A oltre vent’anni dal World Health Report dal titolo Mental Health: New Understanding, New Hope (2001) l’UE ha compiuto un passo importante. E l’ha fatto “in grande”, presentando un piano d’azione non ulteriormente rimandabile e da attuarsi grazie a un investimento “colossale”. Un impegno che mette prevenzione e intervento precoce al centro, a fronte del fatto che, come mostra l’Atlante OMS della salute mentale 2021, solo il 31% dei piani per la salute mentale è stato completamente implementato e solo il 21% delle politiche e dei piani rispettano pienamente i diritti degli utenti. Ma, tra i piani dell’UE, c’è anche tanta ricerca, un aspetto che finisce talvolta nel dimenticatoio e che invece è fondamentale.

Procediamo per ordine. Mercoledì scorso, la Commissione europea ha annunciato che garantirà 1,23 miliardi di euro a sostegno della salute mentale dei cittadini degli Stati Membri. In linea con quanto espresso già nel 2022 dalla Presidente von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, si è passati dalle parole ai fatti, per affrontare un’epidemia silenziosa che si stima costi all’UE 600 miliardi di euro all’anno. Depressione, tentativi di suicidio, problematiche psicosociali riguardano una persona su sei nell’UE, un quarto della sua popolazione (dal 22 al 26%). Il budget europeo è destinato al sostegno di varie attività, strutture e attori che mettano al centro il paziente (e la sua famiglia) nel processo di cura e affinché lavorino su tre livelli: prevenzione, accesso alle cure e “reinserimento” nella società dopo la guarigione.

Stella Kyriakides, Comissario alla Salute, ha dichiarato che «Oggi stiamo facendo un nuovo inizio verso un approccio globale alla salute mentale, basato sulla prevenzione e su un approccio multi-stakeholder a livello europeo. Dobbiamo porre fine allo stigma e alla discriminazione, in modo che chi ne ha bisogno possa chiedere e ricevere l’aiuto di cui ha bisogno. Le persone hanno il diritto di stare male ed è nostra responsabilità garantire che tutti coloro che chiedono aiuto possano accedervi». 

Prevenire, dunque, e offrire spazi di cura. L’approccio globale alla salute mentale e alla ricerca, adottato dall’Unione Europea, si ritrova in percorsi di cura, salute e benessere, adottati anche in altri paesi, non membri dell’UE. Possiamo citare la Svizzera, dove nel Canton Ticino è attivo da ormai due anni il percorso di ricerca Cultura e Salute, volto a promuovere studi e progetti di divulgazione pubblica che riguardino l’impatto delle arti sul benessere individuale e sulla salute della collettività. Un tema, questo, centrale anche nelle ricerche del Lee Kum Sheung Center for Health and Happiness a Boston e del suo direttore, Kasisomayajula “Vish” Viswanath, come ha recentemente dichiarato in un’intervistata al giornale online Ticino Scienza.

Ecco, il documento dell’UE si inserisce perfettamente negli sforzi “mondiali” su benessere e salute, in tema di prevenzione e studi scientifici. E fin qui tutto bene… Brava UE. E ci mancherebbe altro, si potrebbe aggiungere!

Solo una piccola nota “di finale”: la lettura del documento potrebbe lasciare un po’ di amaro in bocca a chi vorrebbe fosse dichiarato in modo più esplicito “l’utilità” della ricerca per la politica e auspica che, oltre a prevenire, oltre a curare, gli Stati nazionali – con l’aiuto dell’UE – davvero scelgano di investire più soldi a sostegno di istituti di ricerca, università, studi scientifici. Perché fare ricerca, ad esempio, sul modo in cui gli individui interagiscono con gli altri nella comunità e su come lo sviluppo di legami e vincoli sociali possa ridurre la solitudine, non è un’attività fine a se stessa ma necessaria al fine di mettere le conoscenze acquisite a disposizione anche di chi è chiamato a orientare le scelte politiche!