Non mi capita più di andare al cinema molto spesso. Le rare volte in cui io e mio marito usciamo da soli evitiamo il cinema per recuperare tutti gli argomenti di conversazione e gli aggiornamenti che sono stati interrotti nel corso delle settimane precedenti.
In questo caso però, trovandomi a dover prolungare la mia permanenza in Italia a causa di uno sciopero generale dei mezzi pubblici, ne ho approfittato. Non avevo molte opzioni, trovandomi in una piccola cittadina in provincia di Cuneo, ma come spesso accade in questi casi nell’assoluta casualità della scelta sono rimasta piacevolmente sorpresa.
Non sapevo nulla di questo film, mai sentito il titolo, né letto recensioni al riguardo. L’ho scelto incuriosita dal fatto che fosse ambientato a Kabul nell’estate del 2021, quando l’esercito americano si ritirò lasciando via libera al ritorno dei talebani.
Si tratta di “No good men” della regista afghana che vive in Germania Shahrbanoo Sadat, film che ha aperto l’ultimo festival del cinema di Berlino.
La protagonista Naru, interpretata dalla stessa regista, è l’unica operatrice di ripresa donna a lavorare nella principale stazione televisiva di Kabul.
È separata dal marito, in seguito ai comportamenti irrispettosi di lui e ai continui tradimenti, ma teme nel chiedere il divorzio per paura che la legge afghana le tolga la custodia del figlio di quattro anni.
L’aspetto più interessante e che colpisce da subito è la descrizione della vita quotidiana di questa donna sola che inizialmente non sembra divergere tanto da quella di qualunque altra madre occidentale. Al mattino con la navetta raggiunge il suo posto di lavoro, lascia il figlio all’asilo nido per i dipendenti e va a lavorare. Anche le frustrazioni quotidiane legate alle inevitabili differenze di trattamento sul lavoro in base al genere possono tranquillamente essere le stesse vissute da migliaia di altre donne in contesti apparentemente più evoluti.
Naru lavora per una trasmissione che detesta, una sorta di talk show in cui un rinomato “Dottore” da consigli alle donne per non venire lasciate o tradite dal proprio marito. Naturalmente sono consigli di natura puramente estetica e sessista.
Tenta così di cogliere un’opportunità che si apre per caso proponendosi come operatrice di ripresa per un servizio esterno: un’intervista a un importante rappresentante politico dei talebani. Dopo le prevedibili reticenze del suo capo, in mancanza di altri cameramen Naru riesce ad ottenere l’ingaggio e fa così la conoscenza di Qodrat, uno dei giornalisti più importanti della sua stazione televisiva, una sorta di divo del giornalismo d’inchiesta, conosciuto da tutti e molto apprezzato.
Il loro primo incontro non fa che confermare l’assoluta certezza di Naru, ripresa anche nel titolo, sul fatto che non esistano uomini buoni in Afghanistan. Reduce dalla sua triste esperienza di moglie e osservando e raccogliendo le testimonianze di molte altre donne, tra cui anche quella di sua madre, da sempre picchiata da suo padre anche davanti ai figli, Naru è fermamente convinta che nessun esponente del genere maschile si salvi e ne ha conferma durante l’intervista al leader talebano che si rifiuta dopo pochi minuti di proseguire con una donna che non indossa adeguatamente il velo. Qodrat a sua volta non reagisce bene al rifiuto del suo intervistato, ma invece di prendersela con il diretto interessato punisce Naru lasciandola a piedi in mezzo al traffico della capitale.
Realizzerà la sua colpa solo in seguito, quando comincerà a vedere Naru non solo attraverso la lente del suo sessismo interiorizzato, ma come una professionista capace e intuitiva, oltre alla donna coraggiosa e anticonformista che tenta di proteggere suo figlio e la sua indipendenza dalle minacce di un marito vendicativo.
Qodrat vuole solo più Naru come operatrice di ripresa per i suoi servizi e lo sguardo si apre all’esterno, su una città in cui incombe il presentimento e la paura. Tra attacchi terroristici e polizia corrotta emerge un quadro inquietante che anticipa le dichiarazioni ufficiali degli Stati Uniti sulla decisione di ritirare le truppe armate.
Sappiamo già cosa succederà ed è proprio su quel fatidico 15 agosto 2021, con le immagini drammatiche ancora vivide nella memoria, con l’assalto dell’aeroporto di Kabul da parte di migliaia di persone disperate che sventolano passaporti e tentano di arrampicarsi sui muri del check point che si chiude il film.
Ma prima di arrivare a quel punto di non ritorno una lieve speranza fa breccia nel cuore di Naru a intaccare la sua certezza nichilista sul fatto che non esistano uomini buoni. Forse provare qualcosa è ancora possibile nel caos, tra la violenza e la sopraffazione, ad alimentare l’unica luce possibile dentro l’orrore, l’unica cosa umana che merita di essere salvata: l’amore.
Molto interessante anche la scelta delle due colleghe e amiche di Naru, due opposti in un contesto sociale e culturale che ha di fatto azzerato qualunque individualità. Una non indossa il velo, veste con jeans attillati e scollature e si reca spesso negli Stati Uniti per collaborazioni giornalistiche e regala addirittura un sex toy a Naru per festeggiare la sua separazione. L’altra indossa l’Hijab e per quanto sia legata da un affetto sincero alle due, manifesta spesso imbarazzo di fronte ai discorsi troppo progressisti delle sue colleghe. Ma questa pluralità di autodeterminazione e di scelta mette ancora di più l’accento sul processo di annientamento che è stato messo in atto dal 2021 ad oggi, mostrandoci come sarebbe potuto essere l’Afghanistan senza il ritorno del Talebani. Un paese con milioni di studentesse e universitarie, professioniste e donne che pur nella rigidità di una legge da sempre di stampo patriarcale, avrebbe comunque ancora avuto la possibilità di esistere e autodeterminarsi
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Si parla anche molto delle unioni combinate a sostegno delle teorie di Naru per cui l’amore non appartiene quasi mai alla sfera matrimoniale e gli accenni alle spose bambine ci restituiscono l’immagine di un mondo contraddittorio e sfaccettato, con albori di rinnovamento e apertura che dopo il 15 agosto del 2021, come ben sappiamo, sono stati completamente cancellati.
Ricordiamoci che ad oggi in Afghanistan le donne possono uscire esclusivamente con il Burqa, non possono parlare in pubblico e le bambine dopo i dieci anni non hanno più diritto all’istruzione pubblica.
Quello che ci mostra questo film è uno spaccato di quello che era un paese che conosciamo poco e che continuiamo ad ignorare nonostante l’emergenza dell’apartheid di genere in atto. Un paese con le sue contraddizioni e i suoi limiti, ma anche ricco di una cultura millenaria, di folklore e voglia di fare festa e di un popolo ignaro dell’imminente pericolo che incombeva e che nel giro di pochi mesi avrebbe dilaniato, impoverito e cambiato per sempre il destino di intere generazioni.


