“Lei impari il fiammingo, piuttosto.”
Così si è conclusa, malamente, una telefonata odierna che ho avuto con il servizio responsabile del pagamento di una bolletta elettrica. Tema: l’accredito, a mio avviso ingiusto, di una mora per non aver pagato entro i termini previsti. Problema: io non ho mai ricevuto la bolletta che, invece, il servizio sostiene di avermi certamente inviato per posta.
Mentre cercavo di spiegare, in inglese, perché non avrei dovuto pagare i costi aggiuntivi per il ritardo, e mentre mi veniva detto che avrei dovuto fornire una prova (ma quale prova?) del fatto che non avevo mai ricevuto alcuna comunicazione precedente, gli animi si sono surriscaldati. Ho espresso la mia profonda insoddisfazione per il servizio e per il modo in cui l’interlocutrice, con cui stavo parlando in inglese, stava gestendo la situazione. Lei, con molta tranquillità, mi ha risposto soltanto di imparare il fiammingo, se volevo sostenere una conversazione tecnica su fatturazioni e altri argomenti simili. Poi mi ha salutata.
La bolletta l’ho pagata. Acqua passata. L’amaro in bocca, invece, per quella conversazione è rimasto.
Dapprima mi sono sentita profondamente discriminata e penso tuttora che la persona che mi ha risposto al telefono al servizio clienti voti probabilmente un partito di estrema destra contrario agli stranieri. Ne sono convinta.
Detto questo, c’è una parte di me che non riesce a non fare autocritica. Vivo nelle Fiandre da quattro anni e ancora oggi non sono in grado di sostenere un dialogo che vada al di là di un saluto tra amici o di una conversazione su temi generici.
Parlo di autocritica perché, in diverse occasioni, in passato, ho sostenuto che l’integrazione passi anzitutto dall’acquisizione della lingua. L’inglese ci ha resi tutti un po’ pigri. Certo, ci permette di comunicare con persone diverse e in molti luoghi del pianeta. Ci collega e crea ponti. Allo stesso tempo, però, rischia forse di creare anche delle crepe. La domanda che mi potrei porre è “quanta” lingua locale (e non l’inglese “universale”) bisogna conoscere per integrarsi e sentirsi accolti?
Dopo quattro anni nelle Fiandre, avrei potuto fare di più. Certo. Avrei potuto dedicare più tempo allo studio, cercare più occasioni per praticare, accettare più spesso il disagio di sentirmi impacciata e straniera.
Ma io credo sia un’altra, la questione di fondo. E non riguarda tanto la quantità precisa di lingua da conoscere, in un livello certificato o in un numero di parole da imparare. Piuttosto, ha a che fare con un’altro quesito: quale spazio siamo disposti a concederci reciprocamente quando due lingue, due culture e due esperienze si incontrano?
È vero: vivere in un Paese senza conoscerne la lingua significa rimanere, almeno in parte, sulla soglia. Significa dipendere dagli altri per capire una lettera ufficiale, una telefonata, una discussione complessa. Significa perdere sfumature, ironie, riferimenti culturali. La lingua non è soltanto uno strumento per comunicare; è una chiave per entrare più profondamente nella vita quotidiana di un luogo. Ma è altrettanto vero che una lingua non si impara in un vuoto. Servono tempo, occasioni, pazienza e soprattutto interlocutori disposti ad aspettare, a correggere senza umiliare, a riconoscere lo sforzo di chi sta cercando di avvicinarsi.
Forse quello che mi ha irritata di più in quella telefonata non è stato il monito a imparare il fiammingo. In fondo, è “un invito” che contiene una parte di verità. Quello che mi ha ferita è stato il modo in cui è stato pronunciato: come se la lingua fosse una barriera da usare contro qualcuno, invece che un ponte da costruire insieme. Un ponte che collega persone e spazi. Un ponte verso una società in cui l’integrazione è un processo reciproco, dove anche chi accoglie ha una responsabilità nel creare le condizioni perché l’altro possa imparare, partecipare e sentirsi parte. In questa prospettiva, l’inglese non è il problema.
E allora torno alla domanda iniziale: quanta lingua bisogna conoscere? Forse abbastanza da poter chiedere aiuto, raccontare chi siamo e comprendere chi abbiamo davanti. Ma anche abbastanza da ricordarci che, prima ancora delle parole, viene la volontà di ascoltarsi.

