Non conoscevo la figura di Olof Palme, statista svedese e figura centrale della politica europea del secondo dopoguerra. O meglio, avevo letto le vicende legate al suo assassinio, avvenuto alle 23 e 21 minuti del 1986, ma solo perché apparse recentemente nei media (anche italiani). Invece, non avevo mai riflettuto sul tipo di leader che fu, un uomo capace di lasciare un’impronta profonda ben oltre i confini del suo Paese.
La sua storia, dall’ascesa politica alla morte, ce la racconta il giornalista Enrico Varrecchione in un libro corposo che nasce da quello che, in origine, era stato un podcast: “23:21: L’assassinio di Olof Palme”.
“Avevo i testi utilizzati per la registrazione delle puntate. Li ho rielaborati”, mi spiega Enrico, che raggiungo al telefono, io in Belgio, lui in Norvegia. “Proprio mentre il mondo è in crisi di modelli – continua – per me era importante tornare a parlare di uno dei protagonisti della socialdemocrazia nordica, un modello politico che ha lasciato un’impronta molto forte nella società europea e possiamo dire tranquillamente che oggi, in versione moderna, si candida a essere un’alternativa sostenibile al sovranismo o al populismo di Trump e di altri autocrati.”
Dunque, Olof Palme, un uomo che sarebbe dovuto essere di destra, se avesse seguito la via tracciata dai genitori e dai nonni. E invece, no. “Io sono un socialista democratico, e lo dico con orgoglio e gioia. … Lo sono diventato quando ho compreso che era la socialdemocrazia a porre le basi per la democrazia in Svezia … Ma ancora più importante è che io abbia rafforzato le mie convinzioni quando guardo il mondo e vedo guerre, corsa agli armamenti e disuguaglianze tra persone” (dal discorso durante una tribuna politica nel 1982, come riportato nel libro di Varrecchione). Sostenitore del welfare e voce critica sulla scena internazionale, divenne un simbolo di impegno civile e autonomia politica durante gli anni della Guerra fredda. Politico riformista e pacifista, si oppose tanto alle politiche estere degli Stati Uniti, che conosceva bene avendo studiato proprio negli USA, quanto ai blocchi ideologici della Guerra fredda.
Il libro di Enrico Varrecchione dedicato all’assassinio di Olof Palme non si limita a ricostruire un fatto storico, ma cerca di penetrarne le zone d’ombra, mescolando indagine, narrazione e riflessione politica. L’autore si muove tra documenti, testimonianze e ipotesi investigative, ricordando come il caso Palme sia ancora oggi avvolto da dubbi e contraddizioni, con una verità mai del tutto chiarita. E poi dialoghi intimi tra Olof e la moglie o gli amici stretti, che diventano uno dei motori del racconto. Il risultato è una scrittura ibrida, che richiama il reportage ma si concede libertà letterarie, soprattutto nei passaggi più evocativi. Insomma, la realtà documentaria viene così intrecciata a elementi di ricostruzione immaginativa, creando una tensione continua tra verità e interpretazione. “Lo scorso autunno ho ricevuto un prezioso consiglio da Jacopo Viganò, che mi ha portato l’esempio delle opere di Scurati su Mussolini. L’ispirazione viene da lì. Cosa si dicessero Palme e la moglie, ad esempio, non lo posso sapere, anche se ci sono numerosi video di quell’incontro alla Casa dello Studente che cito nel primo capitolo. Altri episodi invece sono talvolta di pura invenzione, altre volte sono ispirati alle testimonianze raccolte dagli inquirenti durante le indagini”, precisa Enrico.
Sono questi dialoghi “privati” che permettono al lettore di cogliere la parte più intima, per quanto spesso nota anche al pubblico, del carattere controverso di Olof. Amato e odiato, sostenitore di politiche avanzate ma spesso divisivo, vincitore (nel 1940, il suo partito politico, il Partito Socialdemocratico, ottiene il miglior risultato di sempre), ma anche più volte sconfitto politicamente (come nel 1976), Palme attirò critiche feroci e nemici. Varrecchione insiste su questo aspetto: la sua morte non può essere separata dal clima politico che lo circondava. “Era una persona che diceva molto chiaramente quello che pensava, ed è anche il motivo per cui viene ritenuto una figura così divisiva nella politica svedese. Aveva senso dell’umorismo, conosceva quali frasi potevano spiazzare i propri avversari o accattivare l’elettorato; alcuni suoi discorsi sono validissimi esempi retorici”, continua l’autore.
Naturalmente, leggendo il libro, una delle domande che ci si pone fin dall’inizio riguarda le responsabilità dell’omicidio del politico, in una sera apparentemente tranquilla, dopo che era stato, con la moglie, il figlio e la sua fidanzata, a vedere un film, “I fratelli Mozart”, senza scorta, e ucciso sulla via del ritorno a casa, a distanza ravvicinata, da un uomo la cui identità rimarrà ignota per diversi decenni – solo dopo 34 anni di indagini, la polizia ha indicato Stig Engström come probabile assassino, ma non mancano tesi diverse che il libro snocciola, e le testimonianze di diversi presunti testimoni, che nel libro sono citati con dovizia e precisione. Come anche Enrico sottolinea: “La vicenda del suo omicidio è allo stesso tempo affascinante e grottesca. Da un lato c’è il mistero di una notte fredda di Stoccolma, il sospetto di un qualche complotto ordito da poteri oscuri; dall’altra parte ci sono scene al limite del ridicolo, come quella dell’investigatore capo che negli stessi minuti è a letto con l’amante, come in una commedia pecoreccia degli anni ’70. E infatti, la parte che mi ha messo più in difficoltà è stata provare a mettere insieme trentaquattro anni di indagini”.

Insomma, “23:21: L’assassinio di Olof Palme” non è un saggio storico, né un romanzo puro: è un’indagine letteraria dove i fatti diventano racconto e il racconto, a sua volta, mette il lettore di fronte a nuove domande (e curiosità – una tra tutte: l’ultimo a vedere in faccia i Palme è stato il figlio di emigrati italiani!). Dunque, chi vuole un giallo con colpevole si troverà di fronte, piuttosto, all’invito di entrare dentro a un caso che, a distanza di decenni, continua ancora a interrogare il presente, dagli impatti che la morte di Palme ha avuto sulla società svedese fino alla tenuta della democrazia stessa.

