Qualche settimana fa, durante una presentazione del mio romanzo, una signora ha chiesto la parola. Tutti si aspettavano una domanda o la condivisione di un ricordo famigliare inerente ai temi storici trattati. La signora invece, riagganciandosi a una mia riflessione sull’opera di Grazia Deledda, ha espresso una considerazione molto personale e accorata su quanto avesse odiato l’autrice per la quantità di sofferenza che si era dovuta sorbire leggendo “Canne al vento”.
“Dobbiamo già affrontare così tanto dolore nella nostra vita. Perché dovremmo anche sottoporci a letture così tragiche?”.
In seguito un’altra donna si è unita alla discussione, riportando il commento di una sua studentessa che in classe le aveva detto: “Perché con la letteratura si piange sempre?”.
Abbiamo tutti concordato su quanto sia difficile realizzare una storia credibile ma priva di conflitto e sofferenza; un’intera trama fondata su gioia, fortuna e leggerezza, ma prima che la discussione venisse interrotta dalla relatrice, per dare spazio ad altre domande, ho provocatoriamente chiesto al pubblico se fossero così sicuri di non annoiarsi con un’esperienza di lettura così “felice”.
La serata è finita, i giorni hanno ripreso il loro ritmo quotidiano, ma l’intervento di quella donna ha continuato a ronzarmi in testa. Perché abbiamo bisogno di raccontarci il dolore umano, in tutte le sue forme, nonostante ogni esistenza ne faccia già inevitabilmente pratica, spesso quotidiana?
Perché siamo esseri narranti, prima ancora che erranti. Questa nostra caratteristica anomala e “superiore”, che ci porta a convivere con la consapevolezza della nostra mortalità, ci condanna all’irrequietezza, assetati di fede e risposte che vadano oltre questo razionale sentirci persi.
Come ce la spieghiamo questa finitezza, che al solo avvicinarci col pensiero si spalanca l’abisso mostruoso, il limite oltre cui l’intelletto non si spinge, il dominio della pazzia?
Il dolore ci definisce, come la solitudine che lo affianca. Ed è proprio in quella condizione di perdita e abbandono, in cui tutti abbiamo sperimentato la sensazione di essere inesorabilmente soli, che la narrazione ci arriva in aiuto.
Riuscite a ricordare o anche solo a immaginare un viaggio degli eroi e delle eroine epiche che non sia passato attraverso la sofferenza? Una fiaba, i nostri film preferiti?
Paradossalmente, per quanto sia doloroso, senza sofferenza non possiamo aderire alla storia. Percepiremmo un suono stridente, un senso di disorientamento e prenderemmo le distanze dal contesto e dai personaggi.
Perché la narrazione è l’unica fede che non passa mai di moda. Si trasforma, evolve, sperimenta, cambia modalità espressive e linguaggi, ma continua a raccontarci l’unica verità che non vogliamo ascoltare.
Le tragedie degli altri ci fanno sentire parte di una condizione collettiva e sopportabile. Ci tolgono dalla paura, facendoci sentire che non siamo soli.
E per quanto a volte nel ripercorrere vicende che ci appaiono estremamente famigliari ci sembra di riaprire ferite che credevamo rimarginate, quel dolore narrativo ci permette di immedesimarci, anche nelle possibilità di superamento ed elaborazione della perdita.
La letteratura deve inevitabilmente passare attraverso un conflitto, una rottura dell’equilibrio iniziale, ma un buon arco narrativo prevede anche la risoluzione, in un modo o nell’altro, di quello stato di sofferenza. Non deve necessariamente esserci una ricongiunzione, la risoluzione definitiva del problema, ma la ricucitura dello strappo è necessaria. Può anche essere una semplice presa di consapevolezza. Rimane comunque un esempio in più a cui aggrapparci, un altro modo di vedere la cicatrice e imparare ad accettarla.
È la sofferenza ad unirci. La felicità degli altri, ci divide, non ci permette l’empatia, né tantomeno il rispecchiamento. Crea un confronto giudicante, dove spesso l’immagine di noi stessi risulta svilita e meschina.
Quindi sì, per rispondere a quella studentessa, credo che la letteratura debba fare piangere. È la sua funzione primaria: riuscire a toccare le corde più profonde del nostro sentire, farci tornare ad essere individui empatici, uniti dal comune destino della commozione.
Esseri che sanno sentire le note attraverso la pelle e la pressione sanguigna, che possono crollare davanti a un dipinto che racchiude in sè tutte le guerre della storia, che compongono versi che arrivano come messaggeri celesti da altre dimensioni.
Che sanno anche ridere, certo, e ironizzare con sagacia sulle proprie sventure, ma sempre dopo, a dolore masticato e ingurgitato nel profondo.
Siamo la mappa delle nostre ferite e la letteratura si limita a colorarle, disegnandoci il corpo delle scritte sacre che onorano la nostra inesorabile, comune e commovente fragilità.


