L’orsa che mangiava le ciliege è l’ultimo saggio di Mauro Balboni, esperto di legislazione ambientale internazionale, agricoltura, futuro sostenibile. Con lui abbiamo parlato del ritorno della natura in Europa e del rapporto tra uomo, ambiente e territorio.
Di Valeria Camia e Alessandro Vaccari
Mauro, il libro è un’indagine sull’Antropocene e sull’amnesia ecologica che ci ha fatto dimenticare com’era il mondo prima di noi e come forse potrebbe essere se ci mettessimo d’impegno. Al rigore dell’analisi scientifica unisce anche la passione di un legame personale con la natura, con la montagna in particolare. Ti ritrovi in queste parole?
Credo che questa valutazione sia giusta: nei precedenti libri che ho scritto su cibo, alimentazione e impatto sulle risorse ho cercato di essere il più oggettivo possibile e guardare molto di più ai numeri e ai dati. Anche perché quello è un settore nel quale è molto facile semplificare le cose: io ho smesso di mangiare carne per salvare il pianeta, come si dice con una certa dose di esagerazione e semplificazione, e quindi mi attendo che tutti facciano lo stesso. Invece poi vai a vedere i numeri: il consumo di carne è più o meno stabile in Europa e ovviamente cresce a livello mondiale, perché ci sono interi Paesi con miliardi di esseri umani, soprattutto in Asia, dove stanno cominciando a consumare più carne di prima semplicemente perché se la possono finalmente permettere, perché il loro reddito glielo consente. Nell’ultimo libro invece, mi sono immedesimato, innanzitutto perché questi ritorni della natura in Europa li ho incontrati personalmente, a pochissimi metri di distanza.
Il libro parte proprio da uno di questi incontri. Che cosa è successo?
Il libro è intitolato a un’orsa, ma in realtà comincia con un lupo: l’incontro che io e mia moglie abbiamo avuto con un lupo sul Monte Baldo, la prima grande catena montuosa che si incontra sulle Alpi da Verona risalendo verso nord. Il lupo ci è sbucato davanti a pochissimi metri di distanza. Poi siamo andati a informarci e a contattare diversi amici che si occupano di gestione di animali di questo tipo proprio dal punto di vista professionale. Abbiamo confrontato le esperienze personali con i dati e con i fatti. Ed è venuto fuori, per esempio, che già da altre parti viene messa spesso in risalto questa storia che sembra addirittura paradossale: nel continente che per primo è stato antropizzato per motivi storici e che per primo ha cancellato quasi dovunque la sua natura originaria, oggi c’è comunque un ritorno della natura che per molti aspetti è inaspettato, è assolutamente sorprendente.
Quali sono i numeri che raccontano questo ritorno della natura?
Un numero giusto per sintetizzare tutti gli altri: nell’ Unione Europea ci sono oggi, a seconda delle varie stime, da 20 a 22 mila lupi. Cinquanta o sessanta anni fa, nella parte occidentale del continente ne erano rimasti 100, 150, 200. Nell’Italia centro meridionale ne era rimasto un altro centinaio, 200 al massimo in Spagna, e oggi ci sono dei numeri molto diversi. Una specie proprio emblematica, da millenni, del contrasto tra natura e attività umane torna a riprendere possesso di vaste aree, ultimo continente in cui ce lo saremmo aspettati. Ci sono più lupi nell’ Unione Europea, sovrappopolata e piccola, di quanti ce ne siano in tutti gli Stati Uniti America, inclusa l’Alaska. Sembra paradossale, però è la realtà dei numeri.
Il sottotitolo del saggio parla di “natura che ritorna”. Non è un paradosso, considerando che il ritmo con cui distruggiamo l’ambiente non si arresta?
Sì, il sottotitolo è “La natura ritorna”, e la mia proposta originale da autore era che ci fosse un punto di domanda. La cosa va comunque riferita a queste storie di ritorno della natura in Europa e nell’emisfero settentrionale in generale. Se parlassimo di quello che sta succedendo nell’emisfero sud, in America Latina, Africa e Asia sud-orientale, ovviamente il quadro è di una devastazione. Qualche anno Iin questa parte del mondo sembrava che ci fosse un miglioramento, vanificato da cambiamenti politici successivi. La distruzione dell’ambiente a livello globale è innegabile.
