Vittorio Emanuele III: fu una fuga?

Alcuni storici italiani, tra i quali Lucio Villari, Massimo de Leonardis, Luciano Garibaldi, Giorgio Rumi, Aldo Mola, Francesco Perfetti e altri uomini di cultura, giornalisti o giuristi, quali Lucio Lami, Franco Malnati, Gigi Speroni, Antonio Spinosa, hanno formulato una tesi sulla fuga da Roma del re d’Italia Vittorio Emanuele III dopo l’armistizio nel 1943.

In generale hanno preferito parlare del fatto come di un “trasferimento del Re”, ma la percezione dell’avvenimento come una fuga e l’iniziale senso di smarrimento anche all’interno dell’esercito (di cui è un esempio il diario dell’ufficiale Giovannino Guareschi) non sono taciuti. In particolare, sono state sottolineate le responsabilità di parte dei vertici militari, collocando la vicenda nel complicato contesto bellico che indusse Badoglio ad optare per una strategia “temporeggiatrice”, come la definisce lo storico Mola. Questa parte della storiografia accentua inoltre il ruolo della propaganda nazifascista nell’alimentare l’idea della fuga del monarca in modo da legittimare agli occhi degli italiani la costituzione dello Stato fantoccio guidato da Mussolini.

L’elemento chiave che accomuna questi storici è quello della continuità dello Stato. In questo modo si respinge la tesi della fuga come mezzo per garantire la mera incolumità privata di Vittorio Emanuele III e dei suoi familiari. Infatti, per motivi della massima gravità, il trasferimento del capo dello Stato e dei suoi principali collaboratori è ritenuto necessario per assicurarne lo svolgimento delle funzioni. La gravità del momento era dovuta al fatto che l’Italia, che aveva perso la guerra e si ritrovava occupata a Sud dagli angloamericani e al Centro-Nord dai tedeschi, con un esercito ormai male equipaggiato e dislocato fuori dei confini, rischiava di perdere la sua guida, il capo dello Stato e delle forze armate in quanto Hitler aveva diramato l’ordine di arrestare il re e i membri della famiglia reale italiana. Spesso si aggiunge alla motivazione principale – quella della continuità dello Stato – la necessità di allontanarsi da Roma, dichiarata unilateralmente città aperta, per evitare la strage della popolazione civile e gravi danni ai monumenti.

Sempre secondo queste tesi, la mancata diramazione iniziale di un piano deciso di attacco contro i tedeschi deriverebbero dalla necessità di evitare l’inasprimento dell’azione dell’ex alleato sia contro la popolazione civile sia contro gli obiettivi militari, in una situazione in cui le forze armate italiane si trovavano in netta inferiorità per dotazione di armamenti.

Vengono portati a giustificazione del trasferimento di Vittorio Emanuele III altri casi in cui personalità politiche, nell’imminenza dell’invasione tedesca, si allontanarono dalle rispettive capitali o fuggirono all’estero: in Francia, nel giugno 1940, il presidente della Repubblica Albert Lebrun si trasferì a Bordeaux con tutto il governo e Stalin ordinò il trasferimento del governo a Kujbyšev, 800 chilometri da Mosca, mentre altri progettavano di farlo (il re Giorgio VI del Regno Unito aveva programmato di trasferirsi in Canada nel caso in cui i tedeschi fossero riusciti ad attraversare la Manica). Vittorio Emanuele III e Pietro Badoglio si recarono a Brindisi, già evacuata dai tedeschi e ancora non occupata dagli Alleati. Questi ultimi, tuttavia, sbarcarono a Taranto il giorno dopo la proclamazione dell’armistizio. Inoltre, i monarchi italiani si sono comportati come quasi tutti i monarchi europei, che si misero sotto la protezione delle truppe alleate per poter continuare a dirigere la lotta contro i nazisti (Guglielmina dei Paesi Bassi, Giorgio II di Grecia e Haakon VII di Norvegia si trasferirono a Londra con i loro governi).

Tale preteso parallelismo tra le azioni di alcuni monarchi europei e quelle del re d’Italia distingue il fatto che le deboli forze armate dei paesi dei sovrani citati non erano – al contrario di quelle italiane – assolutamente in condizione di opporre alcuna resistenza significativa a quelle tedesche, senza parlare del fatto che il sostegno che i britannici potevano offrire a norvegesi, olandesi e greci era ben poca cosa rispetto a quello che gli Stati Uniti erano in grado di dare all’Italia. La posizione della monarchia italiana era diversa rispetto a quella degli altri sovrani europei poiché capo di una nazione precedentemente alleata e solo successivamente avversaria (come co-belligerante) dell’Asse.

Le modalità del trasferimento a Brindisi, pur effettuato precipitosamente per via del rapido mutare degli eventi, non assomiglierebbero, secondo a questi storici, a quelle di una fuga. La storia della “fuga” sarebbe nata secondo una tesi in ambienti della Repubblica Sociale Italiana e successivamente, adottata in chiave anti-monarchica da larghi settori della politica italiana nel dopoguerra. Lo stesso Carlo Azeglio Ciampi disse questo: «Non perdonai la fuga del re, anche se riconobbi che, andando al Sud, aveva in qualche maniera garantito la continuità dello Stato». Il colonnello SS Eugen Dollmann dichiarò che: «La famiglia reale e Badoglio nel frattempo erano partiti, con somma delusione del cosiddetto gruppo estremista del quartier generale di Kesselring. Secondo il maresciallo e i suoi più intimi collaboratori, la monarchia aveva salvato l’unità d’Italia abbandonando Roma.»

Nonostante le critiche sulla condotta restino, spesso non si menzionano neanche i discorsi radio del sovrano stesso dal Sud, come questo, diffuso da Radio Bari: «Per il supremo bene della Patria, che è stato sempre il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita e nell’intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta dell’armistizio. Italiani, per la salvezza della Capitale e per poter pienamente assolvere i miei doveri di Re, col Governo e con le Autorità Militari, mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale. Italiani! Faccio sicuro affidamento su di voi per ogni evento, come voi potete contare fino all’estremo sacrificio, sul vostro Re. Che Iddio assista l’Italia in quest’ora grave della sua storia

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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