Le madri, se sono madri…

Vicino a Catanzaro, nella notte tra il 21 e il 22 aprile, Anna Democrito, ha gettato i suoi tre figli di sei anni, quattro anni e quattro mesi giù dal loro balcone al terzo piano e poi li ha seguiti.

La madre e i due bambini più piccoli sono morti sul colpo, la figlia di sei anni è stata ricoverata in gravissime condizioni.

Si tratta di un fatto che sconcerta per diversi motivi, ma soprattutto perché, come altre tragedie simili, va a intaccare quell’immaginario persistente del quale soprattutto nel nostro paese fatichiamo a liberarci, che vede il ruolo materno come figura sacra, emblema incorruttibile di bene e cura assoluti.

Si è parlato di “inspiegabile gesto”, alcuni giornalisti, tra i più indegni e naturalmente uomini, hanno scritto: “Le madri non buttano i figli dal terrazzo. Le madri, se sono madri, non si buttano nella morte con i figli”.

Sorvolando sulla grettezza dell’intero articolo, vorrei però partire proprio da queste parole: Le madri, se sono madri….

Esiste dunque una sorta di galateo indicativo che svela i punti salienti, le regole o forse i comandamenti divini che accertano l’essere madre dal non esserlo?

Probabilmente sì, se non altro nella condivisione orale che da sempre determina la morale e l’etica di un contesto sociale. Noi tutti, con il sostanziale supporto della politica e della religione, tra commenti innocenti e giudizi efferati, continuiamo a reiterare una specifica narrativa della maternità. Serve a tenere in piedi un intero sistema culturale che si fonda sul far credere alle donne di detenere il potere attraverso le loro “missioni esclusive”. Serve a continuare a rendere appetibili ruoli e condizioni in cui molte giovani donne non si riconoscono più.  Perpetuando tra l’altro situazioni che non hanno più niente a che vedere con la nostra società odierna, altamente individualista, in cui le donne che decidono di avere figli non hanno più una rete di supporto sociale data da comunità famigliari allargate e cooperative.

Nessuno mette davvero in guardia le future madri dal rischio dell’isolamento, dalla paura, dall’incertezza, che poi in molti casi sfociano in depressione.

Esistono da sempre i corsi pre-parto, ma sembra che a nessuno sia mai venuto in mente che forse i corsi post-parto possano servire ancora di più, come approdo sicuro per tutte quelle difficoltà, spesso ancora più dure del parto stesso, che le donne incontrano da subito, appena vengono liquidate dagli ospedali con un neonato di pochi giorni tra le braccia, con i punti di sutura che bruciano, una convalescenza ancora in atto e migliaia di dubbi.

Nessuno che prepari le future madri agli effetti della privazione del sonno, alla perdita di lucidità che può protarsi per mesi, al suono insopportabile di tua figlia o figlio che piange ininterrottamente da ore e non sai più dove sbattere la testa. Alle modalità di sopravvivenza che portano a spendere quelle poche energie vitali rimaste per infilare il neonato in una fascia o dentro una carrozzina, sempre che ci stia senza piangere, cosa per niente scontata, e uscire di casa per tentare di respirare. Poco importa se avranno il pigiama sotto la giacca o se la maglietta puzzerà di rigurgito rappreso, se avranno una pinza a legare capelli sporchi da giorni e uno sguardo alienato e terribilmente solo.

Non chiederanno aiuto perché siamo figure sacre che sanno cosa fare, create per dare la vita e crescerla. Ammettere di sentirsi tristi ci fa passare per ingrate e rende tangibile il fallimento nella nostra missione, che per natura, custodiamo in noi.

Questa è la realtà scomoda su cui poggia la maternità e questa è il principio da cui tutto è partito in questa tragedia annunciata. Sembrerebbe infatti che Anna abbia manifestato, forse con il parroco, alcuni segni della sua depressione e che lui le abbia consigliato di farsi aiutare. La donna sembra aver risposto che aveva paura che poi i servizi sociali le avrebbero portato via i figli ed è andata avanti, un giorno dopo l’altro, con i sintomi di una malattia mentale sempre più persistenti e debilitanti.

Riuscite a immaginare la fatica di portare avanti la quotidianità di una lavoratrice e madre di tre figli tenendo nascoste le proprie difficoltà perché ritenute pericolose e indegne? Neppure la dignità del malattia si era concessa Anna, fingendo e mostrando una normalità, come alcuni colleghi hanno dichiarato, mentre una voragine di dolore e di vuoto la divorava da dentro.

La prima domanda che mi è sorta appena ho letto la notizia è stata: Quindi era una madre single?

No, c’era un marito, che a quanto pare si è svegliato solo dopo aver sentito il tonfo secco dei loro corpi caduti sull’asfalto.

“Dovete chiedere aiuto” dicono alle donne. Una variante di “dovete denunciare”: lo stesso spostamento di responsabilità, lo stesso peso scaricato su di loro. Chiedere aiuto invece spesso è un privilegio. Bisogna saper capire cosa ti sta succedendo e serve avere intorno qualcuno che sia in grado di riconoscerlo, come evidentemente non è successo ad Anna Democrito. Serve non temere le conseguenze di quella richiesta. E tutto questo, nel post parto come in molte altre situazioni di fragilità, non è affatto garantito.

Secondo diverse indagini europee, meno della metà delle donne con depressione post partum riceve un supporto adeguato. Gli ostacoli sono sempre gli stessi: stigma, paura del giudizio, timore di essere considerate madri “non idonee”. Così anche una parola come psichiatra può diventare una minaccia, un rischio.

Ma è proprio qui che lo Stato dovrebbe esserci . Con una rete di supporto psicologico gratuita, accessibile, non stigmatizzante. Perché il punto non è decifrare questo “gesto inspiegabile” ma chiederci quante altre, oggi, stanno vivendo la stessa sofferenza e solitudine.

La salute mentale nel post parto è una questione di sanità pubblica e come tale andrebbe trattata: prevenzione, accesso, continuità. È quello che in altri paesi europei già esiste: un supporto psicologico diventato diritto e non privilegio.

Oggi in Italia questo non è ancora garantito.

Seguici

Cerca nel blog

Cerca

Chi siamo

Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

Ultimi post

Quando la natura ritorna

Ringrazio Sconfinamenti.info  per l’ospitalità che mi consente di presentare il mio nuovo libro “L’orsa che mangiava le ciliegie” (sottotitolo: La natura ritorna), in uscita in

Leggi Tutto »