Perché invece l’Europa racconta una storia in controtendenza? Quali sono le ragioni di questo ritorno?
Credo che soprattutto per quanto riguarda l’Europa ci siano stati essenzialmente due motivi per cui oggi possiamo parlare di lupi, orsi, grifoni, avvoltoi monaci e, in Svizzera, forse presto anche di bisonti. Uno è perché l’Unione Europea dagli anni Novanta in poi ha adottato una legislazione ambientale di primissimo ordine.
Va tutto bene, tutto sotto controllo?
No. Però credo che non ci sia un altro esempio di attenzione all’ ambiente superiore a quella dell’Unione Europea negli ultimi decenni. Questa grande legislazione ambientale europea dagli anni Novanta in poi è stato il nostro contributo consapevole. Poi a questo ritorno della natura negli ultimi decenni ha contribuito una forte accelerazione dell’abbandono rurale e uno spopolamento montano già iniziati nel XIX secolo Qualcuno lo chiama drammatico, io cerco di vederci anche le implicazioni sociali e umane, che sono molto dolorose in determinati casi, ma dal punto di vista della natura è stato un bonus senza pari. Se non ci sarà stato quel drammatico spopolamento delle aree interne, negli Appennini per esempio, non staremo parlando del fatto che negli anni Settanta c’erano cento lupi e che oggi secondo la più recente stima dell’Ispra sono circa3.300.
Questo ritorno della natura sembra però fragile…
Purtroppo sì, sono dei ritorni fragili. In certi casi l’accettazione sociale dell’espansine delle foreste e del ritorno di determinate specie animali è relativa è in altri casi non c’è. L’orsa che mangiava le ciliegie, che dà titolo al libro, è un’orsa vera, anzi era. Si tratta di una delle femmine appartenenti alla popolazione ricostituita nella provincia autonoma di Trento contraddistinta dal nome KJ1, che è stata abbattuta nel 2024 a seguito di un incontro violento con un escursionista. L’orsa era stata riportata lì ed era di fatto figlia di una delle orse che erano state traslocate dalla Slovenia alle Alpi della provincia di Trento, nell’ ambito del progetto europeo chiamato Life Ursus, che tendeva appunto a ripristinare questa importante componente dell’ecosistema alpino. Il fatto poi che questo specifico animale, come altri, sia stato rimosso è indicativo di quanto questi ritorni della natura siano spesso combattuti, complicati, osteggiati.
Di fronte a questa situazione, quale rischio vedi per il futuro della politica ambientale europea?
Penso che, come dicevi giustamente, ci stiamo avvicinando a un bivio che potrebbe essere drammatico. Lo vedo nelle prossime elezioni al Parlamento europeo, dove la consistenza di forze che sono di fatto lì solamente per smantellare l’architettura europea, anche dal punto di vista ambientale, sarà in evidente crescita. Mi auguro di no, però il rischio, se guardi ai vari sondaggi in giro, è evidente. Sono forze politiche che secondo me hanno compreso che nel loro elettorato, reale o potenziale, questi argomenti non sono di interesse; non solo, sono segmenti di elettorato che secondo me possono essere facilmente sollevati contro le presunte imposizioni verdi. Ci aspettano tempi difficili e c’è la possibilità che questo grande disegno non solo di protezione ma di ripristino ambientale, che ha il suo baluardo nella legislazione comunitaria europea, venga nei prossimi anni messo in crisi.
Nel libro proponi anche alcune prospettive concrete, tra cui quella delle foreste selvagge. Che cosa sono e perché sono importanti?
Foreste selvagge intendiamo quelle che sono gestite con criteri vicini a quelli che sono i cicli della foresta lasciata a sé stessa. Si chiamano anche foreste vetuste, le foreste che vengono lasciate invecchiare secondo i cicli della natura, dove, per esempio, la presenza del legno senescente, marcescente, morto, sul terreno è una componente fondamentale per la circolarità dell’ecosistema forestale. È un tema al quale mi sono molto appassionato, perché ne abbiamo un esempio fantastico proprio alle porte di Zurigo, che invito chiunque sempre ad andare a visitare. C’è la possibilità anche di fare visite guidate e ci sono giornate dedicate al pubblico: è il Sihlwald.
Che cosa succede nel Sihlwald?
