di Mattia Lento

Per gentile concessione del quindicinale Area https://www.areaonline.ch  pubblichiamo un contributo  di Mattia Lento sulla dura battaglia di Fereydun, cittadino afghano ben integrato in Ticino con tutta la famiglia, per ottenere un permesso di soggiorno ed evitare quindi di essere espulso dalla Svizzera.

 

Non ci sono motivi per non concedere a Fereydun Rabbani la possibilità di restare in Svizzera, eppure la sua richiesta d’asilo è stata respinta in prima istanza. Il cittadino afghano risiede da anni in Ticino con moglie e figli, è ben integrato e avrebbe la possibilità di lavorare nel ristorante luganese di famiglia. I genitori e i fratelli di Fereydun, anch’essi in Svizzera, sono scappati a causa delle persecuzioni del regime talebano. Un racconto che dimostra l’assurdo delle politiche d’asilo elvetiche.  

Il richiedente asilo per avere successo deve dimostrarsi un narratore consumato. Chi cerca asilo in Svizzera deve raccontare più volte la propria storia di fronte a funzionari pubblici della Segreteria di Stato della migrazione (Sem). Per essere ritenuti credibili è necessario fornire dettagli delle persecuzioni subite. Occorre saper affrontare i fantasmi, mettersi a nudo, far entrare nel proprio intimo estranei a cui è stato affidato il compito di valutare la veridicità del racconto. Non è permesso avere dubbi rispetto a chi ti sta di fronte. Non sono concessi pudore, diffidenza, afasia, rimozione, resistenza. Tutti sentimenti più che comprensibili tra chi fugge da situazioni drammatiche. Nel film vincitore quest’anno alle Giornate di Soletta, Die Anhörung, la regista Lisa Gerig s’interroga e mette in discussione la parte fondamentale del processo di richiesta d’asilo: l’udienza. La richiesta d’asilo di Fereydun Rabbani è stata respinta proprio perché l’uomo, emigrato anni fa in Iran per sfuggire alle persecuzioni talebane, non avrebbe saputo gestire al meglio proprio il momento dell’udienza. Fereydun non ha cercato di fare il furbo, semplicemente non è riuscito fin da subito a raccontare delle violenze e delle torture subite in Iran. Un elemento emerso soltanto in un secondo momento. Una volta scappato dall’Afganistan, infatti, l’uomo si è procurato illegalmente un passaporto iraniano per cercare di  rifarsi una vita in Iran lontano dalle persecuzioni. Scoperto dalle autorità di Teheran, è stato accusato di reati mai commessi, incarcerato e ha vissuto un incubo ancora peggiore rispetto all’Afghanistan. Su questo punto Fereydun non ha dubbi: «Oggi farei diversamente, ma quando sono arrivato in Svizzera non ho avuto la forza di raccontare ciò che mi era successo. La paura era tanta». Come se non bastasse, nel momento in cui la moglie iraniana Parvaneh Sherifzadeh è arrivata in Svizzera, le autorità elvetiche hanno cominciato a dubitare addirittura dell’identità afghana di Fereydun: «Nel momento della sua udienza hanno riscontrato l’esistenza del mio passaporto iraniano e hanno cominciato a dubitare della mia identità». La risposta di Fereydun, sostenuto dai legali di Asylex, non si è fatta però attendere: «Per rimediare ho deciso di fornire il test DNA mio e quello di mio padre. Questa prova non è però stata accettata dalle autorità». Aresu Rabbani, sorella di Fereydun, attivista a favore delle donne afghane e apprendista levatrice, è stata la prima a contattarci: «La mia famiglia ne ha passate tante. Abbiamo patito molto e faticato per trovare una nostra dimensione in Ticino. Oggi che potremmo stare tranquilli viviamo ancora nell’incubo dell’espulsione di mio fratello». I Rabbani sono arrivati dall’Afghanistan da diversi anni in momenti diversi. La famiglia è ben integrata nel tessuto sociale ticinese ed è stimata da molte persone. Tutti hanno un permesso di soggiorno o la cittadinanza. Tutti hanno trovato una propria dimensione sociale e professionale. Jalil Rabbani, uno dei fratelli, ha ottenuto un diploma federale di cuoco, lavora in una casa di riposo e recentemente ha aperto un ristorante persiano a Lugano (Le mille e una notte). Fereydun sogna di lavorare in questo locale: «Con il permesso di soggiorno potrei finalmente dedicare tante delle mie energie al ristorante persiano che abbiamo aperto. Si tratta di un progetto a cui ho dato un grande contributo».  

Sperando in una revisione

L’espulsione di Fereydun avrebbe conseguenze devastanti per tutta la famiglia. Per lui significherebbe ritornare nell’incubo, per la moglie e i figli essere strappati da un contesto sociale in cui hanno costruito legami forti e duraturi: «Nella mia vita non ho mai avuto stabilità, protezione e sicurezza. L’idea che anche i miei figli possano vivere le stesse cose è per me devastante». C’è un altro elemento nel racconto di Fereydun che colpisce, ovvero il suo attaccamento al Ticino: «Sto vivendo momenti molto difficili, ma devo dire che, al di là del mio statuto così precario e della paura di dover lasciare il paese, qui in Ticino ho trovato persone con un cuore grande, generose, persone per bene che danno valore alle altre culture. Questo fa davvero molto male: aver trovato un contesto sociale tanto accogliente, aperto, ma allo stesso tempo un sistema che non crede nella mia buona fede». La prima richiesta d’asilo, purtroppo, è stata respinta. Le sole speranze sono ora affidate al ricorso oppure alla concessione di un permesso B per caso di rigore come chiede una petizione che è possibile sottoscriverehttps://www.change.org/p/chiediamo-urgentemente-una-revisione-del-caso-di-fereydun-rabbani?recruiter=1336980906&recruited_by_id=15e02a70-0079-11ef-ac0c-3333f4baf23a&utm_source=share_petition&utm_campaign=petition_dashboard_share_modal&utm_medium=whatsapp

 Significherebbe riconoscere una sorta di punto di non ritorno nel processo di integrazione del richiedente asilo. Concedere l’asilo a Fereydun non è soltanto doveroso, ma risolverebbe tanti problemi e permetterebbe a tutti i Rabbani di vivere finalmente in pace, come meritano.