Scuola, quel diritto negato che si traduce in violenza

Prima della pandemia, Bella frequentava una scuola superiore in Mombasa, Kenya. Appassionata di storia, amava tanto giocare a ping-pong con gli amici durante le pause tra le lezioni. Ma a marzo, con la pandemia di Covid-19, anche in in Kenya sono state chiuse le scuole, i genitori di Bella hanno perso il lavoro e la ragazza, allora diciannovenne, ha iniziato a prostituirsi in cambio di denaro per aiutare in casa a mantenere i suoi tre fratelli minori. Così è rimasta incinta da un uomo che, in cambio di sesso non protetto, la pagava 1.500 scellini (13 dollari). La storia di Bella e della sua gravidanza non cercata è raccontata sul sito della CNN: “Senza la pandemia – dice la giovane – sarei stata a scuola, la mia famiglia non avrebbe avuto bisogno di aiuto economico. Io non mi troverei ora incinta.”

Bella non è la sola ad aver smesso di frequentare le lezioni a scuola nell’anno del Covid; secondo i dati forniti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), nel mondo ben 130 milioni di ragazze hanno già cessato di frequentare la scuola, mentre nel 2022 si stima che saranno oltre 24 milioni le giovani e i giovani in età scolare costretti ad abbandonare percorsi scolastici a causa dell’impatto economico della pandemia: di questi 24 milioni, 11 milioni sono bambine e ragazze.

E così in poco meno di 18 mesi dal suo inizio – ufficiale – la pandemia di Coronavirus non solo minaccia di far retrocedere decenni di progressi fatti verso l’uguaglianza di genere, ma accresce anche – e sensibilmente – il rischio di lavoro minorile, il numero delle gravidanze tra le adolescenti, dei matrimoni forzati e delle violenza sessuali. Secondo un rapporto di World Vision, che costituisce la Covid-19 Global Education Coalition dell’UNESCO, le gravidanze adolescenziali, frutto di abusi o anche di ignoranza in materia di educazione sessuale, sono sensibilmente aumentate dal 2020 con pericolose ripercussioni per quanto riguarda l’accesso alla scuola: solo nell’Africa sub-sahariana, sono circa un milione le ragazze-madri escluse dall’istruzione nell’anno del coronavirus. “È una specie di circolo vizioso”, ha detto Stefania Giannini, assistente del direttore generale dell’UNESCO per l’educazione, poiché se da un lato le ragazze che sono rimaste incinte durante i periodi di chiusura hanno meno probabilità di tornare a scuola, dall’altro le politiche e le pratiche in alcuni Paesi proibiscono specificamente la loro partecipazione all’istruzione.

In un sondaggio di ActionAid su 1.219 donne in percorsi scolastici e formativi, tra i 18 e i 30 anni residenti in aree urbane dell’India, Ghana, Kenya e Sudafrica, solo il 22% ha detto di essere in grado di continuare la propria istruzione a distanza: non potendo frequentare gli istituti scolastici e confrontate con estrema insicurezza economica, molte delle ragazze intervistate hanno detto che sono state costrette ad assumersi un carico di lavoro maggiore legato alla cura domestica e – non avendo accesso a adeguate informazioni di educazione sessuale o contraccettivi – sono state più vulnerabili alla violenza di genere e sessuale. Infatti, in molte parti del mondo la scuola è il luogo privilegiato dove le giovani (e i coetanei) possono acquisire informazioni legate all’igiene mestruale, ricevere un’istruzione sulla sessualità e anche poter contare su una prima e importante forma di sostegno e supporto socio-psicologico, se necessario.

La scuola è un luogo dove si acquisiscono nozioni ma anche dove si imparare a vivere. Le aule degli istituti scolastico aiutano l’emancipazione, come ricorda anche l’attivista Joyce Ndakaru, la cui bellissima storia (a lieto fine, per fortuna) diventa una testimonianza potente sulla differenza che può fare il poter andare a scuola.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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