Una città che intercetta la fragilità prima dell’emergenza: a Lovanio, Zorg Leuven fa prevenzione tra quartieri e servizi di prossimità. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Dimasi, dall’Italia alle Fiandre, in prima linea contro l’esclusione sociale.
Fa freddo a Leuven (Lovanio in italiano) la mattina dopo una notte di pioggia. I marciapiedi sono ancora bagnati, le biciclette gocciolano silenziosamente fuori dagli edifici, senza interrompere la consueta routine ordinata della città. All’interno di Stan, un bar di quartiere non lontano dall’ospedale cittadino, i clienti siedono ai tavoli davanti a panini al salmone e avocado. Tutti parlano, nessuno a voce alta. Un brusio sommesso riempie la sala, fatto di conversazioni tra colleghi e amici. Davanti a me, Giuseppe Dimasi.
Nato in Italia, è arrivato in Belgio anni fa senza immaginare di costruire qui la propria carriera nella cura sociale. Oggi lavora per Zorg Leuven, l’ente municipale che coordina gran parte dei servizi sociali e socio-sanitari della città, con un ruolo chiave nel supporto agli anziani e alle persone vulnerabili. «Io sono coinvolto nel coordinamento e nello sviluppo dei servizi di assistenza», spiega. Ma la parte più difficile del suo lavoro non riguarda l’organizzazione in sé. La sfida è «capire dove iniziano davvero i problemi delle persone».
Molte richieste arrivano come domande pratiche — aiuto domestico, pratiche amministrative, bisogni sanitari — però dietro si nascondono spesso solitudine, precarietà, perdita di autonomia o fragilità psicologica. Il suo compito è rendere visibili queste dimensioni e costruire risposte che vadano oltre l’urgenza immediata.
Le richieste di aiuto arrivano con regolarità settimanale, soprattutto da anziani ma non solo. Questo perché, spiega, i residenti sono incoraggiati attivamente a rivolgersi ai punti di supporto municipale. La città ha creato un sistema di accesso attraverso servizi come Leuven Helps, uno sportello unico che invita i cittadini a segnalare difficoltà finanziarie, solitudine, problemi amministrativi o familiari, per poi indirizzarli verso la rete appropriata di volontari, operatori sociali o servizi sanitari. L’obiettivo non è solo fornire una risposta, ma far sì che le persone vengano intercettate prima che la situazione degeneri.
Negli ultimi anni Leuven, nota per l’università, l’architettura medievale e l’alta presenza studentesca, ha dunque integrato welfare sociale, sanità e vita comunitaria. «La città — con una solida tradizione politica socialista — ha avviato un cambiamento amministrativo e culturale profondo», sottolinea Giuseppe. La strategia municipale definisce Leuven una “città che si prende cura”, puntando su prevenzione, partecipazione e inclusione, oltre che sulla gestione delle emergenze e lo fa in modo integrato. Un esempio? Gli uffici dell’OCMW, che offre assistenza economica e accompagnamento sociale, lavorano in collaborazione con l’università la quale fornisce valutazioni continue sull’efficacia dei programmi e sui modelli di partecipazione.
Al centro di questa visione c’è la prescrizione sociale, basata sull’idea che molti problemi di salute non si risolvano solo in ambito clinico, ma richiedano interventi su relazioni, partecipazione e condizioni di vita. I servizi municipali funzionano così come porte di primo accesso, non come semplici sportelli amministrativi. «Quando i cittadini arrivano con un problema — continua — vengono indirizzati verso percorsi che combinano sostegno economico, partecipazione sociale, prevenzione sanitaria e supporto psicologico». Il sistema si basa fortemente su infrastrutture di servizio di quartiere. «Zorg Leuven opera in 4 quartieri attraverso i centri servizio (Lokaal Dienstencentrum). In altri quartieri operano i “Buurtcentra” costruiti dal comune in quartieri con alta concentrazione di abitanti vulnerabili. Nei quartieri dove non operano i Centri Servizio di Zorg Leuven o i buurtcentra, il comune ha deciso invece di collocare dei “Mobile buurtwerkers”. Sono dei lavoratori di quartieri che non hanno sede fissa. In questo modo qualsiasi abitante di Leuven ha un punto di riferimento in base a dove vive.»
A un osservatore esterno, questi centri potrebbero apparire insignificanti. Occupano edifici nascosti, a volte collegati a complessi abitativi o sale comunitarie. All’interno, tuttavia, funzionano come infrastrutture sociali progettate con cura in cui la prevenzione è integrata nell’interazione quotidiana, come nel caso di Wilsele-Putkapel dove lavora Giuseppe. Qui le mattinate alternano esercizio fisico, laboratori artistici, gruppi per caregiver e incontri informativi, in ambienti volutamente informali.
La prevenzione sanitaria entra così nella vita quotidiana. «Gli audiologi, per esempio, organizzano sessioni di screening dell’udito con strumenti portatili accanto ai tavoli dove si gioca a carte», racconta. Controlli che avvengono in contesti familiari, riducendo barriere e timori legati alla medicalizzazione. Un altro pilastro è la presenza di psicologi di prima linea integrati nei servizi di quartiere e nell’assistenza primaria. Le sedute costano 11 euro, 4 con tariffa sociale, e sono limitate a dieci incontri: un intervento breve pensato per intercettare il disagio prima che diventi crisi.
Le criticità non mancano: cresce la domanda di supporto per la salute mentale, soprattutto tra i giovani alle prese con precarietà abitativa e pressioni accademiche, mentre molte attività dipendono dal volontariato. Un’altra sfida riguarda come mantenere l’integrazione tra settori richiede risorse e continuità politica. «Non è sempre facile anche perché il carico emotivo è alto», conclude Giuseppe, che però non si arrende perché «è proprio l’intervento precoce a poter prevenire ricoveri, ridurre il ricorso alla psichiatria specialistica e migliorare la qualità della vita».
Quando io e Giuseppe usciamo dal bar, la pioggia ha smesso e le biciclette non gocciolano più. La città riprende il suo ritmo silenzioso, fatto di routine e infrastrutture invisibili. È proprio in questa normalità che si misura l’efficacia del modello: non nell’emergenza, ma nella capacità di rendere la fragilità una condizione intercettata, accompagnata e condivisa prima che diventi crisi.
Nella foto, Giuseppe Dimasi (al centro)

