Una piccola rivoluzione contro il tabù mestruale

Ci troviamo in una zona rurale dell’India, in un villaggio chiamato Hapur a 115 chilometri da Delhi. La videocamera riprende molte espressioni diverse di bambine, donne, ragazzi e uomini. Sono tutte caratterizzati da un evidente imbarazzo. Alcune bambine fanno ridolini nascondendo il viso tra le mani, i ragazzi rimangono in silenzio, scambiandosi sguardi interrogativi tra loro. Alcuni uomini maturi guardano in camera smarriti.

Gli è stata fatta a tutti la stessa domanda: cos’è il ciclo mestruale?

Così inizia il documentario, vincitore del premio Oscar nel 2019: Period. End of sentence, della regista americana-iraniana Rayka Zehtabchi.

È la storia di una piccola rivoluzione di donne che parte però dal descrivere molto bene la realtà culturale che regna intorno allo stigma delle mestruazioni. Quasi nessuna delle persone intervistate, sia grandi che piccole riesce ad avvicinarsi anche solo vagamente ad una risposta plausibile.

La maggior parte delle ragazze dicono di non sapere cosa voglia dire. Un ragazzo più ardito del suo gruppo di amici, che si limitano a sghignazzargli intorno, sostiene trattarsi di una malattia che colpisce soprattutto le donne. Persino alcune ragazze con figli piccoli in braccio non sanno esattamente di cosa si tratti, descrivendolo come del sangue che quando hai bambini non viene più.

Naturalmente tutte le donne intervistate, in età fertile, sono consapevoli del loro ciclo mestruale, ma il tabù che domina ancora, nell’impossibilità stessa di parlarne, confrontarsi con altre donne o capirne le ragioni biologiche del perché accade, complica notevolmente la sua stessa gestione.

Alcune ragazze nel documentario raccontano, con disagio, di quanto sia difficile gestire il cambio, usando solo dei panni di stoffa che si impregnano molto in fretta, rischiando di macchiare i vestiti e mostrare il segno dell’onta.

In un luogo in cui le condizioni igieniche e sanitarie sono già precarie, la presenza di scarichi e tubature molto scarsa, le donne si ritrovano a doversi appartare in luoghi o orari poco raccomandabili, per potersi cambiare senza essere viste e poi gettare le pezze sporche nelle discariche a cielo aperto dove poi gli animali randagi vengono attratti dagli odori corporei.

Una catena di complessità che ha portato diverse ragazze a lasciare la scuola, come racconta nel documentario una di queste: -Dovevo allontanarmi molto dall’edificio e spesso, per potermi cambiare senza sguardi indiscreti intorno. Era molto complicato. Ho cominciato a stare a casa in quei periodi e poi alla fine ho deciso che era meglio lasciare la scuola.-

Lasciare la scuola per via del ciclo mestruale. Quando ho sentito queste parole mi si è accapponata la pelle. Questo intendevo, nell’articolo in cui parlavo del contrasto inaccettabile tra il nostro privilegio di donne bianche, benestanti e libere, rispetto alle condizioni inimmaginabili in cui ancora devono vivere altre donne in alcune parti del mondo.

Ma questa storia finisce bene, perché il documentario segue il percorso di un progetto rivoluzionario di ActionAid, grazie ai quali è stata realizzata una macchina per produrre assorbenti biodegradabili a basso costo che ha cambiato la vita di moltissime persone.

L’istallazione di questa macchina in paese è indubbiamente la parte più divertente del documentario. Intanto perché il proprietario dell’edificio, nonché zio di una delle protagoniste del film, non ha per niente chiaro a cosa serva, nonostante la nipote Sneh, che si occupa anche di sensibilizzare sul tema nelle scuole, glielo abbia spiegato più volte.

Un’altra scena estremamente toccante è quando alcune donne vengono istruite per utilizzare il macchinario, mostrandogli tutte le fasi della lavorazione fino ad ottenere un assorbente, che le giovani si passano di mano in mano come un oggetto misterioso e molto delicato.

Sneh, la ragazza responsabile della fabbrica, mostra come cerca, insieme ad altre donne di andare a vendere le prime scatole di assorbenti Fly in paese, dovendo bussare casa per casa, con donne intimidite ma curiose che aprono le porte e decidono di acquistare una scatola del prodotto con una circospezione nervosa, come se stessero acquistando un prodotto di contrabbando.

Col passare del tempo però la notizia su questa strada macchina approdata in paese, che dà lavoro a molte donne e produce oggetti mai visti, comincia a circolare. La fabbrica si riempie di curiosi. Anche di uomini circospetti, che non vedono di buon occhio il movimento poco chiaro che sta animando la comunità di donne.

Trovo che il documentario sia interessante per molti aspetti. Innanzi tutto, perché racconta di come un semplice macchinario per produrre assorbenti possa dar vita a una vera e propria rivoluzione, non solo nella vita intima delle donne, ma anche economica.

Le lavoratrici più giovani hanno lasciato passare mesi prima di confidare alle madri dove lavoravano, mentre un’altra di loro, Sushma Devi, ammette che il marito continua ad osteggiarla in tutti i modi, qualche volta addirittura picchiandola. E le ripete di lasciare il lavoro, anche se il suo stipendio, pari a 2.500 rupie al mese (circa 31 euro), è molto più alto di quanto guadagni lui. “Ma io non smetterò di lavorare nella nostra piccola azienda: gli assorbenti hanno cambiato in meglio l’esistenza di milioni di donne“, dice Sushma.

“Period” ci fa riflettere su come parlare di cura mestruale significa parlare di diritti umani, perché dove ancora la cultura o lo scarso accesso a prodotti sanitari adeguati obbligano le ragazze a dover abbandonare la scuola o a doversi assentare regolarmente procurandosi deficit scolastici rispetto ai loro coetanei maschi, già decisamente più avvantaggiati, il rischio di situazioni di marginalità, povertà e matrimoni precoci aumenta. Tutelare le vite delle donne può partire anche dal visionario progetto di installare una macchina per assorbenti.

E concludo facendo un’ultima riflessione, la più difficile da districare, sul fatto che io per prima ho storto il naso, sempre dall’alto del mio piedistallo privilegiato, perché ho subito pensato: cavolo, noi qui stiamo cercando di eliminarli completamente gli assorbenti, per tutte le conseguenze inquinanti che comportano, sostituendoli con le nostre coppette in silicone o intimo assorbente e lavabile, e questi portano macchine per produrre assorbenti dove ancora non erano arrivati?

Non ho una risposta a questa domanda, se non come sempre il tentare di contestualizzare tutto negli sfaccettati e multipli lati da cui si può osservare la realtà. Noi possiamo permetterci di trovare alternative agli assorbenti, spostando l’attenzione sulla sensibilizzazione ambientale, perché i nostri diritti umani legati alla cura mestruale sono riconosciuti e salvaguardati. Dove questo non è ancora avvenuto, dove le donne non possono neanche accedere al tempio a pregare durante il ciclo perché considerate impure e portatrici di sventura, l’urgenza credo stia nel permettere loro di emanciparsi.

Solo in una società che ha una solida base di diritti universali riconosciuti per tutti può progredire e migliorare anche il nostro impatto sulla terra.

Ma resta comunque una discussione delicata e credo sensibile a molti attacchi e punti di vista alternativi. Sarebbe bello affrontarla insieme, con voi lettrici e lettori, nel rispetto e nell’accettazione di ogni posizione, purché pacata e aperta al confronto, come è sempre stato l’approccio su questo blog.

Nel frattempo recuperate questo bellissimo documentario su Netflix o YouTube.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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