L’ecocidio, etimologicamente la devastazione della casa comune, è una distruzione dell’ambiente naturale operata da esseri umani, sia in tempo di pace che durante una guerra, con azioni intenzionali e determinanti.
Il termine fu coniato ai tempi della guerra del Vietnam per indicare l’uso da parte dell’esercito americano di un potente defoliante che aveva lo scopo di distruggere le foreste e i raccolti. Quest’opera di desertificazione ha prodotto effetti di totale sterilizzazione di interi terreni ben oltre la fine del conflitto. Di fatto può essere un metodo criminale per condurre una guerra con il preciso proposito di affamare o mettere in fuga intere popolazioni e in quanto tale può costituire un aspetto fondamentale di una politica di genocidio.
Questo appare evidente in una situazione come quella venutasi a creare a Gaza in seguito alla reazione israeliana all’attacco terroristico del 7 ottobre 2023. Oltre alla strage di palestinesi che continua anche dopo il cosiddetto cessate il fuoco del 10 ottobre scorso, sta avvenendo da parte israeliana una vera e propria distruzione sistematica di ecosistemi, tale da rendere precaria la stessa sopravvivenza per gli abitanti di Gaza, anche in caso di effettiva cessazione della violenza diretta sulle persone. In primo luogo, l’esercito israeliano ha proceduto a un distruzioni sistematica delle risorse agroalimentari degli abitanti della Striscia con un aggravamento della situazione di carestia, proiettandone gli effetti anche nel futuro. Tale distruzione già in atto ha conosciuto un incremento anche in Cisgiordania dove la distruzione della banca dei semi autoctoni, custoditi dai palestinesi a Hebron ha evidenziato anche in modo emblematico la volontà israeliana di uccidere il futuro alimentare dei palestinesi. A Gaza inoltre le macerie che ammontano secondo stime dell’Onu a trentanove milioni di tonnellate (!) creano enormi rischi sanitari, legati alle polveri emanate e alla presenza di amianto e di altre sostanze contaminanti, senza contare il costante pericolo costituito dalla possibile presenza di ordigni inesplosi. Si tenga conto anche della distruzione degli impianti dei sistemi idrici e fognari e della continua combustione di ogni genere di materiale utilizzabile per la vita delle persone per immaginare la condizioni dell’acqua e dell’aria. Una situazione di per sé terribile e aggravata ulteriormente dal fatto che non è imminente,al di là dei vaneggiamenti immobiliaristi di Trump e compagnia, nessun concreto progetto di risanamento ambientale. Non meno rilevante quello che un rapporto dell’Onu ha definito “scolasticidio”, cioè l’annientamento sistematico di tutto il sistema scolastico, educativo e formativo palestinese nella Striscia di Gaza tale da impedire qualsiasi possibile rinascita di una vita civile nella regione.
Durante l’attacco israeliano e statunitense all’Iran sono state colpiti sistematicamente impianti petroliferi iraniani; in particolare l’8 marzo scorso l’attacco israeliano a quattro depositi petroliferi nei pressi di Teheran ha prodotto una densa coltre nera da cui ha cominciato a cadere una “pioggia di petrolio”, cioè gocce d’accqua impregnate del petrolio fuoriuscito dai depositi. A sua volta la controffensiva iraniana provoca analoghi fenomeni in seguito all’attacco di infrastrutture del gas e del petrolio. L’attacco alle infrastrutture energetiche iniziato con l’aggressione all’Iran colpisce anche in modo deliberato centri di produzione dell’energia elettrica utilizzata anche per la fornitura utilizzata per il riscaldamento e per fornire acqua per la popolazione civile. Questo tipo di attacchi non hanno niente a che fare con la distruzione dell’apparato militare iraniano ma mirano piuttosto a rendere impossibile la sopravvivenza della popolazione civile e come tali son senz’altro da considerare come crimini di guerra.
Analoghi attacchi contro infrastrutture energetiche utilizzate dalla prolazione civile per le sue esigenze fondamentali sono stati condotti contro la popolazione ucraina dall’esercito russo. Del resto in Ucraina la guerra oltre che una tragedia umana si sta trasformando in un dramma ambientale con incalcolabili contaminazioni di immense aree agricole e di bacini idrici oltre che del patrimonio naturale del Paese. “Non sono effetti collaterali. Sono crimini deliberati contro persone e natura. È ecocidio:” afferma l’attivista ecologista ucraina Valeriia Bondarieva. Emblematica la distruzione della diga di Kakhovka, sul fiume Dienpr, avvenuta nel giugno del 2023, che ha causato un ingente allagamento, costringendo all’evacuazione oltre quarantamila persone Incombe inoltre il pericolo delle centrali atomiche continuamente minacciate dagli eventi bellici.
Anche se, come abbiamo visto, spesso le politiche ecocide sono parte di progetti genocidiari è avvertita da più parti l’esigenza di definire un quadro giuridico che definisca, nell’ambito del diritto internazionale, il crimine di ecocidio.
Nel 2024 i piccolo Stati di Vanuatu, Figi e Samoa, nel Pacifico meridionale, la cui esistenza è minacciata dagli effetti dell’inquinamento e dalla crisi climatica, hanno proposto alla Corte penale internazionale di considerare l’ecocidio come crimine contro l’umanità a partire dalla definizione proposta nel 2021 da un gruppo di esperti convocati dalla Stop Genocide Commission che definisce l’ecocidio come un insieme di “atti illegali o arbitrari commessi con la consapevolezza che vi sia una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso alla natura”. In tal modo vi sarebbe un riconoscimento che i crimini contro l’ambiente, sia in tempo di pace che in tempo di guerra meritano la stessa rilevanza di quelli commessi direttamente contro gli esseri umani.
Si tratterebbe di un passo importante in una fase i crimini ambientali sono o direttamente utilizzati come strumenti di guerra o comunque creano le condizioni per l’insorgere di conflitti.


