Una donna al Quirinale?

Dodici presidenti della Repubblica italiana e mai una donna, eppure dalla sua nascita non sono mancate le proposte di donne alla prima carica dello Stato, basti pensare alla candidatura di Capo provvisorio dello Stato nel 1946 della baronessa siciliana Ottavia Penna Buscemi da parte del conservatore e populista Fronte dell’Uomo Qualunque (che si proclamava anche della “Donna Qualunque”), risultando terza agli scrutini dell’Assemblea costituente con 32 voti contro i 40 del repubblicano Cipriano Facchinetti e i 396 voti per il liberale Enrico De Nicola.

Una Repubblica democratica nata grazie al determinante voto femminile, con alle spalle il suffragismo di mezzo secolo, capitanato dall’attivista repubblicana e proto-femminista Anna Maria Mozzoni, e con simbolo lo stemma dell’Italia turrita, personificazione femminile del nostro paese.

Questa Repubblica, però, continuava ad essere un sistema politico prettamente maschile, dove persistevano i bordelli con condizioni sanitarie e sociali preoccupanti per le prostitute; l’aborto e il divorzio erano illegali; le donne erano pochissime nelle pubbliche amministrazioni (dove non esistevano tutele se diventavano madri); esistevano ancora il delitto d’onore e il matrimonio riparatore; la percentuale di rappresentanza parlamentare femminile era irrisoria e lo sarà fino alla fine del XX secolo e, sempre alle donne, sarà preclusa la carriera in magistratura fino al 1963. Bisognerà aspettare fino alle elezioni per il presidente della Repubblica del 1978 per vedere nuovamente donne candidate al Quirinale, come la scrittrice Camilla Cederna, la moglie di Aldo Moro, Eleonora Chiavarelli, e la partigiana Ines Boffardi e mai con un sostegno considerevole. E poi, di nuovo un salto fino al 1992, quando per un soffio non venne eletta Nilde Iotti, già coniuge del defunto leader comunista Togliatti, staffetta partigiana, prima donna presidente della Camera dei deputati con la maggioranza dei voti in Parlamento per ben tre scrutini e, non lontano da lei tra le poche candidate, la prima donna a diventare ministra, la democristiana Tina Anselmi. Nessuna delle due la spuntò.

Nel 1999, all’elezione di Ciampi, altre due candidate arrivarono ai primi posti, la radicale Emma Bonino e l’ex democristiana Rosa Russo Iervolino. Seguirono, negli ultimi vent’anni, altre candidature femminili, ma mai “serie” (nel 2006 qualcuno propose la principessa Maria Gabriella di Savoia). Per vedere uscire, nelle trattative dei partiti, un nome concreto di donna al Colle, bisognerà ancora attendere il 2013 con quello di Anna Finocchiaro, senatrice del Partito democratico, su cui non si trovò un accordo.

Alle elezioni del presidente della Repubblica del 2015 tornarono ai primi posti per diversi scrutini due donne, sempre Bonino e la comunista Luciana Castellina, ma alla fine le scelte conversero su Mattarella.

Nel 2022 scadrà il settennato, si fanno già nomi ipotetici di candidate, ma nulla è certo.

Quel che è certo è che cadono le braccia quando si leggono ipotesi di Mattarella-bis o di papabili per l’elezione al Quirinale come Letta, Gentiloni, Veltroni, Casini, Prodi, Draghi e… Berlusconi. Tutti uomini, che hanno avuto e fatto tutto. Io, tanti italiani e soprattutto tante italiane vorremmo che il prossimo presidente della Repubblica fosse una donna e super partes.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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Una risposta

  1. Ricordo alcune di queste elezioni, in particolare quelle del 1992 e 1999. Nella prima, Nilde Iotti risultò la candidata più votata per diversi scrutini, senza mai ottenere la maggioranza. Si era in una situazione di stallo, e poi ci fu la strage di Capaci, che convinse la maggioranza dei parlamentari a votare come Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, appena eletto Presidente della Camera.
    Nel 1999 Ciampi venne eletto al primo scrutinio, perché il segretario del PDS (o DS, non ricordo cos’erano allora) Veltroni riuscì a far convergere sul suo nome i due terzi dell’assemblea. Era pronto un piano B, che consisteva nell’elezione di Rosa Russo Jervolino al quarto scrutinio, quando sarebbe occorsa la maggioranza semplice. La Jervolino avrebbe avuto i voti di Rifondazione Comunista, che, da Ministro degli Interni nel Governo D’Alema (prima donna della storia a ricoprire quell’incarico), si era apertamente dichiarata contro la guerra in Bosnia. Io speravo nella Jervolino, ma per una volta (la seconda nella storia della Repubblica), un Presidente venne eletto al primo scrutinio. Ricordo anche una battuta di Berlusconi, decisamente infelice. : “La Jervolino? Non potevamo votarla, anche l’orecchio vuole la sua parte”.

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