Riconoscere la solitudine come un autentico fattore di rischio sanitario significa comprendere che la salute non dipende solo da cure mediche e interventi clinici, ma anche dalla qualità delle relazioni, dall’inclusione sociale e dal senso di appartenenza: elementi che la prescrizione sociale mira a integrare concretamente nei percorsi di cura.
Quando si parla di prescrizione sociale, uno degli elementi che ne giustificano l’emergere e l’urgenza è la crescente consapevolezza che la solitudine e l’isolamento sociale non sono fenomeni marginali, bensì rischi rilevanti per la salute pubblica del XXI secolo.
La pandemia causata dal virus SARS-CoV-2 ha messo in luce una verità che molti avevano sottovalutato: la solitudine può essere tanto pesante quanto invisibile. E è in crescita, specialmente, tra le nuove generazioni. Condotto tra la fine di ottobre a l’inizio di novembre 2020, il “COVID-19 Monitor”, coordinato da Anne Torreggiani, CEO di The Audience Agency e co-direttore del Centro per il Valore Culturale dell’Università di Leeds e finanziato da UK Research and Innovation (UKRI) e commissionato dall’Arts and Humanities Research Council, ha proprio messo in luce come per i giovani il digitale sia un alleato prezioso, non solo per intrattenersi, ma per sentirsi meno isolati. «Un dato interessante, e in qualche modo sorprendente, è che i giovani hanno dichiarato di seguire eventi culturali online non solo perché cercano intrattenimento, ma anche perché vogliono evitare la solitudine», spiega Torreggiani.
Questa emergenza ha evidenziato anche un limite dei sistemi sanitari occidentali: pur essendo attrezzati per intervenire su malattie acute e croniche attraverso farmaci, terapie e chirurgia, faticano spesso a gestire la dimensione sociale della sofferenza. La persona che vive senza legami stabili, che partecipa poco alla vita sociale o che soffre per mancanza di significato, trova nel modello tradizionale della medicina poche risposte. È proprio qui che entra in gioco la prescrizione sociale, che propone un percorso non solo clinico, ma anche sociale e relazionale, riconoscendo come il benessere passi attraverso la connessione con gli altri.
Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che isolarsi socialmente o sentirsi soli in modo cronico è associato a peggiori esiti di salute, e in particolare a un aumento della mortalità. Una meta‑analisi pubblicata su JAMA Network ha incluso 90 studi prospettici – per un totale superiore a 2 milioni di adulti – e ha rilevato che l’isolamento sociale è associato a un rischio aumentato del 32% di mortalità per tutte le cause, mentre la solitudine soggettiva è associata a un aumento del 14%. Dallo studio longitudinale di un campione di 1.363 persone in Svezia, seguiti dai ricercatori tra il 1997 e il 2011 è emerso che la solitudine è associata a un incremento del rischio di morte di circa il 27%.
Questi dati collocano la solitudine e l’isolamento sociale accanto a fattori di rischio tradizionali — come il fumo o l’obesità — anche se non sempre con la stessa evidenza quantitativa.
Ma perché la solitudine «fa male» al corpo, oltre che all’anima? Gli studi indicano vari meccanismi, interconnessi tra loro. Dal punto di vista biologico, la solitudine cronica è associata a una maggiore attivazione dello stress neuro‑endocrino e immunitario, con livelli elevati di cortisolo, infiammazione sistemica, minore regolazione del sistema immunitario. Una review recente sottolinea che l’isolamento e la solitudine sono fortemente collegati a un’aumentata incidenza di patologie cardiovascolari, cerebrovascolari, riduzione della funzione cognitiva, e peggioramento della qualità della vita. Un’altra analisi, che ha coinvolto un numero altissimo di persone ( poco meno di 500 mila) — ha mostrato che l’isolamento sociale aveva un impatto consistente sulla mortalità, più della solitudine soggettiva, indicando che la dimensione oggettiva del contatto sociale può essere un target di intervento. Diversi studi longitudinali mostrano che la persistenza dell’isolamento o della solitudine nel tempo si traduce in rischi maggiori per il nostro benessere psico-fisicorispetto alle condizioni transitorie. Dal punto di vista psicologico, la solitudine favorisce l’ansia, la depressione, peggiora l’autopercezione della salute, riduce la motivazione ad attivarsi (per esempio: uscire, fare movimento, partecipare). Inoltre, chi è socialmente isolato tende ad avere comportamenti meno protettivi: più sedentarietà, meno aderenza alle terapie, maggiore consumo di sostanze nocive o mezzi compensatori.
Se la solitudine ha effetti così reali sulla salute, perché la medicina standard fatica a intervenire?
In parte perché i sistemi sanitari sono strutturati per gestire malattie, sintomi, organi, protocolli clinici e meno per intervenire sulla rete sociale del paziente. Il medico prescrive farmaci, può raccomandare terapia psicologica, ma raramente prescrive attività di gruppo, partecipazione culturale, volontariato o riattivazione sociale. La salute come “benessere sociale” appare ancora poco integrata nei percorsi assistenziali. E il risultato è che molte persone fragili — sole, isolate, demotivate — restano “pazienti complessi” senza un’effettiva risposta alla dimensione sociale del loro disagio. Ecco allora che riattivare risorse individuali e collettive, dar senso, costruire appartenenza diventa una risposta concreta alla solitudine come fattore di rischio.
