Stranieri “a casa propria”

L’introduzione al libro di Julia Kristeva, Stranieri a noi stessi. L’Europa, l’altro, l’identità (Edizione Donzelli Editore, 2014) è dedicata “a chi vive la propria esistenza da straniero, ma anche a tutti coloro che degli stranieri non ne possono più, e infine a chi non può evitare di sentirsi straniero anche a casa propria. È dedicato al dolore, persino all’irritazione che spesso il confronto con l’altro porta con sé”.

Così ho ripensato a una storia. Vera.

Rivivo una conversazione avuta un paio di anni fa, su un treno stravolto Milano-Zurigo, con mio figlio. Aveva 5 anni o poco più. Tornavo “a casa” dopo qualche giorno trascorso in Italia. Ricordo che con fatica avevamo trovato un posto libero dove sederci e che mio figlio lo aveva fatto suo subito, senza chiedere prima alla persona sedutavi accanto, se il sedile fosse libero. E ho ben in mente, il modo in cui io l’avevo ripreso. “Senti un po’, hai chiesto alla signora seduta a fianco se il posto è riservato, prima di sederti”?

Qualche tempo prima, un’amica zurighese mi ha fatto una lista di must and must not, cosa si deve e non deve fare in Svizzera. Per rispettare le norme sociali. E, se straniero, per essere integrato. Uno dei punti era: sul treno, bus, battello, o tram che sia, prima di sedersi vicino a qualcuno, domandarne sempre il permesso. Poi c’era la questione della puntualità. E dell’organizzare ogni incontro tra amici fissando date con grande anticipo (“ci vediamo tra 21 giorni…”, mai dire “ci vediamo tra un’ora”). Oggi non ricordo più tutti gli altri aspetti sollevati. Segno, forse, che sono ormai diventati automatismi e io sono meno straniera in questo Paese, che chiamo “casa”? Ho cambiato la mia identità, rimuovendo le tracce del mio contesto di origine? Oppure ne ho resa più problematica la sua definizione, in confronto continuo tra partenze e arrivi?

George Simmel, uno dei padri della sociologia dell’inizio del Novecento scriveva: “qui non si intende lo straniero come il viandante che oggi viene e domani va, bensì come colui che oggi viene e domani rimane per così dire il viandante potenziale che, pur non avendo continuato a spostarsi, non ha superato del tutto l’assenza di legami dell’andare e del venire”. Quanto verosimilmente questo mi descrive? Ci descrive? E ancora, è così che vediamo gli altri, stranieri a casa propria?

Ripensando al proprio percorso di migranti (da una città all’altro, da un Cantone all’altro, e poi fuori dai confini nazionali), c’è chi ha vissuto, almeno un po’, l’ambivalenza del sentirsi respinto ma anche incluso; chi il desiderio di omologazione e la percezione di marginalizzazione; chi amicizia e indifferenza, il tutto segnato anche da barriere linguistiche che talvolta sono apparse insormontabili. Da chi ci si è sentiti poco accolti o, per contro, accettati? Chi era lo straniero, in quelle situazioni? Non c’è forse una risposta univoca perché, come Simmel ci ha insegnato, non è detto che un determinato individuo non possa avere affinità con uno straniero solo perché viene da lontano; e viceversa non è detto che un determinato individuo debba necessariamente condividere il modo di pensare o di vivere del proprio vicino.

Per chi volesse leggere: Georg Simmel, Sociologia, (traduzione in italiano a cura di G. Giordano), Edizioni di Comunità, Milano, 1989

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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