Il Sihlwald è una foresta di circa dieci chilometri quadrati alle porte di Zurigo, dove a partire dall’ anno 2000, per gli ultimi 26 anni, si è deciso di limitare l’intervento umano. Praticamente tagliano solamente gli alberi che cadono attraverso i pochissimi sentieri che è possibile per i visitatori percorrere, li segano da una parte e dall’altra di modo che resti uno spazio di un metro o due metri per consentire il passaggio. Per il resto non si tocca niente, si lascia fare ai processi, ai cicli della natura. E quello che mi ha stupefatto è che bastano 26 anni e un bosco lasciato evolvere secondo le sue leggi ha già un aspetto molto diverso da quello di tutti gli altri, che sono a tutti gli effetti più o meno delle piantagioni di alberi, pesantemente gestiti dall’uomo. Gli scienziati poi hanno compiuto le loro osservazioni da cui risulta che, oltre al ritorno di specie di animali iconiche alle porte di Zurigo, proprio come il lupo, il cervo e via dicendo, sono ricomparsi insetti, licheni e funghi che non si vedevano lì da decenni e che nei boschi circostanti; invece, pesantemente gestiti per fini selvicolturali o altro, non ci sono. È un’altra di queste storie nelle quali si dimostra come la resilienza e la capacità di ritorno della natura sia enorme. Tra l’altro, nel libro scrivo più volte: la natura non sa neanche che ci siamo.
Perché abbiamo bisogno di più foreste di questo tipo? Significa che dovremmo lasciare tutto alla natura?
Ovvio che esiste l’industria del legno esistono delle utilizzazioni forestali. Mi guardo bene dal dire che dovrebbe essere tutto così: facciamo tornare l’Europa una foresta vergine. È chiaro che non avrebbe senso dirlo. Però foreste di questo tipo hanno grande valore per la conservazione e la protezione della biodiversità, perché abbiamo appena parlato di specie animali e vegetali che ritornano. Hanno grande valore per la difesa idrogeologica, perché queste foreste agiscono come una spugna in caso di eventi metereologici estremi sempre più frequenti E poi queste foreste sono dei grandissimi assorbitori e stoccatori della CO₂, quindi sono formidabili alleati nel tentativo ormai estremo, forse disperato, di mitigare il cambiamento climatico da noi stessi innescato. Quindi hanno un enorme valore. Poi, mi sia consentito di dire, hanno anche un grande valore culturale, emotivo, storico e psicologico.
Il ritorno alla natura può essere messo in discussione anche dalle nuove forme di antropizzazione legate al turismo?
Certamente. Sulle forme di frequentazione di massa, per esempio, della montagna e di certe montagne in particolare, quello che sta succedendo nell’area dolomitica è qualcosa che va ben oltre il turismo montano come era sempre stato inteso finora. Durante le settimane estive avviene fisicamente una traslocazione di masse di persone, quindi di traffico e frequentazioni della montagna di tipo inedito, che non sono nemmeno compatibili con la fragilità dell’ambiente montano in sé, ma non sono nemmeno compatibili con la viabilità, con il traffico, con la vivibilità generale di quelle zone. Quindi questo fenomeno dell’Overtourism in alcune zone delle montagne dovrebbe essere affrontato. Purtroppo, quelli che sollevano questo problema, fra cui alcuni sindaci convinti che siamo andati ormai oltre il limite, al momento non vengono ascoltati, perché chiaramente è il business as usual: I soldi entrano così e molti operatori turistici sono anche rappresentanti politici locali.
Ci sono altre forme di pressione sulla montagna, magari meno evidenti ma comunque pericolose?
Mi preoccupa, per esempio, l’offerta della montagna come esperienza adrenalinica. Non basta solamente la camminata, l’escursione, il godere dei paesaggi meravigliosi della natura: bisogna sempre andare a proporre l’arrampicata, la ferrata, il downhill con la mountain bike, il canyoing. Bisogna andare quasi a violentare anche gli ultimi angoli che sono rimasti intatti. Questa è una tendenza che vedo un po’discosta rispetto alle immagini che si vedono ogni agosto sui social, che mostrano le masse di persone trasportate con le funivie fino a 3.000 metri e via dicendo. C’è anche un’altra frequentazione un po’più subdola ma ancora più pericolosa, perché entra in ambienti ancora più sensibili. Detto questo, sarebbe necessaria una discussione complessiva su quali usi vogliamo avere

