L’Occidente può ancora vantare di possedere un’autorità morale?

Il 9 ottobre Najmeh Amini una donna di ventitré anni detenuta dallo scorso febbraio nel carcere di Mashhad, nel nord-est dell’Iran è stata condannata a morte con l’accusa di blasfemia a causa di un post pubblicato sui social media.

La ragazza con un sorprendente messaggio vocale ha chiesto un intervento internazionale, esortando le Nazioni Unite e gli attivisti per i diritti umani ad indagare sul suo caso.

“Non voglio ergermi a eroina” ha dichiarato nel suo appello, “chiedo solo una cosa: siate la mia voce”.

Najmeh Amini è stata oggetto di due sentenze diverse: quella di morte per aver insultato il Profeta in un post sui social media non ben identificato e un’altra per aver commesso atti contro la sicurezza nazionale, per aver fatto propaganda contro il regime durante le manifestazioni dello scorso gennaio.

Il suo appello è importante perché il suo caso ci coinvolge tutti quanti e ci pone di fronte a una domanda fondamentale: abbiamo ancora l’autorità morale per andare a chiedere alla Repubblica Islamica un atto di clemenza nei confronti di questa donna e per garantire a lei e a tutte le altre donne e uomini l’inviolabile diritto di espressione?

Basta pensare al massacro di Gaza per comprendere quanta credibilità hanno perso le diplomazie occidentali.

Negli ultimi anni le esecuzioni in Iran sono aumentate: nel 2026, secondo i dati raccolti dalla O.N.G con sede a Oslo Iranian  Human rights, sono state superate le seicento esecuzioni. Nel rapporto dello scorso agosto, l’alto commissario delle Nazioni Unite aveva dichiarato che in soli tre o quattro mesi almeno cinquantasei persone erano state impiccate per ragioni legate alla sicurezza nazionale.

In questo contesto di repressione e terrore le donne vengono sempre più condannate a morte. Sempre secondo i dati raccolti da Iranian Human Rights sono almeno 241 le donne negli ultimi quindici anni che sono andate a morte.

La guerra tra Stati Uniti e Iran influenza in due modi diversi l’aumento della repressione: da un lato lo stato di emergenza nazionale porta inevitabilmente a un incremento della sorveglianza sulla popolazione che appena esprime atti di dissenso può essere arrestata per ragioni di sicurezza. Non è un caso che circa cinquantamila persone sono state arrestate a causa delle proteste di gennaio.

Il secondo motivo ha a che fare con la decapitazione dei maggiori vertici della Repubblica islamica che ha portato a subentrare al comando gli elementi più rigidi e ultraconservatori aggressivi e bellicisti.

È da poco passato il quarto anniversario dalla morte di Mahsa Jina Amini avvenuta il 16 settembre 2022 che ha dato vita al movimento Donna Vita e Libertà e che ha avuto una ripercussione e un’attenzione mediatica mondiale. Oggi cosa rimane di quella coraggiosa e inarrestabile azione di protesta?

Innanzi tutto, quel velo, che è diventato un simbolo della lotta contro l’oppressione del regime, si vede sempre meno per le strade iraniane, perché è diventata una pratica di disobbedienza civile, sempre più diffusa nel Paese. Si vedono finalmente donne andare in motocicletta, se pensiamo che persino la bicicletta è stata a lungo inopportuna e vietata per le donne. Questi sono indubbiamente segni che il cambiamento procede nella società civile, malgrado la guerra e il debole intervento della diplomazioa internazionale a supporto della causa.

Nonostante questo la partecipazione di massa ad azioni di protesta continuano, come la campagna “No execution Thusday”, cui aderiscono da tempo le prigioniere e i prigionieri di decine di carceri iraniani. Consiste in uno sciopero della fame, promossa dai prigionieri politici, ogni martedì, il giorno prima delle esecuzioni. Questa iniziativa rivela come la voce dei prigionieri politici vuole ancora prendere parte al dissenso civile che persiste fuori e che questa popolazione indomita e fiera dei propri incrollabili valori di libertà non intende soccombere , nonostante le morti, gli arresti e l’inasprimento di tutte le misure di repressione.

“Ricordate il mio nome”, conclude Najme Amini nel suo messaggio, “Forse un giorno non potrò più parlare, ma finché sono in vita nutro una sola speranza: quella di vedere, prima che il cappio ponga fine alla mia esistenza, un Iran prospero e libero”.

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