Dario ha nove anni; Lapo di anni ne ha sette. Entrambi sono nati in un bellissimo paese della Svizzera, quasi sul confine con la Germania. Dario è appassionato di calcio. A Lapo non importa un gran che di questo sport. Ma entrambi su una cosa concordano: ai mondiali di calcio in corso in Qatar tifano anzitutto per la Svizzera.

Il fatto è che loro, in quel paese, non ci abitano più da alcuni mesi. E non hanno nemmeno il passaporto rossocrociato. Ma in Svizzera ci sono nati, là hanno coltivato le prime amicizie. Loro insomma si sentono profondamente svizzeri. E poco importa un pezzo di carta che li assegna a un altra nazione (tra parentesi, l’Italia). Poi è successo qualche cosa – e così continuano a tifare Svizzera, però non solo…

Ma partiamo dall’inizio.

Se ai miei figli ci è voluto molto meno di dieci anni di vita per sentirsi svizzeri (dieci è il numero di anni minimo di residenza richiesto a un adulto per avviare la pratica di naturalizzazione) non è forse solo per l’apprezzamento che ho spesso espresso verso la Svizzera. 

C’è un’altra responsabile. La scuola.

Già, la scuola, con le gite scolastiche che venivano regolarmente organizzate per le vie del paese, nei parchi giochi, fino al municipio cittadino, all’inceneritore e alla coop locale: i luoghi della quotidianità e del tempo libero dei miei figli. Tasselli di vita che sono entrati nella loro memoria e hanno contribuito a creare un senso di appartenenza. Molto forte.

Da qui, da quel stare bene in un luogo e sentirlo “famigliare” al più generico “sentirsi svizzero” (anche se l’acquisizione della cittadinanza è molto complessa – ma i miei figli questo non lo sanno) il passo è breve, ed è stato naturale: si sono sentiti parte del “locale” insomma (“il mio territorio, la mia comunità, i miei amici”) e quindi del “tutto” del quale il “locale” è parte. Lugano, il Ticino, la Svizzera.

Ora, è chiaro che questo senso di appartenenza nei confronti dell’Italia bambini che frequentano lo Stivale solo per qualche settimana di vacanza all’anno non posso averla. 

Nelle scorse settimane mi sono chiesta se, con il tempo, i miei figli potranno sviluppare attaccamento per il nuovo paese in cui abitiamo; se ne sentiranno mai “parte” al punto di desiderare acquisirne, un giorno, magari persino la cittadinanza? La domanda sembra retorica e è lecito immaginare che ciò accadrà dato che la loro vita relazionale è qui.

Fino a qualche giorno fa, tuttavia, non avevo ricevuto alcun tipo segnale che indicasse un qualche attaccamento al luogo del nostro domicilio. Nessuna dichiarazione di amore, insomma. Ma tanta nostalgia per la Svizzera.

Poi è successa una cosa.

I miei figli sono stati, con la loro classe, a esplorare il campanile di una delle chiese della città; hanno fatto merenda (sotto lo pioggia, tra l’altro) in uno dei parchi cittadini, dove l’acqua della fontana finalmente si vede e non è più celata dietro uno strato spesso di alghe; hanno preso i mezzi pubblici per spostarsi da un luogo all’altro. Hanno ordinato, parlando nella nuova lingua, il loro primo waffel, quel buonissimo dolce a cialda, croccante fuori e morbido dentro.

E alla sera, mi hanno chiesto se non è il caso di comprare casa, invece di stare in affitto, dato che loro qua, in Belgio, potrebbero immaginarci si restarci. La partita di calcio Belgio contro Canada è stata poi seguitissima, con un dichiarato supporto per la squadra belga (e la recente sconfitta contro il Marocco non è stata digerita troppo bene!).

Postilla: ho pensato di fare alcune ricerche nel web, che di solito ha risposte per tutto, ma non ha trovato nulla sulle identità multiple dei tanti italiani nati all’estero nell’era della globalizzazione, con i suoi confini fluidi e, per lo più, permeabili (secondo il rapporto degli italiani nel mondo 2022, i nati all’estero sono aumentati dal 2006 ad oggi del 167,0%). Così continuo a chiedermi cosa voglia dire cittadinanza e appartenenza a una comunità per questi bambini. E rimango convinta del ruolo della scuola a sostegno dell’inclusione e accoglienza nella formazione dei cittadini di oggi e di domani.