Quale legame tra lingua e democrazia?

“E se nessuno mi capirà? Avrò amici, piacerò ai nuovi bambini? Se sto male, se sto bene, come farò a farmi comprendere?” Queste domande, che mio figlio mi rivolge mentre impacchettiamo le ultime nostre cose e ci prepariamo a lasciare la Svizzera diretti verso un nuovo Paese, mi danno molto da pensare. Pensare e penare, a dire il vero.

Che la lingua condivisa, la lingua comune, sia un’arma in tempo di pace e che ci possa essere “democrazia” solo se ciascuno sa difendere la propria idea, ce lo insegnano già gli antichi greci. Da allora, la Storia ci mostra in continuazione il legame tra degrado linguistico e menomazione democratica. Insomma, chi si esprime meglio, sta meglio. Non è un problema solo culturale. Chi non ha vocaboli “per dire”, non può esprimere il proprio pensiero, sia esso di gioia o di tristezza, di accondiscendenza o di frustrazione. E, senza parole a disposizione, un modo per farsi capire è il ricorso al linguaggio non verbale, che, non si rado, si traduce anche in violenza. Oppure, senza poter farsi comprendere, si rimane ai margini, privati della possibilità di accedere allo spazio pubblico: per un bambino questo spazio è, ad esempio, quello del gioco condiviso con i coetanei; per gli adulti, questo spazio è quello del dibattito democratico.

Con l’eclisse della parola il silenzio va a riempire lo spazio della pólis o addirittura, per parafrasare il pensiero di Walter Benjamin, la riduzione dei vocaboli e la scelta ristretta di tempi, modi e sfumature permettono che prenda forma il conflitto tra potere della lingua e violenza del parlante. Infatti accade che, gonfiati dalla rabbia per il “non-poter-parlare”, le persone accettino di far parlare altri al posto proprio.

Che fare? C’è chi spinge per l’adozione di un unico linguaggio, sia esso l’inglese oppure una lingua “vuota” e meccanica, fatta di tecnicismi e acronimi. Ma nemmeno così si è protetti contro la distorsione della lingua e quindi la deriva anti-democratica. Nemmeno così si risponde veramente alla povertà linguistica che degenera. Ricorrere a neologismi, anglicismi e sigle non è forse un nascondersi dietro la presunta patina di oggettività nella scelta di termini, che sono – a ben vedere – frutto di scelte del tutto opinabili e oscure ai più?

C’è chi suggerisce di rassicurare mio figlio, dicendogli che nel Paese in cui ci stiamo per trasferire tutti parlano inglese e lui potrà comunicare senza problemi. È vera, questa risposta. Ma non soddisfacente, perché comporterebbe la cancellazione dell’alterità e la creazione di un’unità artificiosa che non lascia spazio alle differenze. Più auspicabile, allora, che mio figlio impari la nuova lingua e arrivi a coglierne, con il tempo, la profondità, custode della possibilità di pensiero.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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