Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo contributo di Mauro Balboni, già noto ai lettori di Sconfinamenti, sul problema della sicurezza alimentare.
Con una certa regolarità, in Svizzera si torna a votare su iniziative popolari che riguardano il cibo, l’agricoltura e l’allevamento. A dimostrazione che esistono nella società portatori di interessi che non si sentono rappresentati nelle politiche ufficiali.
È il caso della “Iniziativa popolare «Per un’alimentazione sicura – mediante il rafforzamento di una produzione nazionale sostenibile, più derrate alimentari vegetali e acqua potabile pulita (Iniziativa sull’alimentazione)»” in votazione il 27 settembre 2026.
Un paio di precisazioni: tutti i dati a cui farò rifermento sono derivati dall’Ufficio Federale di Statistica e da Agroscope.ch; quanto a me, non sono né vegetariano né vegano ma consumo pochissima carne, mentre consumo liberamente derivati del latte come yogurt e formaggi. Detto questo, partiamo con la nostra analisi.
E soprattutto vediamo perché, mentre per tutte le precedenti iniziative agroalimentari ho sistematicamente votato contro, su questa mi esprimerò a favore.
Il quesito referendario raggruppa vari aspetti inerenti alla “sicurezza” alimentare in senso lato. Io ne analizzo qui uno solo: quello che implicherebbe – se approvato – una maggiore produzione di derrate alimentari vegetali in territorio svizzero e quindi un auspicato aumento del loro consumo. In breve, uno spostamento dei consumi alimentari in senso vegetariano.
Questo è – in realtà – un tema centrale nell’intero dibattito sull’agroalimentare a livello globale, non solo in Svizzera. Il motivo per cui sostengo l’Iniziativa (pur trovandovi vari motivi di perplessità) è che riconosco ai promotori almeno il merito di averlo posto al centro dell’attenzione mediatica e politica. Almeno per qualche settimana.
Vediamo perché do ai promotori il merito di avere almeno sollevato questo tema. Vedendo anche le limitazioni insite nella proposta referendaria. Partiamo.
Innanzitutto, se vogliamo dedicare più superficie alle colture per consumo umano diretto, da qualche parte dobbiamo prenderla. Da dove?
La prima constatazione da fare, per cercare di rispondere, è che, in ogni senso, oggi l’agricoltura svizzera è essenzialmente agricoltura animale.
La superficie agricola utilizzabile è circa 1 milione di ettari. A questa va aggiunto circa mezzo milione di ettari di pascoli montani usati per l’alpeggio. Il totale fa un milione e mezzo circa.
Di questo milione e mezzo, 1 milione e duecento mila ettari è occupato quindi da pascoli montani, pascoli permanenti non alpini, prati-pascoli temporanei/ in rotazione e colture da foraggio come il mais per insilato. Dedicati tutti alla produzione di proteine animali. Si tratta dell’80% dell’intera superficie. Alla produzione di derrate vegetali di immediato consumo umano, come il frumento per il pane, le patate, la frutta, le orticole e tutto il resto, rimangono davvero le briciole, ovvero il 20% del totale.
Consideriamo che, se calcolato a livello di calorie, la Svizzera importa almeno il 50% di quello che mangia. Quanto alle abitudini alimentari, il consumo di carne è ampiamente al di sopra (quasi al doppio) delle raccomandazioni nutrizionali. Questo contesto è tipico di gran parte dei paesi occidentali e in modo crescente anche delle economie emergenti dell’Asia.
Ma gli animali che alleviamo per nutrircene, soprattutto i bovini, sono convertitori di biomassa vegetale in calorie edibili piuttosto inefficienti, e la prima reazione potrebbe essere: destiniamo quel milione e 200 ettari alle colture agricole per uso umano diretto, e il problema è risolto! Semplificando un po’, questo sarebbe l’esito in caso di vittoria del SI.
Ovviamente, non è così semplice e diretto. Per cominciare: i bovini mangiano anche cose che noi umani non riusciremo a digerire, o dalle quali almeno non riusciamo a trarre energia edibile: l’erba, per esempio. Però qualcosa, nello spirito del quesito referendario e della necessità globale di migliorare la sostenibilità del sistema agroalimentare, potremmo certamente cominciare a fare, con lo scopo di aumentare la produzione indigena di derrate vegetali per diretto consumo umano.
Vediamo dove e come, focalizzandoci per semplicità sulla superficie utilizzabile che abbiamo visto prima.
