Tra verità e percezione: i cittadini europei alle prese con le fake news

In Europa non è solo la disinformazione a crescere: è la sensazione diffusa di esserne circondati. La distinzione è cruciale, perché racconta meno dei contenuti falsi in circolazione e molto di più dello stato di fiducia — o sfiducia — dei cittadini verso l’ecosistema informativo. Non è un dettaglio statistico: è un segnale politico e culturale. La questione non riguarda soltanto le piattaforme digitali o gli algoritmi, ma la resilienza democratica stessa: capire cosa è vero non è più solo un esercizio critico, è diventato un atto civico.

I risultati di un’indagine Eurobarometro pubblicati all’inizio di febbraio 2026 mostrano chiaramente che le persone in Europa non solo percepiscono un aumento dell’esposizione alla disinformazione, ma in molti casi convivono con essa nella loro esperienza quotidiana di informazione. 

Secondo il rapporto, nel 2025 il 36% dei cittadini dell’Unione Europea ha dichiarato di essere “spesso” o “molto spesso” esposto a disinformazione o fake news nella settimana precedente – dati che rappresentano un incremento di 8 punti percentuali rispetto al 2022. Questo balzo segnala una sensazione di saturazione informativa: non necessariamente perché la disinformazione sia aumentata realmente in termini assoluti, ma perché la percezione pubblica della sua presenza è cresciuta sensibilmente.

È cruciale sottolineare che l’indagine misura percezione, non esposizione effettivamente verificata. I partecipanti hanno segnalato ciò che ritenevano fosse disinformazione, senza che i contenuti incontrati siano stati controllati o confermati. Ciò introduce un elemento psicologico importante: la sfida non è solo combattere i falsi, ma capire come le persone definiscono e riconoscono quello che vedono online. 

Le differenze nazionali disegnano un quadro articolato: l’Ungheria guida la classifica con il 57% di persone che riferiscono frequente esposizione percepita, seguita da Romania (55%) e Spagna (52%). Al contrario, paesi come Finlandia e Germania si attestano al 26%, mentre Francia, Svezia e Lituania si posizionano intorno al 30%. La distribuzione geografica suggerisce un trend secondo cui l’Europa orientale e meridionale percepiscono maggiormente la presenza di disinformazione, mentre l’Europa settentrionale e occidentale segnala livelli più bassi – sebbene con eccezioni come Lussemburgo e Irlanda. 

Questa eterogeneità non deve sorprendere. I fattori alla base delle percezioni pubbliche sono molteplici: livello di alfabetizzazione mediatica, fiducia nelle istituzioni, pluralismo dei media e persino il grado di polarizzazione politica. Come spiega il ricercatore Konrad Bleyer-Simon, certi paesi con broadcaster pubblici forti e indipendenti, alta fiducia nel giornalismo professionale e robuste iniziative di fact-checking sviluppano maggiore resilienza contro la disinformazione

Eppure, il risultato più inquietante non è semplicemente la percezione dell’esposizione, ma la scarsa fiducia nella capacità collettiva di riconoscerla. Solo il 12% degli intervistati si sente “molto sicuro” di saper individuare la disinformazione, mentre circa un terzo dichiara di non sentirsi affatto sicuro. Questo elemento pone l’accento sulle debolezze strutturali nel modo in cui la società europea assimila e valuta l’informazione, rafforzando l’urgenza di investire in educazione ai media e in strumenti di verifica affidabili.

Dunque, la percezione crescente dell’esposizione alla disinformazione in Europa non è solo un indicatore di fenomeni digitali transitori: riflette tensioni profonde nella relazione tra cittadini, media e istituzioni pubbliche. Se l’Unione Europea vuole difendere la qualità del dibattito pubblico, le politiche di alfabetizzazione mediatica non dovrebbero essere considerate tanto prioritarie quanto quelle tecnologiche e normative? L’alternativa è una società in cui la distinzione tra vero e falso diventa sempre più labile – e ciò rappresenta un rischio sostanziale per la coesione democratica stessa.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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