Crescere lontano dall’Italia, oggi, non è più un’eccezione ma una traiettoria sempre più diffusa. È da questa consapevolezza che prende le mosse Crescere expat – Famiglie italiane in giro per il mondo, il libro di Eleonora Voltolina che prova a mettere ordine dentro un fenomeno spesso raccontato per stereotipi. Il risultato è un lavoro che sta a metà tra inchiesta e racconto corale, capace di restituire numeri solidi e, insieme, esperienze vissute.
Il punto di partenza è un dato tanto semplice quanto sottostimato. Secondo l’Istat, ogni anno nascono all’estero almeno 25 mila nuovi cittadini italiani. “Almeno”, perché i numeri sono inevitabilmente incompleti: gli oltre sei milioni di iscritti all’Aire non sempre registrano la nascita dei figli, soprattutto quando questi acquisiscono automaticamente un’altra cittadinanza per ius soli o per discendenza dall’altro genitore. È una zona grigia statistica che racconta, già da sola, quanto la genitorialità italiana sia ormai transnazionale.
Per colmare questo vuoto di narrazione, Voltolina ha costruito e diretto una ricerca ampia e partecipata: oltre 1.200 risposte raccolte nel 2024 da genitori italiani residenti in più di cinquanta Paesi. Un campione geograficamente esteso ma coerente: il 78% vive in Europa, il restante 22% nel resto del mondo. Le comunità più rappresentate sono quelle di Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti – mete storiche e insieme contemporanee dell’emigrazione italiana – ma non mancano Spagna, Svizzera, Paesi Bassi, Belgio, Austria, fino ad Australia, Emirati Arabi, Canada e Nord Europa. Così, a partire dalle ricevuto che questo gruppo di famiglie sparse per il mondo ha fornito, Voltolina trasforma una somma di esperienze individuali in una fotografia collettiva.
La domanda di partenza è: fare famiglia all’estero è più facile? La risposta, quasi plebiscitaria, è sì. Tre quarti degli intervistati lo affermano senza esitazioni; meno del 10% ritiene l’Italia più favorevole, mentre il 16% non prende posizione. Colpisce che il dato resti invariato anche distinguendo tra chi era già genitore prima di partire e chi lo è diventato all’estero: segno che non si tratta di percezioni vaghe, ma di esperienze consolidate. Le motivazioni sono concrete. I sistemi di welfare nei Paesi di approdo risultano più strutturati e accessibili: il 51% segnala sgravi fiscali legati ai figli; il 47,5% assegni mensili universali, cui si aggiunge un 39% di contributi legati al reddito; il 36,5% rimborsi per spese come attività extrascolastiche o babysitting; il 35,5% servizi di assistenza post-partum; il 28% bonus alla nascita; il 15,5% sostegni abitativi. Solo l’8% dichiara di non ricevere alcun aiuto. Non si tratta solo di quantità di misure, ma di un ecosistema che rende sostenibile l’equilibrio tra lavoro e figli.
Il capitolo dedicato ai nonni lontani è tra i più emotivamente “sentiti”, quasi commovente. Chi vive all’estero con i figli e deve programmare incontri e visite ai genitori rimasti in Italia, lo conosce bene quel sentimento di tristezza, nostalgia, misto a senso di colpa (che è provato dal 57% degli expat con figli), in primis, per la sensazione di privare i figli di un rapporto assiduo con i nonni (73%); e poi c’è chi pensa “con cupezza” al futuro, a quando prima o poi i nonni non ci saranno più, lasciando un vuoto nella vita dei figli, non più recuperabile.
Interessante anche il tema dell’identità approfondito dalla ricerca. Cito dal libro: “Nelle famiglie miste la percentuale di chi pensa che i figli si sentano “italo-qualcosa”, mettendo nel loro cuore a pari merito due o più nazionalità, si attesta al 54%, e quella di chi li definisce “cittadini del mondo” al 10%: si tratta esattamente delle stesse percentuali rilevate a livello generale. Ma solo il 6,5% risponde invece che i figli si sentono al 100% italiani”. Tra l’altro, oltre un quinto dei partecipanti con partner straniero ha dichiarato di non ritenere che i figli nutrano un forte senso di identità italiana – un aspetto molto interessante, soprattutto alla luce delle discussioni in corso su ius soli e (per il versante italiano, ovvero tra i giovani migranti in Italia) ius scholae.
