A prima vista è solo un ristorante. Una pizzeria di provincia, una gelateria lungo una strada commerciale, un bar vicino a una stazione. Tavoli apparecchiati, frigoriferi pieni, clienti che entrano ed escono, fornitori che consegnano merci. È l’immagine più ordinaria possibile dell’economia europea. Ed è proprio questa normalità a rendere il settore interessante per la criminalità organizzata.
Nell’agosto 2026, un’inchiesta della Süddeutsche Zeitung ha riportato al centro dell’attenzione le condizioni di lavoro di alcuni stagionali brasiliani impiegati nelle gelaterie italiane in Germania. Le testimonianze raccolte dal settimanale descrivono giornate di lavoro molto lunghe e condizioni che alcuni lavoratori hanno definito assimilabili alla schiavitù. È una storia che riguarda lo sfruttamento del lavoro. Ma il settore in cui si svolge — quello delle gelaterie, dei ristoranti e più in generale della ristorazione italiana in Europa — porta anche a un’altra domanda: perché attività commerciali così ordinarie compaiono con una certa frequenza nelle indagini sul riciclaggio e sull’infiltrazione della criminalità organizzata?
Le indagini condotte negli ultimi anni dalle autorità europee mostrano che la presenza della ’Ndrangheta fuori dall’Italia non si esaurisce nel traffico di droga o nel riciclaggio attraverso società di comodo. In diversi procedimenti sono emersi investimenti in attività apparentemente legali: ristoranti, pizzerie, gelaterie, hotel, autolavaggi, supermercati e altre imprese. Questo non significa, naturalmente, che un ristorante italiano in Germania, Belgio o nei Paesi Bassi sia sospetto. La grande maggioranza non lo è. Significa qualcosa di più preciso: per gli investigatori, un’attività commerciale legittima può diventare uno degli strumenti attraverso cui capitali di origine criminale vengono trasferiti, occultati o reinvestiti, fino a diventare difficili da distinguere dal denaro dell’economia legale.
Uno dei casi più significativi è l’operazione Pollino, un’indagine internazionale coordinata da Eurojust ed Europol che nel dicembre 2018 coinvolse Italia, Paesi Bassi, Germania, Belgio e Lussemburgo. L’indagine era partita nel 2014 da accertamenti su possibili attività di riciclaggio collegate a persone associate a ristoranti italiani nelle città olandesi di Horst e Venray. Da lì gli investigatori avevano ricostruito collegamenti con la Germania e con la Calabria. Il caso Pollino è significativo perché mostra come un’indagine finanziaria possa partire da un’attività apparentemente ordinaria e arrivare a una rete criminale transnazionale. E il capitale illecito non deve necessariamente rimanere nell’economia illegale. Può diventare un immobile, un’azienda, una società, un contratto di fornitura. Può assumere, in altre parole, la forma di un investimento.
Nel maggio 2023, una grande operazione coordinata dalle autorità di dieci Paesi portò all’arresto di 132 persone sospettate di appartenere o essere collegate alla ’Ndrangheta. Secondo Eurojust, l’organizzazione era coinvolta, tra l’altro, nel traffico internazionale di droga, nel riciclaggio e nelle frodi. Gli investigatori seguirono anche il percorso dei profitti: gli investimenti individuati riguardavano Belgio, Germania, Italia, Portogallo, Argentina, Uruguay e Brasile e comprendevano immobili, ristoranti, hotel, autolavaggi e supermercati. Il punto non è quindi soltanto dove nasce il denaro criminale. È dove finisce.
Nel gennaio 2018, in una precedente operazione tra Italia e Germania, Eurojust documentò un meccanismo ancora più diretto. Secondo gli investigatori, un gruppo riconducibile alla ’Ndrangheta controllava in Italia aziende che producevano vino, olio, pane e prodotti lattiero-caseari e le utilizzava come società di copertura per il riciclaggio di profitti illeciti. In Germania, membri del gruppo avrebbero intimidito proprietari di ristoranti, pizzerie e gelaterie per costringerli ad acquistare prodotti dalle aziende controllate dall’organizzazione. L’operazione portò a 160 arresti e a più di 250 perquisizioni e sequestri.
