In una sera d’inverno a Brussels, Sophia (nome di fantasia) si chiude a chiave in bagno mentre i suoi genitori guardano la televisione al piano di sotto. Sophia ha 16 anni. Sul telefono arrivano messaggi delle amiche. C’è qualche comunicazione non letta dalla scuola e diverse email senza risposta. Una lametta nascosta nell’astuccio viene premuta contro il braccio.
Non voleva morire. Cercava solo, Sophia, di fermare il rumore nella sua testa. Lei è sopravvissuta. Molti altri, no.
In Belgio, l’autolesionismo tra gli adolescenti è diventato una delle maggiori fonti di preoccupazione per medici, educatori e genitori. È una crisi silenziosa, stratificata nel tempo, iniziata ben prima della fine della pandemia e tuttora in corso. Una crisi che le statistiche faticano a restituire nella sua interezza, ma che si manifesta quotidianamente nei corpi e nelle menti dei più giovani.
Tagli, bruciature, graffi: comportamenti che un tempo venivano sussurrati oggi sono ampiamente riconosciuti — e normalizzati — tra i coetanei. «Nella classe di mia figlia», racconta un padre italiano che vive a Bruxelles, «quasi tutti conoscevano qualcuno che si faceva del male». Non come un evento eccezionale, ma come una presenza costante, quasi ordinaria.
I clinici avvertono però che l’autolesionismo resta profondamente frainteso. Non è una fase passeggera. Non è una messinscena. Non è una richiesta di attenzione. È, piuttosto, una strategia di sopravvivenza — e uno dei più potenti predittori di futuri tentativi di suicidio. «La maggior parte dei giovani che si autolesiona non vuole morire. Vuole sollievo», spiega uno psichiatra infantile che lavora nella regione di Bruxelles Capitale. «L’autolesionismo funziona come un meccanismo di coping di fronte a un disagio emotivo percepito come insostenibile. Ma senza un intervento tempestivo, può consolidarsi, intensificarsi e — in alcuni casi — sfociare nel suicidio».
I dati confermano un legame netto tra ideazione suicidaria e cattiva salute mentale. Quasi la metà delle persone che soffrono contemporaneamente di ansia e depressione riporta pensieri suicidari, contro appena il 4% tra chi non presenta nessuna delle due condizioni. I pensieri suicidari, concludono i ricercatori, non emergono mai in isolamento: sono il prodotto di una sofferenza prolungata, cumulativa, spesso invisibile. Secondo un’indagine sanitaria condotta dall’istituto Sciensano nel 2023, più di un giovane adulto su sei, tra i 18 e i 29 anni, ha dichiarato di aver seriamente considerato il suicidio nei dodici mesi precedenti. E sebbene il tasso complessivo di suicidio in Belgio sia diminuito rispetto ai primi anni Duemila — un risultato attribuibile alle strategie di prevenzione, alle campagne di sensibilizzazione e al lavoro dei servizi di salute mentale — questi dati raccontano una storia solo parziale. I benefici non sono distribuiti in modo uniforme. I giovani restano i meno protetti: per loro, il suicidio continua a essere la principale causa di morte.
Ciò che emerge oggi in Belgio non assomiglia a uno shock temporaneo, ma a una condizione cronica. Tra gli adolescenti, in particolare nella fascia tra i 15 e i 16 anni, i tassi di prevalenza dell’autolesionismo si attestano stabilmente tra il 10% e il 14%, secondo ricerche belghe e internazionali. Circa il 7% dei giovani riferisce di aver tentato di farsi del male nell’ultimo anno, pur senza un’intenzione suicidaria dichiarata. In quasi tutti gli studi, sono le ragazze a riportare tassi più elevati rispetto ai ragazzi — una tendenza che rispecchia quanto osservato nel resto d’Europa.
Benché alcuni indicatori di benessere si siano stabilizzati dopo la pandemia, lo hanno fatto su un livello allarmante e basso. Circa una persona su cinque continua a valutare la propria salute mentale come scarsa. La soddisfazione di vita non è rimbalzata: si è appiattita. Alla pandemia si sono sovrapposte altre crisi — il costo della vita, l’aumento dei prezzi dell’energia, la guerra in Europa, l’instabilità politica. Secondo lo studio BELHEALTH, queste tensioni multiple dominano oggi le paure collettive, lasciando poco spazio a una reale ripresa psicologica. Il Paese dispone di linee di emergenza, programmi scolastici e riforme della salute mentale. Ma la domanda supera di gran lunga l’offerta. Le liste d’attesa per psicologi e psichiatri infantili si estendono spesso per mesi; anche con il rimborso parziale, molte famiglie non riescono a sostenere i costi delle cure private. E i professionisti insistono, su un punto: l’intervento precoce è cruciale — e troppo spesso arriva tardi. «Stiamo curando le crisi invece di prevenirle», dice lo psichiatra. «Quando i giovani arrivano da noi, stanno già affogando. Il calo del tasso di suicidio racconta una storia. Le cicatrici sulle braccia e i ricoveri d’urgenza ne raccontano un’altra».

I numeri belgi non sono un’eccezione nel panorama europeo, ma di gran lunga più altri della media. In gran parte dell’Europa occidentale, la prevalenza nel corso della vita dell’autolesionismo in età adolescenziale oscilla tra il 10% e il 15%, a seconda delle definizioni e delle metodologie adottate. Ciò che distingue il Belgio, oltre ai numeri, è la persistenza del fenomeno, la sua resistenza al miglioramento degli indicatori macro.