Il terreno della paternità offre ulteriori spunti importanti e su cui riflettere. Nei racconti raccolti, il ruolo dei padri cambia radicalmente rispetto all’Italia. Non solo per scelta individuale, ma per effetto di politiche pubbliche precise. In molti Paesi, il congedo di paternità è integrato a quello di maternità e strutturato in modo da incentivare – se non obbligare – i padri a utilizzarlo: se non lo fanno, una parte del congedo familiare viene persa. Questo meccanismo, apparentemente tecnico, produce un impatto culturale profondo. Le testimonianze lo confermano. In Spagna, ad esempio, il congedo è descritto come “paritario e obbligatorio per entrambi i genitori”, indipendentemente dall’età o dalla composizione della coppia. Il risultato è una presenza paterna più precoce e continuativa, che ridefinisce le dinamiche familiari fin dai primi mesi di vita del bambino. Non sorprende allora che il 70% degli intervistati percepisca il Paese in cui vive come più avanzato dell’Italia nella distribuzione delle responsabilità familiari.
Tuttavia, le osservazioni raccolte nel testo non indulgono in semplificazioni: la parità è un processo, non un dato acquisito. Solo il 38,5% descrive le attività di cura come realmente prive di connotazione di genere; la metà ammette che, pur senza norme esplicite, restano prevalentemente svolte dalle madri. I dati sulle pratiche quotidiane sono ancora più espliciti. Anche se nella gestione concreta dei figli – malattie, pasti, sonno, visite mediche, attività extrascolastiche – i padri non risultano mai maggioritari, in cinque ambiti su otto, il carico resta soprattutto materno. Eppure qualcosa è cambiato: gli uomini coinvolti mostrano una consapevolezza diffusa di questa disparità, segno di una trasformazione culturale in atto. E il libro coglie bene questa fase di transizione. La paternità expat non è ancora pienamente paritaria, ma è più visibile, più legittimata, più sostenuta. Anche il contesto sociale contribuisce: il 57% segnala una maggiore intercambiabilità dei ruoli genitoriali, il 55% coppie più equilibrate nella cura, il 39% una minore pressione dei nonni nelle scelte educative. A ciò si aggiungono differenze più ampie: bambini più autonomi (67%), routine più strutturate (70%), minore dipendenza economica in età adulta (57%). Un dato sorprendente emerge dal confronto implicito con l’Italia tra chi ha avuto figli prima di espatriare. Il 49% – quasi esclusivamente donne – racconta di aver subito penalizzazioni lavorative legate alla genitorialità: esclusioni ai colloqui, mobbing, demansionamenti, licenziamenti. Un contesto che, indirettamente, limita anche il pieno sviluppo della paternità, mantenendola spesso in secondo piano.
Nel libro si parla anche di altro, dal mantenimento della lingua italiana, alla maternità e la scuola, ad esempio, senza dimenticare di affrontare il capitolo, per così dire, che riguarda dubbi e progettualità di chi parte con famiglia appresso (o non ancora). Insomma, a seconda della fase della vita in cui le famiglie si trovano, ciascuno può leggere Crescere expat – Famiglie italiane in giro per il mondo, cercando bisogni condivisi, problemi e difficoltà che trascendono i singoli nuclei familiari, e soluzioni comuni.
E a proposito di questo, un capitolo del libro è proprio dedicato a “idee e proposte”, pratiche concrete e aspettative molto chiare. Le famiglie italiane all’estero non chiedono modelli ideali, ma condizioni funzionanti: servizi accessibili, tempi di vita compatibili, diritti esigibili, dove la genitorialità è responsabilità condivisa e sostenuta dalle istituzioni, dunque non una questione privata lasciata all’improvvisazione delle singole famiglie.
Se c’è un filo rosso che attraversa le risposte raccolte è anche il “rapporto” con lo Stato italiano, un legame che non è affatto reciso, ma piuttosto ridefinito – anche in modo conflittuale e problematico – e che passa anzitutto tramite la richiesta di servizi consolari più efficienti, scuole italiane all’estero più solide, strumenti digitali adeguati, tutele previdenziali più chiare. In altre parole, le famiglie italiane all’estero sembrerebbero chiedere di poter restare parte attiva di una comunità nazionale che però, troppo spesso, continua a pensarle come marginali.
L’invito, come mi pare di coglierlo dall’analisi di Voltolina – assieme alla prefazione di Maria Chiara Prodi, Segretaria Generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), e alla postfazione di S.E. Mons. Gian Carlo Perego, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni (CEMi) della CEI e della Fondazione Migrantes – è quello di guardare a ciò che funziona altrove non per imitazione superficiale, ma per capire quali condizioni rendono davvero possibile essere genitori all’estero e in Italia, perché no! Nella consapevolezza che la differenza non la fanno le scelte individuali isolate, ma i contesti che le rendono praticabili.