Più recentemente, un’altra indagine italo-tedesca resa pubblica nell’aprile 2025 ha mostrato un meccanismo analogo. Le autorità hanno arrestato 29 sospetti nell’ambito di un’inchiesta su un’organizzazione collegata alla ’Ndrangheta attiva tra Calabria, Emilia-Romagna e area di Stoccarda. Tra i fatti contestati figurava una frode nella commercializzazione di prodotti alimentari di valore, tra cui formaggi e olio d’oliva, oltre ad attrezzature per la produzione della pizza. Secondo Eurojust, i prodotti venivano ordinati attraverso una società fittizia che non pagava le fatture e successivamente rivenduti tramite un’altra impresa a ristoranti italiani nell’area di Stoccarda. I proprietari dei ristoranti sarebbero stati sottoposti a pressioni affinché acquistassero quei prodotti.
Ancora una volta, la dimensione criminale non sostituisce quella economica. La usa. Il fenomeno non riguarda soltanto la Germania e i Paesi Bassi. In Belgio, ad esempio, nel 2019 si è parlato tanto dell’operazione Grimilde, avviata in Italia nel 2019 e incentrata sulla struttura della famiglia Grande Aracri, sottolineando come un’economia criminale sia capace, quando le condizioni lo consentono, di utilizzare gli stessi strumenti dell’economia normale. Una società. Un contratto. Un ristorante. Un mutuo. Un immobile. Un fornitore. La differenza sta nell’origine del capitale e nel potere esercitato dietro la transazione.
È anche per questo che il contrasto patrimoniale è diventato una componente centrale della lotta alla criminalità organizzata. Confiscare una partita di droga non basta se i profitti vengono trasformati in immobili e attività commerciali. Chiudere un’impresa non basta se il patrimonio può essere trasferito, frazionato o ricomparire attraverso altre strutture societarie.
C’è un’altra domanda che arriva dopo la confisca: che cosa succede a quel patrimonio?
Per l’Italia, la risposta ha cominciato a prendere forma trent’anni fa. La legge 7 marzo 1996, n. 109 ha rappresentato una svolta nella disciplina della gestione e della destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, introducendo in modo organico la possibilità di destinarli a finalità sociali. Il modello è stato successivamente integrato nel Codice antimafia. Questo modello italiano continua ad attirare attenzione in Europa: la confisca non viene considerata soltanto come la sottrazione di un bene, ma anche come l’inizio di una nuova fase della sua gestione.
Prendiamo, ancora, il Belgio. Il Paese dispone già di strumenti che consentono, in determinate circostanze, l’utilizzo pubblico di beni confiscati. Ma il tema di un riutilizzo sociale più sistematico e strutturato resta al centro del dibattito. Su questo terreno si sta muovendo l’azione di BASTA! – Belgian Antimafia: Steps Towards Awareness!, associazione impegnata sui temi della criminalità organizzata e della cultura antimafia. Nel maggio 2025 BASTA! ha organizzato a Bruxelles il RESTART Camp, un’iniziativa dedicata proprio al riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati, con la partecipazione di rappresentanti dell’economia sociale, amministrazioni pubbliche, ricercatori ed esperti europei. Una delle sessioni era esplicitamente dedicata alla possibilità di costruire una legge belga sul riutilizzo sociale dei beni confiscati. Nel corso dell’iniziativa è stato presentato anche il modello italiano, insieme a esperienze e proposte provenienti da altri Paesi europei https://belgianantimafia.wordpress.com/2025/04/14/29-31-may-restart-camp-on-social-reuse/.
Proprio il 23 novembre 2026 è previsto termine previsto per il recepimento nazionale della Direttiva (UE) 2024/1260 sul recupero e la confisca dei beni, entrata in vigore nel 2024. La direttiva interviene sull’intero ciclo dell’asset recovery: dall’individuazione e dal congelamento dei patrimoni alla gestione, alla confisca e alla loro destinazione finale. L’articolo 19 stabilisce che gli Stati membri siano incoraggiati ad adottare le misure necessarie per consentire, quando appropriato, l’utilizzo dei beni confiscati per finalità di interesse pubblico o sociale.
Così, se per anni la domanda è stata “quanto patrimonio criminale possiamo individuare e confiscare?”, ora la questione è per certi versi più difficile: “che cosa possiamo farne?”. In questo senso, la risposta non è soltanto amministrativa. È anche sociale e politica. Perché un immobile confiscato non è più soltanto un immobile. La sua storia continua a essere scritta da chi lo utilizza dopo. Il riflessione da fare non soltanto quanto patrimonio criminale si riesce a sottrarre, ma quale valore pubblico si riesce a costruire a partire da ciò che viene confiscato.