Nel considerare la crescente importanza della solitudine come fattore di rischio per la salute, diventa cruciale osservare come tale dimensione si possa manifestare in modo particolare nel contesto della migrazione. Per chi vive lontano dal Paese d’origine — come ad esempio molti italiani all’estero o altri gruppi migranti — la solitudine e l’isolamento possono assumere caratteristiche ancora più acute, legate alla perdita di reti sociali, a barriere linguistiche, e anche discriminazione, cambiamenti culturali e comunitari. Le evidenze disponibili confermano che i migranti sono, in molti contesti, più vulnerabili alla solitudine rispetto alle popolazioni native, e che questa vulnerabilità ha implicazioni importanti per la salute.
Una ricerca intitolata “Migration-related inequalities in loneliness across age groups: a cross‑national comparative study in Europe” ha utilizzato dati dell’European Social Survey (rounds 5‑7) su 121.835 partecipanti in 26 paesi europei. Lo studio ha trovato che chi ha uno “status migratorio” (in particolare i migranti di prima generazione che sono arrivati dopo i 18 anni) ha una probabilità significativamente maggiore di sperimentare solitudine rispetto a chi non ha background migratorio. In particolare, i risultati indicano che la vulnerabilità alla solitudine non si limita all’età avanzata, ma attraversa diversi gruppi di età e generazioni, e che la migrazione rappresenta un fattore addizionale di rischio.
Nel contesto canadese, un altro studio pubblicato nel 2023 su oltre 38.000 persone di età 65+ ha valutato la prevalenza della solitudine tra immigrati e nativi. È emerso che circa il 19,2% degli anziani canadesi risultavano soli, con una probabilità significativamente maggiore per gli immigrati adulti rispetto ai nativi. In Ontario, uno studio su 5.371 adulti (immigrati e nativi) ha mostrato che tra gli immigrati di 65+ anni la prevalenza della solitudine era del 30,8%, mentre tra i nativi era del 34,0%. Sebbene in questo caso la percentuale fosse leggermente più bassa tra gli immigrati, lo studio evidenzia che per gli immigrati fattori come minor tempo di permanenza nel Paese ospitante, vedovanza, salute fisica e mentale povera, e vivere in quartieri con bassa diversità etnica erano associati a maggiore solitudine. In Italia, uno studio apparso su Migration Letters dal titolo “Loneliness Among Migrants in Italy: Risks and Protectors” e basato sui dati ISTAT “Condizioni sociali e integrazione dei cittadini stranieri” (2011‑12, campione ≈ 25.000), ha evidenziato come la solitudine tra migranti in Italia sia connessa a fattori quali barriera linguistica, discriminazione, quartieri deprivati, salute scadente, e come invece siano protettivi l’occupazione stabile e la presenza familiare/sociale.
Questi dati mostrano come la migrazione comporti spesso la perdita o l’indebolimento del capitale sociale (la rete di amicizie, il contesto culturale di appartenenza, la familiarità con gli spazi sociali). Migrare, sia in modo volontario che – e tanto più – forzatamente, comporta una serie di cambiamenti strutturali che influiscono direttamente sulle reti di relazione. Le relazioni che restano possono essere parziali o virtuali, o comunque modulate da fuso orario, distanza fisica, vincoli lavorativi. A ciò si aggiunge la presenza di ostacoli specifici, come le incertezze economiche e abitative, così come la precarietà lavorativa, con cui possono confrontarsi i migranti (naturalmente non stiamo parlando degli expats!). Da non dimenticare, poi, che i migranti possono sperimentare barriere alla partecipazione socio-politico-economica nel Paese di arrivo: la lingua, la mancanza di familiarità con i servizi locali, la discriminazione, la segregazione sociale. Tutti questi fattori sono associati a un maggior rischio di solitudine nei migranti, che non è solo la “mancanza di compagnia”, ma può essere una condizione prolungata di marginalità relazionale, con meno accessi alle “reti informali” che normalmente proteggono dal disagio. Tutto ciò rende le persone che emigrano un gruppo particolarmente adatto per l’intervento della prescrizione sociale.
In altre parole, se la solitudine costituisce un fattore di rischio sanitario (e se i migranti sono più esposti a questo fattore) allora intervenire attraverso attività culturali, sportive o comunitarie può rappresentare una strategia di promozione della salute altamente rilevante per questa popolazione vulnerabile?
Si tratterebbe, per un medico o un operatore sanitario, di considerare non solo i fattori clinici ma anche quelli relazionali e ambientali nel caso di un migrante che mostra segnali di isolamento, demotivazione, peggioramento dell’umore. Una “ricetta” che preveda l’accesso a un gruppo di socializzazione, un’attività culturali multilingue, un corso di lingua unito a un laboratorio creativo con altri immigrati, o un progetto di volontariato locale può servire a ridurre la solitudine, a rafforzare reti sociali, a migliorare integrazione e senso di appartenenza — e da lì influenzare positivamente anche la salute fisica e mentale. Ce ne sono?

