Ringrazio Sconfinamenti.info per l’ospitalità che mi consente di presentare il mio nuovo libro “L’orsa che mangiava le ciliegie” (sottotitolo: La natura ritorna), in uscita in questi giorni per i tipi di Scienza Express edizioni.
Di cosa parla?
Racconta storie di ritorno o ripristino della natura nell’Europa dei nostri giorni. Dove per “ritorni” si intendono quelli spontanei come quello del lupo, mentre i “ripristini” sono quelli in qualche modo facilitati dall’intervento umano, per esempio l’orso su Alpi e Pirenei.
Parla dello spettacolare recupero di varie specie iconiche come il lupo, l’orso, il castoro o il bisonte, che nei decenni scorsi erano sull’orlo dell’estinzione in Europa. E parla di ripristini ambientali in senso più lato: fiumi sbarrati ma la cui connettività longitudinale viene ora ripristinata; boschi di risorgiva; progetti di foreste vetuste; natura nelle città.
Storie in controtendenza rispetto al quadro globale, visto che nel mondo siamo nel pieno di una fase di estinzioni, definite «di massa», che ha pochi precedenti da quando sulla Terra è apparsa la vita. Storie che ora ci pongono un interrogativo fondamentale: ma allora i disastri dell’Epoca Umana sono, almeno in parte, reversibili? È reversibile, l’Antropocene ecologico?
Perché un libro come questo? Perché c’era bisogno di scriverlo?
La scintilla per scriverlo è scaturita da un incontro inatteso con un lupo, talmente vicino che per un attimo ci siamo guardati negli occhi. (Il lupo si è subito dileguato, contrariamente alla narrazione della “bestia feroce” in voga in certi ambienti politici). Era importante scriverlo per contribuire a costruire ambiente e futuro, certamente senza dimenticare la crisi ecologica e climatica che stiamo vivendo, e che infatti affiora quasi in ogni pagina.
Perché proprio adesso.
Questi ritorni non nascono dal caso. Due le ragioni principali.
Intanto questi sono gli effetti della grande legislazione e azione ambientale europea, soprattutto dagli anni 90 in poi. Ed era un processo sociale e politico già avviatosi – almeno per le specie e gli ambienti più iconici – dagli anni 60 in poi. Per esempio penso al salvataggio, molto contrastato allora negli anni ‘70, del Parco Nazionale d’Abruzzo (salvando così orso marsicano, camoscio d’Abruzzo, lupo).
La seconda ragione, non indolore dal punto di vista sociale: lo spopolamento montano e rurale. Un esempio paradigmatico: il minimo di copertura forestale in Europa è stato probabilmente toccato tra il 1870 e il 1920 ma, da allora, le foreste sono cresciute di 400 000 kmq, un’area grande come la Svezia e poco più piccola della Spagna. Con le foreste, e quindi il regresso della presenza umana, è tornata tanta natura prima ridotta ai minimi termini.
Le storie che mi hanno entusiasmato, o colpito, di più mentre lo scrivevo.
La natura salvata o ripristinata nelle pianure più antropizzate (e inquinate!), come i boschi delle risorgive friulane o le foreste del Parco del Ticino lombardo. Oppure i castori che nuotano fino in centro città a Zurigo; la natura che ricompare negli ambienti più improbabili e antropizzati. Sembra quasi che gli scienziati dovranno riconsiderare concetti come quello di adattamento e addirittura quello di wilderness!
E poi mi hanno appassionato le storie in cui le nostre conoscenze e la nostra tecnologia si mettono al servizio della natura. Come quella dei grandi storioni che ritornano ai loro itinerari di migrazione millenari, grazie al ripristino della connettività fluviale longitudinale con opere ingegneristiche come le «scale dei pesci» o la rimozione delle dighe obsolete. Adesso qualche esemplare risale, dopo decenni di assenza, dall’Adriatico addirittura fino al laghi insubrici svizzeri.
Insomma, quello che mi ha colpito di più è stato (ri)trovare natura dove me lo sarei meno aspettato.
Parla anche di Svizzera?
