Ammetto di non aver mai avuto tante difficoltà a trovare un tema da approfondire o su cui aggiungere qualche personale riflessione per un mio articolo. Ho passato giorni a chiedermi: con quale notizia vuoi cominciare questo 2026? Ma la risposta non è ancora arrivata.
Mi sono chiesta se avesse senso aggiungere qualcosa allo strazio che telegiornali, video e servizi sensazionalistici ci hanno offerto sull’incendio a Crans-Montana, permettendoci di assimilare il dolore degli altri come un qualcosa di tangibile, posizionato in punti molto precisi del corpo.
Come sempre è stata persa l’ennesima opportunità per concedere a quelle facce straziate dalla pena la dignità dell’anonimato. È possibile, senza neppure troppo sforzo, recuperare on line il volto di ogni singolo ragazzo morto in quel rogo, con tanto di descrizioni dettagliate sulle personalità di ognuno.
Ci si è scandalizzati e aggrappati al fatto che proprio nella “perfetta Svizzera” potesse verificarsi un simile errore umano. Si è criticato, giudicato, discusso animatamente e si sono cercate le immagini che aiutassero ad innescare la compassione. Così abituati a “sentire” solo se esposti alla realtà più cruda e indecorosa, ci siamo fiondati come sciacalli sui resti ancora fumanti di una tragedia che meritava da parte nostra solo il rispetto di retrocedere, abbassare lo sguardo e lasciare a quel dolore un confine privato.
Poi, mentre ancora gli sguardi di tutti erano puntati in Europa, l’uomo più potente del mondo decide arbitrariamente, ignorando qualunque accordo etico e di diritto internazionale, di bombardare uno stato dell’America latina, prelevarne il presidente e sua moglie e deportarli negli Stati Uniti per poi sottoporli a processo. Anche sulla gravità di questo fatto giornaliste e giornalisti hanno già divulgato ogni possibile ipotesi sui moventi, sugli aspetti più controversi e sviscerato ogni pronostico sui vari quadri futuri che possono attenderci.
Vi consiglio a questo proposito la puntata speciale di Stories, il podcast di Cecilia Sala che dialoga a caldo con Mario Calabresi sulla vicenda e sulle sue ipotetiche ripercussioni.
E mentre siamo ancora tutti con gli occhi puntati sul Venezuela, per comprendere anche le varie reazioni da parte della popolazione venezuelana, a Minneapolis ci raggiunge la notizia che un poliziotto federale dell’ICE ha sparato e ucciso una cittadina americana di trentasette anni, Renee Good, disarmata, che si è rifiutata di scendere dalla sua auto ad un posto di blocco.
La reazione dell’opinione pubblica, anche in questo caso è stata immediata e molto forte, dal sindaco di Minneapolis che ha dichiarato pubblicamente che la presenza dell’ICE ha portato soltanto caos, mancanza di sicurezza e morte, alle manifestazioni dei cittadini che sono subito scesi in strada in vari stati per protestare contro la violenza della polizia che il regime di terrore di Trump sta fomentando.
A noi restano nuovamente i video delle varie camere che hanno ripreso in diretta la scena dell’omicidio e questo senso di scricchiolamento delle fondamenta sociali e politiche su cui siamo abituati a definire il nostro civilissimo Occidente.
Non si può dire che questo 2026 sia partito con segnali di speranza. Anzi, non siamo neanche a metà gennaio e ci sentiamo già drenati, estremamente confusi, molto fragili.
Mentre a Gaza i sopravvissuti continuano a resistere in condizioni estreme, peggiorate dal clima e dal voltafaccia internazionale che sembra aver decretato la fine dell’emergenza umanitaria senza le reali condizioni per una tregua.
Insomma, sento che spendere parole, aggiungerne a questo bombardamento di fatti nefasti, risulta inutile oltre che molto difficile.
Non ho d’altro canto soluzione al macigno che ci tiene inchiodati alla consapevolezza della nostra fragilità umana. L’indicibile imprevedibilità e insensatezza degli eventi per cui il giorno prima stai portando tua figlia a scuola e quello dopo un poliziotto federale, preso da un panico ingiustificato, perde il controllo della situazione e ti uccide. Tutto questo senza neppure il riconoscimento delle responsabilità, né da parte dell’ICE né tantomeno da parte del Presidente degli Stati Uniti che anzi gli ha assicurato l’immunità assoluta. La percezione è quella di essere soltanto pedine instabili di un gioco molto più grande.
L’unica blanda strategia che ho trovato e che nel mio caso sembra funzionare resta quella del riconoscere e praticare quella forma di gratitudine essenziale che ci porta a riconoscere il valore del “non è successo a me, non ancora”. La sensazione che si percepisce è simile a un sollievo elementare, eppure potentissimo. “Io sono ancora qui, io mi sono svegliata questa mattina e ho potuto intraprendere la mia giornata”.
Sembra di sforare in pratiche di mindfulness da quattro soldi, ma se la si applica con determinazione e costanza ha il potere di cambiare, in meglio, la narrativa della propria intera esistenza. È un cambio di prospettiva netto, che sposta lo sguardo da un futuro di aspettative, a un presente consapevole. Permette di decentrare l’attenzione dal troppo grande, che non possiamo controllare all’incredibilmente piccolo.
Come scrisse egregiamente Calvino: “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Vorrei chiudere questo strambo flusso di pensieri un po’ confusi e spaventati con la Preghiera della Serenità di Reinhold Niebuhr, che ha saputo esprimere molto meglio di me il concetto della gratitudine essenziale con poche e precise parole.
Concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare quelle che posso
e la saggezza di conoscerne la differenza.


