi. Ma si può rieducare la gente ad usare delle app d’incontri non come scaffali del supermercato, quando sono nate con tale scopo?

No, dico io, poiché sono il riflesso di com’è il mondo là fuori. Ma ora sono divenute qualcosa di diverso. Sarebbe come se entrassimo in un supermercato e non comprassimo le merci esposte, ma poi… le persone sono merci? Certamente no, ma ci trattiamo come tali, è più comodo, semplice e veloce: le merci non hanno una coscienza, non pensano, esistono per essere comprate, usate e gettate e così i sentimenti diventano ininfluenti, dato che gli oggetti non li hanno. Cosa fare, quindi? Rompere il cerchio nel nostro piccolo. Individuare chi su queste app (e là fuori), fin dai primi momenti, è seriamente intenzionato a conoscerci, a combinare qualcosa o chi ci ignora e perde tempo fin dai primi minuti, anche dopo un certo interesse. In tal caso, togliamo il disturbo, senza stare troppo a chiedersi se fossimo noi gli sbagliati.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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