I pascoli alpini e montani continueremo a lasciarli agli animali negli alpeggi, visto che a quelle altitudini crescerebbero ben poche colture. Concentriamoci solo sui pascoli e prati-pascoli alle basse e medie altitudini (come quelli che vedete appena usciti dalla città di Zurigo, per capirci): potremmo ricavare circa 380.000 ettari da convertire – almeno in parte – a colture. Aggiungiamo a questi i 50.000 ettari oggi coltivati a mais per foraggio animale. Se destinassimo queste superfici alla coltivazione con frumento, patate, colza, orticole, frutticole, ecc., avremmo triplicato la superficie agricola destinata al consumo umano diretto rispetto a quella che abbiamo oggi.
La conversione alle produzioni vegetali di almeno parte della superficie oggi destinata all’agricoltura animale aumenterebbe l’offerta di prodotto alimentare domestico: noi importiamo non solo pomodori dalla Spagna a febbraio, per dire; ma anche mirtilli e altra frutta dalla Polonia o dalla Germania in estate, roba che potremmo coltivare facilmente anche qui. Illogico. Un aumento delle superficie coltivata per consumo umano diretto, poi, aumenterebbe la resilienza della Svizzera in caso di crisi esterne e shock di sicurezza alimentare (per capirci: tra i maggiori produttori ed esportatori mondiali di varie derrate agricole ci sono Russia e Ucraina; e metà delle scorte annuali di cereali a livello globale sono di proprietà cinese…).
Ovviamente la conversione non può essere immediata e completa; richiede tempo e risorse, e comporta ricadute sociali. I promotori indicano 10 anni: è un periodo troppo breve. Ma che si tratti di 10 anni o di periodi ragionevolmente più congrui, il fatto è che la volontà politica di mettere mano a questa cruciale transizione nell’agricoltura elvetica semplicemente non esiste.
Quanto alle risorse finanziarie, sicuramente ci sarebbero costi ma giova ricordare alcuni fatti: l’agricoltura svizzera è già ora pesantemente dipendente da intervento pubblico, con 3 miliardi di franchi all’anno di sussidi diretti (cioè denaro del contribuente versato agli agricoltori), due terzi dei quali all’agricoltura animale; senza intervento pubblico, appena un 30% delle aziende agricole realizzerebbe profitti, in un contesto in cui comunque appena il 7% delle famiglie “contadine” dispone del solo reddito agricolo. L’ostacolo non sarebbe quindi finanziario: l’ostacolo è politico. Ma per quanto tempo potremo ignorare la necessità di un cambiamento?
La torrida estate 2026 ha mostrato una volta di più quanto anche le filiere alimentari animali siano sensibili al cambiamento climatico: pascoli abbandonati anzitempo (non cresceva più erba a causa della siccità) e addirittura acqua portata sugli alpeggi con gli elicotteri militari. Palliativi non sostenibili. La tipica filiera “fieno/mais/soia → bovini → latte/carne” potrebbe diventare presto un morto che cammina (la frase mi è stata suggerita da tecnici impegnati in importanti aziende del settore).
In definitiva, qui il tema non è solo la sostenibilità complessiva del sistema agroalimentare ma anche la stessa disponibilità di cibo. Tema che dovrebbe già comparire, in una discussione ragionata, pacata e basata sui dati, sull’agenda legislativa. E invece diventa oggetto dell’ennesima divaricazione tra Svizzera urbana e Svizzera rurale/montana. Già ben visibile sui media e nella cartellonistica: «Nein zum Vegan-Zwang», «No alle imposizioni vegane». Il testo dell’iniziativa non prevede – in realtà – alcun obbligo di mangiare solo vegetariano o vegano per nessuno, ma tant’è: nella contrapposizione referendaria, quello che dovrebbe essere un dibattito serio diviene subito contrapposizione di opposti estremismi. Rimane l’amara constatazione che, se non troveremo da noi le soluzioni per una generale reimpostazione del sistema agroalimentare svizzero (e non solo svizzero), ci penserà comunque il convitato di pietra, il gigante che abbiamo svegliato: il cambiamento climatico. E il tempo per agire è sempre di meno.
Cenni biografici
Mauro Balboni, nato a Bolzano, ha vissuto in Italia, Austria e Regno Unito; dal 2001 si divide tra la Svizzera (Wädenswil, nel cantone Zurigo) e il lago di Garda. Esperto di legislazione ambientale internazionale, ha già scritto di ambiente, agricoltura, futuro: “Il Pianeta mangiato” (Dissensi Edizioni, 2017); “Il Pianeta dei frigoriferi. Segnali dal futuro del cibo” (Scienza Express, 2022). Quest’anno sempre per Scienza Express ha pubblicato “L’orsa che mangiava le ciliegie” (La natura ritorna)


