Negli ultimi mesi si stanno moltiplicando in Europa segnali che indicano un cambiamento profondo nell’approccio alla mobilità internazionale, all’immigrazione e alla cittadinanza. Pur con differenze nazionali significative, emerge una traiettoria comune: gli Stati europei sembrano orientarsi verso regole più stringenti sull’ingresso, la permanenza e l’acquisizione dei diritti di cittadinanza, mentre cresce l’enfasi sull’integrazione, sull’autosufficienza economica e sul controllo dei flussi migratori.
La svolta più evidente è arrivata dal Parlamento europeo, che il 17 giugno ha approvato il nuovo “Return Regulation”, una riforma destinata a modificare radicalmente il sistema europeo dei rimpatri. La normativa introduce la possibilità per gli Stati membri di creare centri di rimpatrio in Paesi terzi, i cosiddetti return hubs, destinati a ospitare migranti privi del diritto di soggiorno nell’Unione. Il testo prevede inoltre procedure di espulsione accelerate, periodi di detenzione più lunghi, divieti di reingresso più severi e nuovi poteri investigativi per le autorità nazionali, inclusa la possibilità di effettuare perquisizioni domiciliari in determinate circostanze. La riforma è stata sostenuta da una maggioranza composta da popolari, conservatori e forze della destra radicale, mentre organizzazioni per i diritti umani e parte delle forze progressiste hanno denunciato il rischio di una riduzione delle garanzie per i migranti.
Questa evoluzione non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in una più ampia trasformazione del dibattito europeo. Dopo la crisi migratoria del 2015-2016 e la crescita elettorale delle forze nazionaliste e anti-immigrazione, numerosi governi hanno progressivamente adottato politiche più restrittive, spesso sostenute anche da partiti tradizionalmente moderati.
Il cambiamento non riguarda soltanto i cittadini extraeuropei. In Belgio, ad esempio, il governo ha recentemente dato il via libera preliminare a una proposta che rafforza i controlli sui cittadini dell’Unione europea che si trasferiscono nel Paese per cercare lavoro. Chi richiede un permesso di soggiorno superiore a tre mesi dovrà dimostrare in maniera più rigorosa di essere effettivamente alla ricerca di un impiego e, dopo sei mesi, fornire prove concrete delle proprie prospettive occupazionali. L’obiettivo dichiarato è evitare soggiorni prolungati senza un reale inserimento nel mercato del lavoro.
Anche sul fronte della cittadinanza si registra una crescente richiesta di integrazione formale. In Finlandia, dal 2027 verrà introdotto un esame di cittadinanza che valuterà la conoscenza della lingua, delle istituzioni, della storia, dei diritti fondamentali e dei valori della società finlandese. La riforma si aggiunge all’inasprimento di altri requisiti relativi alla durata della residenza, alle risorse economiche e all’affidabilità personale. L’idea alla base del provvedimento è che la cittadinanza non rappresenti un passaggio automatico, ma il risultato di un percorso dimostrabile di integrazione. Una traiettoria simile è visibile anche in Svezia, un Paese che per molti anni è stato considerato uno dei modelli europei più aperti all’immigrazione. Negli ultimi anni, tuttavia, Stoccolma ha progressivamente modificato il proprio approccio. Sono stati allungati i tempi necessari per ottenere la cittadinanza, introdotti test linguistici e civici e rafforzati i requisiti di autosufficienza economica. Più recentemente, il Parlamento svedese ha approvato una normativa che amplia le possibilità di revoca dei permessi di soggiorno in presenza di comportamenti considerati incompatibili con gli obblighi civici. Si tratta di un cambiamento particolarmente significativo perché coinvolge non soltanto i partiti conservatori, ma anche una parte della tradizionale sinistra socialdemocratica, che negli ultimi anni ha assunto posizioni più restrittive sui temi migratori.
Fuori dall’EU ma dentro l’Europa, in Svizzera ci si continua a interrogarsi sui limiti della libera circolazione. Il recente referendum promosso dall’UDC per fissare un tetto massimo di dieci milioni di abitanti è stato respinto dagli elettori, ma il dibattito sulla crescita demografica, sull’immigrazione e sulla sostenibilità dei servizi pubblici resta centrale nel panorama politico elvetico.
Se osservate nel loro insieme, queste iniziative delineano una tendenza che attraversa buona parte dell’Europa. Diversi studiosi parlano ormai di una vera e propria “integrationist wave”, caratterizzata dalla crescente introduzione di test linguistici, requisiti civici, criteri di autosufficienza economica e condizioni legate alla partecipazione al mercato del lavoro per ottenere o mantenere diritti di soggiorno e cittadinanza. Dunque non si tratta più solo di controllare chi entra, ma sempre più di definire quali condizioni devono essere soddisfatte per restare e diventare membri a pieno titolo della comunità nazionale.
Esiste però anche una significativa eccezione. La Spagna continua infatti a percorrere una strada diversa rispetto a molti dei suoi vicini europei. Il governo di Pedro Sánchez ha promosso una vasta regolarizzazione di lavoratori stranieri e ha difeso apertamente l’idea che l’immigrazione rappresenti una risorsa necessaria per affrontare il declino demografico e sostenere la crescita economica del Paese. In un continente che tende a rafforzare controlli e condizionalità, Madrid continua a presentare l’inclusione dei migranti come una componente essenziale della propria strategia economica e sociale. Diventerà la tensione tra controllo e inclusione uno dei principali assi di frattura del dibattito politico europeo nei prossimi anni?

