I lavoratori della GKN di Campi Bisenzio (Firenze) continuano la lotta iniziata nel 2021 contro lo smantellamento della loro fabbrica e per un piano di produzione alternativa. Per gentile concessione dl quindicinale Area https://www.areaonline.ch pubblichiamo un articolo di Mattia Lento sulla situazione e sulle prospettive della vicenda.
La più lunga vertenza operaia della storia europea è anche un progetto visionario di conversione ecologica dell’industria. Confrontati con il loro imminente licenziamento nel 2021 e con vane promesse di reindustrializzazione, gli operai dell’azienda produttrice di componenti per automobili GKN hanno reagito con un presidio permanente e hanno sviluppato, con l’aiuto di ricercatori e professionisti solidali, un piano di produzione alternativo. La loro lotta e il loro progetto sono a un punto di svolta.
Il rumore di fondo durante la telefonata con Dario Salvetti, operaio metalmeccanico e membro del collettivo lavoratori Gkn, non è quello di un ufficio, ma quello di una fabbrica che si ostina a respirare. La conversazione è interrotta un paio di volte: colleghi senza stipendio da mesi che chiedono specifiche tecniche, coordinamenti rapidi su turni e manutenzioni. Da oltre 1700 giorni, gli operai della ex GKN di Campi Bisenzio non si limitano a presidiare i cancelli, ma si prendono cura anche dei macchinari, puliscono gli spazi, proteggono un patrimonio tecnologico e sociale che sentono visceralmente loro, parte di un territorio che vogliono difendere dalla deindustrializzazione e dalla speculazione immobiliare senza freni. Siamo a Campi Bisenzio, alle porte di Firenze, e la lotta di Salvetti e compagni non è solo una questione di posti di lavoro, ma porta con sé un’idea radicale di società, un progetto visionario come pochi altri in questi tempi che ci appaiono così drammaticamente distopici.
L’anomalia del collettivo
Il collettivo dei lavoratori Gkn è diventato celebre nell’estate del 2021, in piena pandemia, quando gli oltre 400 operai della fabbrica ricevettero un licenziamento senza preavviso per e-mail da parte della dirigenza agli ordini del fondo finanziario britannico Merlose Industries, proprietario della GKN dal 2018. Lo scopo: aumentare ulteriormente i profitti di un’azienda in salute spostandola all’estero. Tutto questo dopo aver ricevuto negli anni contributi pubblici dal governo italiano. Un licenziamento a cui tutti gli operai si opposero con fermezza, inaugurando un presidio all’interno della fabbrica e organizzando una resistenza che ha portato in piazza decine di migliaia di cittadini solidali. È sempre Salvetti a ricordare quei momenti: «Eravamo in un Paese traumatizzato dalla pandemia, piegato dalla crisi economica, e un licenziamento del genere provocò un’ondata incredibile di indignazione e solidarietà». Dopo pochi mesi dall’inizio della mobilitazione ci si accorse che in quella battaglia molti lavoratori e molte lavoratrici – persino gli stessi giornalisti precari che accorrevano a Campi Bisenzio per scrivere del presidio – proiettavano preoccupazioni, rabbie e speranze personali. La storia del collettivo, ci racconta Salvetti, è iniziata però prima del licenziamento: «La GKN è sempre stata legata alla Fiat e le maestranze sono riuscite a mantenere vive nel tempo le tradizioni di lotta di quella fabbrica. Soprattutto nel momento in cui, durante le crisi finanziaria del 2008, l’automotive italiano è stato messo di fronte a una scelta ricattatoria: o diritti, o lavoro». Tradizioni di lotta che per Salvetti, delegato sindacale di lunga data, fanno rima con la Federazione italiana operai metalmeccanici (Fiom-Cgil): «La Fiom è sempre stata molto forte in GKN. Nel tempo però ci siamo accorti che volevamo andare oltre e allora abbiamo creato, a seguito dell’acquisto della fabbrica da parte di Merlose, un collettivo che affiancasse la tradizionale rappresentanza sindacale. Volevamo rimanere ancora più vigili nei confronti di una nuova proprietà che ci sembrava boicottare la produzione e violava apertamente accordi sindacali; per presidiare meglio il contesto produttivo ci siamo quindi rifatti alla tradizione dei consigli di fabbrica attivi a Torino negli anni Venti e in tutta Italia negli anni Settanta».
Sulle montagne russe
A partire dal licenziamento del 2021, la vertenza della Gkn è stata una montagna russa di speranze, sabotaggi, rilanci e ripartenze. Dopo le prime incredibili mobilitazioni, sono state avanzate le prime ipotesi di reindustrializzazione. Ricorda Salvetti: «In una tale posizione di forza all’inizio non puntavamo semplicemente al recupero della fabbrica, ma a una vittoria sociale più grande che coinvolgesse tutto il ramo automotive italiano e la società nel suo complesso. Puntavamo a una riconversione sostenuta dal pubblico per diventare parte di una filiera che producesse autobus elettrici». Le carte erano tutte in regola per ripartire, ma la nuova proprietà, subentrata a Merlose, si rivelò essere lì al soldo del fondo finanziario per far fallire qualsiasi tentativo di ripartenza per poter speculare dal punto di vista immobiliare. «Fallito questo primo progetto, è subentrato il modello argentino di reindustrializzazione: salvare la fabbrica senza modificare i rapporti di forza all’esterno». Da questo punto in poi è entrato in gioco anche Leonard Mazzone, ricercatore presso l’Università di Firenze, che si era già occupato da studioso di fabbriche recuperate dal basso ed è diventato il coordinatore del gruppo di reindustrializzazione. Il collettivo, Mazzone e altre “intelligenze solidali” hanno così rielaborato un nuovo piano industriale che prevedeva e prevede ancora la produzione di bici elettriche da trasporto (cargo bike) – che sono state già prodotte e vendute sottoforma di prototipo anche in Svizzera – e la produzione di pannelli solari speciali, ovvero non di massa, ma adattati alle esigenze specifiche della clientela e a quelle degli edifici.
(https://www.castelvecchieditore.com/prodotto/le-imprese-recuperate/,
Un progetto che sembrava sul punto di partire già da tempo: «Abbiamo superato diverse verifiche tecniche, commerciali e finanziarie, siamo riusciti a ottenere la creazione di un consorzio industriale regionale pubblico, abbiamo raccolto investimenti privati, eppure siamo ancora fermi. Un investitore importante ci ha negato all’ultimo il suo appoggio e il consorzio pubblico non è stato ancora attivato. La scorsa estate ci siamo trovati di fronte a un bivio: mollare tutto o affidarci alle donazioni dal basso. Abbiamo deciso per la seconda opzione e abbiamo lanciato una campagna chiamata “Un’azione contro il riarmo” tuttora aperta. Dovremo ridimensionare il piano di riconversione, ma non vogliamo e non possiamo più aspettare».
Un’azione contro il riarmo


