
Dentro la crisi dell’autolesionismo giovanile in Belgio
In una sera d’inverno a Brussels, Sophia (nome di fantasia) si chiude a chiave in bagno mentre i suoi genitori guardano la televisione al piano di sotto. Sophia ha 16 anni. Sul telefono arrivano messaggi delle amiche. C’è qualche comunicazione non letta dalla scuola e diverse email senza risposta. Una lametta nascosta nell’astuccio viene premuta contro il braccio. Non voleva morire. Cercava solo, Sophia, di fermare il rumore nella sua testa. Lei è sopravvissuta. Molti altri, no. In Belgio, l’autolesionismo tra gli adolescenti è diventato una delle maggiori fonti di preoccupazione per medici, educatori e genitori. È una crisi silenziosa, stratificata nel tempo,









