Strategia della tensione: quale rapporto tra storia e giustizia?

Piazza Fontana: chi fu il responsabile?

La riflessione sul terrorismo politico che ha segnato l’Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta continua a suscitare dibattiti accesi tra storici, magistrati e opinione pubblica. Il tema è tornato al centro della discussione con le motivazioni della sentenza del processo contro Paolo Bellini, uno dei procedimenti più recenti legati alla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, l’attentato che provocò 85 morti e oltre 200 feriti.

Il testo delle motivazioni, un documento di oltre 1700 pagine, non si limita a ricostruire i fatti giudiziari ma propone una più ampia interpretazione storica: la strage di Bologna viene presentata come l’ultimo episodio di una lunga “strategia della tensione”, una sequenza di attentati e operazioni destabilizzanti che, secondo questa lettura, attraverserebbe la storia della Repubblica italiana dal dopoguerra fino agli anni Ottanta. La linea di continuità partirebbe addirittura dalla strage di Portella della Ginestra del 1947, passando per le grandi stragi della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta: il terrorismo neofascista e alcuni settori degli apparati statali avrebbero agito con l’obiettivo di destabilizzare la democrazia italiana, favorendo svolte autoritarie o comunque condizionando l’evoluzione politica del Paese. All’interno di questo schema assumono un ruolo centrale figure come Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, e il funzionario dei servizi Federico Umberto D’Amato, indicati come possibili nodi di una rete che avrebbe sostenuto o coperto operazioni terroristiche. Seguendo questa chiave di lettura, la strage di Bologna verrebbe quindi interpretata come il momento conclusivo di questa strategia, anche se definito nella sentenza come un episodio “sui generis”, cioè diverso per contesto e modalità rispetto agli attentati precedenti.

Questa impostazione ha però suscitato forti critiche in ambito accademico. Alcuni storici ritengono che la ricostruzione adottata dai giudici semplifichi eccessivamente un periodo storico molto complesso, trasformando eventi diversi in un unico progetto coerente. Tra le voci più critiche c’è quella dello storico Vladimiro Satta, secondo cui la sentenza si basa su una bibliografia limitata e su interpretazioni che non riflettono la varietà del dibattito storiografico, che sottolinea come le stragi della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta appartebbero a un contesto politico molto diverso da quello del 1980 in un’Italia che stava attraversando una fase nuova, segnata dalla crisi del terrorismo e dall’evoluzione del sistema politico. Uno degli aspetti più controversi riguarda il rapporto tra la strategia della tensione e il terrorismo di sinistra. Nella ricostruzione proposta nella sentenza, l’ascesa delle Brigate Rosse e il rapimento di Aldo Moro nel 1978 sarebbero inseriti in una dinamica più ampia di destabilizzazione del sistema politico. Tuttavia molti studiosi considerano questa ipotesi difficilmente dimostrabile e metodologicamente fragile, ma anche dal momento che andrebbe a attribuire a un unico disegno eventi storici che hanno cause e protagonisti differenti.

Il dibattito solleva una questione più ampia: quale rapporto deve esistere tra storia e giustizia? Quando le sentenze propongono interpretazioni storiche molto ampie, il confine tra accertamento giudiziario e interpretazione storiografica diventa inevitabilmente oggetto di discussione.

Di questi temi scrive anche Marco Grispigni nel suo saggio Strategia della tensione. Ripercorrendo il concetto di “strategia della tensione”, nato nel 1969 dopo la strage di piazza Fontana, l’autore critica l’uso estensivo del termine, definito “reductio ad unum”, che ridurrebbe la complessità storica italiana a un unico disegno complottistico, andando a creare una narrativa semplificata la quale alimenta un “complottismo” che ignora fattori concreti come i mutamenti sociali, l’assetto elettorale e le dinamiche internazionali della Guerra Fredda. Dal peso del Partito comunista, alla forza della Democrazia cristiana, passando per i conflitti sociali e le strategie dei servizi segreti: Grispigni rimanda alle fonti per distinguere tra ciò che fu effettivamente parte di piani destabilizzanti e ciò che la pubblicistica e l’opinione pubblica hanno trasformato in narrazione unica e continua.

In questo senso il saggio Strategia della tensione è un invito a riflettere criticamente sull’uso stesso di questa espressione. Ma è anche una denuncia delle difficoltà della storiografia italiana a incidere realmente nella discussione pubblica. Nonostante l’esistenza di numerosi studi approfonditi, le interpretazioni più complesse faticano a emergere in un panorama mediatico che privilegia narrazioni semplici e formule evocative come “strategia della tensione”, “anni di piombo” o “notte della Repubblica”.

Una riflessione centrale del lavoro del lavoro storiografico di Grispigni riguarda la diffusione di una visione complottistica della storia, sia a destra sia a sinistra, con la tendenza a spiegare eventi complessi attraverso l’idea di grandi trame occulte. Se da un lato le responsabilità reali di settori dello Stato nei depistaggi e nelle coperture delle stragi sono documentate, dall’altro ciò non significa che tutti gli eventi violenti di quel periodo possano essere ricondotti a un unico piano coordinato.

La ricerca storica, sostiene Grispigni, deve accettare la complessità: riconoscere che eventi simili possano avere origini diverse, che attori differenti possano aver agito con obiettivi non sempre coincidenti e che il contesto internazionale della Guerra fredda abbia influenzato in modi diversi le vicende italiane.

Tornando al caso di piazza Fontana, per lo storico questa strage non può essere ridotta al tentativo di fermare il PCI. L’attentato avvenne dopo un biennio di conflitti sociali eccezionali, in un contesto in cui vertici militari, Sid e settori politici conservatori ritenevano studenti e operai avanzati strumenti del comunismo, nonostante il PCI fosse comunque distante dalla Dc. Nei fatti, le stragi non hanno necessariamente impedito l’avanzata elettorale del PCI, che nel 1972 crebbe di solo 0,25%, mentre il MSI guadagnava terreno. Insomma, per quanto PCI fosse percepito come un “pericolo” dall’establishment, attribuire a questa sola logica tutte le stragi e le tensioni politiche del periodo sarebbe, per Grispigni, una semplificazione eccessiva. E dunque, la strage di Bologna, in particolare, non può essere vista come il compimento della strategia della tensione: resta un episodio senza correlazione diretta con la politica interna del PCI, conclude lo storioco che scrive “Quell’orribile massacro resta per me un atto criminale incomprensibile da un punto di vista storico e politico”.

Al di là del caso specifico discusso nel saggio Strategia della tensione, il lavoro di Grispigni ci ricorda che l’esigenza di individuare responsabilità e mandanti non deve portare a interpretazioni troppo semplificate, che riducono tutto a un’unica spiegazione o a un grande complotto. La sfida, che ne segue è quella di restituire agli anni delle stragi tutta la loro profondità, sottraendoli alle narrazioni semplicistiche, ideologiche o centrali attorno a un unico partito, e riconoscendo la molteplicità di attori e dinamiche che hanno segnato la Repubblica italiana.

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