Andiamo subito al sodo: la parola femminismo spaventa, porta naturalmente a un ridimensionamento del concetto se non addirittura a schernire la persona che se ne appropria per definirsi. Perché? Me lo chiedo spesso e sempre nuovi aneddoti mi spingono a continuare a cercare delle risposte plausibili.

Vi racconto l’ultimo: durante un intervento a cui ho assistito recentemente, all’interno dell’immensa macchina caotica e potente del Salone del libro di Torino, è stato chiesto alla scrittrice intervistata se si definiva femminista. La risposta è partita male con una premessa che ha sminuito da subito la complessità e la vastità del fenomeno. Parandosi dietro a una ridefinizione personale e circoscritta, l’autrice interpellata ha risposto: “Se con femminismo intendiamo stare dalla parte delle donne, sì, posso definirmi femminista, anche se sono un po’ stanca di tutta questa rabbia e questa lotta tra i sessi. Basterebbe comunicare meglio tra le parti invece di farci la guerra”.

Cosa c’è di sbagliato in questa affermazione? Oserei dire praticamente tutto. Tanto per cominciare non esistono interpretazioni varie ed eventuali di un movimento storico, basato su teorie che rivendicano parità di diritti economici, sociali, giuridici e culturali tra i generi. Quindi non si può aderire ai principi del femminismo in base a come lo intendiamo noi ma in base a quello che è stato e quello che è oggi.

Secondo aspetto: stare dalla parte delle donne. Non è sbagliata di per sé come definizione, ma è incompleta. Il femminismo sostiene le donne nella lotta contro il patriarcato. Altro parolone che fa tanta paura e che scatena quasi sempre la stessa reazione: ma state ancora a parlare di patriarcato? Non siamo mica più negli anni ’50.

Ecco, proprio a questo proposito citerei il video, diventato già virale, dell’ennesimo uomo bianco, etero, con la barba che spiega a noi donne quali devono essere le nostre ambizioni più profonde e fondamentalmente quale sia lo scopo ultimo e anche unico aggiungerei, per cui siamo tutte qui su questa terra. Il signore in questione si chiama Harrison Butker, è a quanto pare un famoso giocatore di football americano ed è stato invitato a tenere il discorso motivazionale a una cerimonia di laurea al Benedictine College in Kansas. Al cospetto di un gremito pubblico di laureande e laureandi ha pensato bene di rivolgersi direttamente alle ragazze presenti, vittime, a suo parere, delle menzogne più diaboliche della società sull’importanza di perseguire una carriera nel proprio ambito di interesse.  Grazie alla sua approfondita conoscenza del genere femminile, Harrison ha potuto svelare alle giovani donne presenti e a tutte noi, quale sia l’unica grande ambizione che rende le donne degne di sentirsi tali: sposarsi e diventare madri. Sembra davvero parossistico che a un discorso di laurea venga detto alle donne presenti che lo studio e la formazione è tutta una truffa per deviarle dal loro reale obiettivo primario, eppure non soltanto è stato detto, ma il saggio Butker non è stato neppure interrotto, potendo spaziare tra raccapriccianti elogi alle casalinghe e patetici picchi di commozione a citare sua moglie Isabel e la sua incorruttibile certezza nell’affermare che abbia trovato la vera felicità solo nel momento in cui si è dedicata totalmente al ruolo di moglie e madre. E noi ancora qui a parlare di patriarcato.

Questo video, che non può che scatenare indignazione, per usare un eufemismo, si ricollega all’ultima parte della risposta della scrittrice, riferita alla rabbia, cui spesso si associa l’immagine delle femministe, definita spesso esagerata e immotivata. Gattare single e aggressive che odiano gli uomini e potessero li evirerebbero tutti quanti.

Lasciatemi chiarire una cosa: i movimenti di rivendicazione sono per loro stessa natura arrabbiati. Se lottano per l’ottenimento di una parità di diritti significa che questa parità non c’è, viene calpestata, ignorata, derisa, sottovalutata. Qualcuno può spiegarmi come questo possa avvenire attraverso una richiesta pacata, gentile, discreta, che non disturbi troppo insomma, che non sia mai che alziamo la voce, non è fine né bello da vedere.

Come risponderei io alla domanda: ti definisci femminista? Aggiungendo a un chiaro sì l’aggettivo intersezionale, che credo sia fondamentale per riconoscere l’evoluzione più inclusiva e contemporanea del movimento. Ce lo spiega molto bene Jennifer Guerra nel suo saggio “Il corpo elettrico” edito da Tlon. L’internazionalità serve ad ampliare la rivendicazione dei diritti e l’autodeterminazione del corpi a tutti i soggetti che subiscono discriminazioni, quindi anche alle donne transessuali, diversamente abili, alle persone non binarie e a tutte le donne, indipendentemente dalle loro origini sociali, religiose e culturali. La lotta contro il patriarcato non può limitarsi a rivendicare i diritti delle donne bianche, etero e benestanti, all’interno di un preciso contesto culturale, perché se di libertà si sta parlando, valgono quelle di tutte e tutt# , indipendentemente dai loro valori e obiettivi.

Il saggio di Jennifer Guerra è un ottimo punto di partenza per chi vuole avvicinarsi al tema, attraverso il percorso storico del movimento, dalle sue origini, nato prevalentemente per il suffragio universale, fino alle rappresentazioni più attuali, comprese le sue derive più estremiste.

Si riflette molto sull’oggettivazione cui i corpi femminili sono sottoposti in qualunque contesto sociale, della differenza sostanziale tra parità e uguaglianza, del complesso tema del queer e di come interpretarlo e includerlo nel movimento, si parla di sorellanza e di utero ma soprattutto della possibilità di autodeterminarsi senza i continui condizionamenti culturali, estetici,  politici e morali su cui si struttura il nostro sistema sociale.

Essere femministi non significa necessariamente fare attivismo. Questo richiede una quantità di energie, consapevolezza e studio che non tutti possono permettersi. Ma possiamo fare almeno lo sforzo di avvicinarci senza timore a questa parola tanto incandescente e renderci conto che da vicino non è poi così tanto pretenziosa, come vogliono farci credere, ma aperta e libera come tutti meriterebbero di essere.