Certamente. In senso positivo, per esempio a proposito del meraviglioso esperimento del Sihlwald, nel quale da 26 anni si sta ricostruendo una foresta vetusta proprio alle porte di Zurigo. Oppure il ritorno in grande stile dei castori, formidabili ingegneri ecosistemici che ci aiutano nella prevenzione delle alluvioni. O il progetto di reintroduzione (dopo mille anni!) del bisonte nel Giura. E però poi ci sono gli aspetti problematici: come il ritorno del lupo, nel quale la politica ha (almeno per il momento) perso un’occasione per elevarsi un attimo dal rudimentale “do ut des”, dalla brutale fidelizzazione dei bacini elettorali, e pensare invece in modo (eco)sistemico, multigenerazionale.
Qual è il più grande messaggio del libro?
Quello del sottotitolo: la natura ritorna.
La verità – quella più difficile da digerire – è quella che ci arriva dall’esempio di Chernobyl, citato nel libro come paradosso dei paradossi: che anche in ambienti pesantemente inquinati (addirittura con inquinamento radioattivo), appena cessa la presenza umana la natura ritorna. Quale natura esattamente ritorna è un discorso più complesso (vedi i lupi di Chernobyl, che hanno subito effetti mutageni multigenerazionali per effetto dell’esposizione radioattiva e tuttavia vivono e si riproducono).
Eravamo pronti, per il ritorno della natura (anche se limitato a certe situazioni)?
Sembrerebbe che certi animali si stiano adattando a noi più velocemente di quanto noi ci siamo adattati alla loro presenza. In Europa abbiamo avuto millenni per cancellare la natura dai territori, e abbiamo finito per dimenticarci di cosa la natura realmente sia. Siamo pronti oggi ad accettare il ritorno del selvaggio? Molte situazioni, là fuori, direbbero di no. Oggi in Europa torna una natura che non avevamo previsto. Ma dobbiamo riabituarci a coesistere con essa: è la nostra ultima possibilità; un’occasione che non si ripresenterà.
Quindi vedo anche dei pericoli?
Certamente. La lista è lunga ma ne citerò uno in particolare: la obiettiva debolezza attuale dell’Europa. Molto grave, perché la grande legislazione ambientale degli ultimi decenni è venuta tutta da lì, con gli stati membri e le amministrazioni locali non sempre e dovunque – per usare un eufemismo – allineati al grande disegno europeo (basti vedere lo scarsissimo livello di implementazione della Direttiva Habitat del 1993). Un’Europa impoverita e impaurita non avrà mai l’ambiente in cime alle priorità, e lasciarlo alla mercé dei sovranismi locali è pericoloso. L’ambiente, come il clima, è un bene transnazionale e transgenerazionale che non può essere lasciato nelle mani di portatori di interessi locali di breve periodo.
E allora, alla fine, è reversibile l’Antropocene ecologico?
Io dico di sì (al netto delle specie estinte e ne perdiamo un numero angosciante ogni giorno che passa), ma solo se esiste la volontà politica di farlo. E sempre ricordando che ci sono almeno due fattori antropogenici che probabilmente determineranno una «nuova natura» che non sarà mai esattamente quella di prima: le specie aliene invasive, e il cambiamento climatico.
In tutti i modi, ho raccolto tante storie positive, alcune incoraggianti, altre incredibili (chi avrebbe, solo trent’anni fa, scommesso che il lupo avrebbe ripopolato le Alpi?). Ho visto all’opera volontari e istituzioni in uno sforzo di protezione e ripristino ambientale a volte commovente. Siamo immersi nei problemi, è vero, ma questo libro – con i suoi animali, i suoi boschi, le sue acque – è un canto di speranza che valeva la pena di scrivere.
Brevissima nota biografica: Mauro Balboni, nato a Bolzano, ha vissuto in Italia, Austria e Regno Unito; dal 2001 si divide tra la Svizzera (Wädenswil, nel cantone Zurigo) e il lago di Garda. Esperto di legislazione ambientale internazionale, ha già scritto di ambiente, agricoltura, futuro: “Il Pianeta mangiato” (Dissensi Edizioni, 2017); “Il Pianeta dei frigoriferi. Segnali dal futuro del cibo” (Scienza Express, 2022).

