Il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge (ddl) Valditara sul consenso informato a scuola, con 78 voti favorevoli , 38 contrari e nessun astenuto. Il testo, già approvato dalla Camera a dicembre 2025, conclude così il suo iter parlamentare: non è più un disegno di legge, ma legge dello Stato.
La norma fissa un confine netto tra l’autonomia educativa della scuola e il diritto delle famiglie di decidere in anticipo su questi temi, e ha aperto un acceso dibattito tra chi difende la centralità delle famiglie e chi teme un vuoto formativo per i ragazzi in un mondo sempre più digitale.
Cosa prevede la legge e come si applica in classe?
La legge introduce regole diverse a seconda dell’età degli studenti, e riguarda sia le attività dell’orario scolastico (curricolari) sia quelle integrative (extracurricolari).
Nella scuola dell’infanzia e primaria scatta un divieto assoluto: non si può svolgere alcun progetto, laboratorio o attività che tratti la sessualità, in qualsiasi forma e anche con esperti.
Nelle scuole medie e superiori, ogni attività su sessualità, affettività o identità di genere può partire solo con il consenso scritto e preventivo dei genitori (o degli studenti stessi, se maggiorenni). Prima di iniziare la scuola deve consegnare alle famiglie il programma del corso, i materiali che userà, gli obiettivi e il profilo degli esperti esterni coinvolti. Se la famiglia nega il consenso, la scuola deve comunque garantire allo studente un percorso alternativo per tutta la durata del progetto.
Come prevedibile moltissimi insegnanti, psicologi e psicologhe, nonché rappresentanti del mondo letterario e intellettuale italiano si sono espressi senza celare la loro forte preoccupazione al riguardo.
Come ha dichiarato l’autrice Donatella Di Pietrantonio: “delegare esclusivamente alle famiglie il compito di occuparsi o anche solo approvare eventuale progetti scolastici di educazione sessuo-affettiva comporta il mantenimento delle disuguaglianze sociali, in quanto quelle già sensibili al problema e che già lo facevano prima, continueranno a farlo, mentre quelle che per vari motivi legati alla condizione sociale non se ne occupavano, continueranno a non farlo”.
La prima immagine che mi è apparsa in testa dopo aver appreso la notizia è quella di una delle tante famiglie italiane in cui è già presente violenza domestica. Un bambino o una bambina che fin dalla nascita assiste ad atti fisici o verbali violenti, rivolti alla madre o a sé, come potrà sviluppare da solo le competenze necessarie per imparare a prendere le distanze da quei comportamenti abituali verso un approccio rispettoso dove è invece il consenso e l’ascolto a determinare le azioni?
Perché è proprio questo il fulcro del problema: dare per scontato che la famiglia sia sempre il luogo più sicuro e consapevole del bene delle bambine e dei bambini, per ravvivare quei valori di stampo cattolico ai quali sono tanto legati i nostri ministri. Questa presa di posizione, come sempre, volta la faccia da ciò che non vuole vedere e ammettere, a partire dai dati sui casi di femminicidio e molestie che continuano a confermare che nella maggioranza dei casi si consumano proprio tra quelle quattro mura domestiche “sacre e intoccabili”.
La scuola, laica e democratica, ha sempre avuto un ruolo fondamentale nell’ambito delle disparità sociali, andando a sopperire proprio dove la famiglia non poteva o voleva arrivare.
Se la scuola pubblica viene ancora concepita come un luogo neutrale e sicuro, incentrato sul benessere e lo sviluppo di tutte le bambine e i bambini, indipendentemente dalla loro condizione sociale, questa legge va a minare proprio la base del principio.
L’autore e insegnante Enrico Galiano ha dichiarato: “ Altrove, nel frattempo, l’educazione sessuale si fa da decenni. In Svezia la insegnano dal 1955. In Finlandia è parte del programma scolastico, accanto alla matematica. In Olanda la chiamano “educazione alle relazioni”: non serve a spingere i ragazzi verso nulla, ma a dare loro le parole per capire ciò che già vivono.
E no, non è successo il temuto disastro morale. È successo che sanno rispettarsi di più, che le gravidanze indesiderate sono calate, che la parola “consenso” è entrata nel vocabolario di tutti.
Da noi invece si preferisce una cura un po’ originale: silenzio, rimozione, tabù.
È l’idea che “non parlarne” significhi proteggere. Come se ignorare qualcosa l’avesse mai fatto sparire. Abbiamo paura che dare nomi alle cose voglia dire sporcarle. O addirittura: indottrinare i ragazzi verso spaventose derive gender, qualsiasi cosa voglia dire. Così finiamo per consegnare i nostri figli a un’educazione parallela fatta di pornografia, pregiudizi e miti tossici — quella che non chiede consenso, non parla di rispetto, non conosce limiti né emozioni.
Questo che evidenzia Galiano è l’aspetto più inquietante, perché la nostra società non è un paesello isolato dove basta non nominare le cose affinché non accadano. Esiste un mondo parallelo e facilmente accessibile dove i ragazzi e le ragazze sono esposti a contenuti di qualsiasi tipo e che si ritrovano a dover interpretare e interiorizzare da soli, senza supporti competenti né strumenti. Quando sarebbe molto più semplice indirizzarli alla consapevolezza e al rispetto reciproco nell’unico luogo designato per farlo, dove passano la maggior parte delle loro ore giornaliere, dove il confronto e lo scambio tra coetanei è costante, così come l’incontro e il senso di comunità.
Un luogo fuori da qualunque precetto religioso, situazione sociale disagiata, violenza domestica. Un luogo predisposto ad accogliere le domande e a trovare insieme le risposte, dove imparare a verbalizzare e comunicare le proprie emozioni, rispettare il proprio corpo e quelli altrui, con i quali ci si confronta quotidianamente. Riconoscere le differenze e imparare, proprio con l’educazione sessuo-affettiva a non averne più paura.


